C’era una volta l’egemonia

Di Pietro Piccinini
18 Novembre 2004
Paolo Guzzanti spiega come “Repubblica” di Scalfari creò un’egemonia culturale, come la perse nel tempo, e come la Casa delle Libertà non sia capace di farlo

Si accorgono di aver scommesso sul cavallo sbagliato alle presidenziali Usa e subito s’affrettano a spiegare come, in vero, a commettere l’errore siano stati i 60 milioni di elettori di George W. Bush. Radiano un cristiano dalla Commissione europea perché si rifiuta di parlare il politicallycorrectese del Parlamento europeo e dopo si chiedono come osi Rocco Buttiglione dirsi ancora convinto che la pratica omosessuale sia un peccato. Se poi un laico del giro dei sospettabili si permette di proclamare a gran voce che lui la ragione preferisce mantenerla ancorata alla realtà piuttosto che asservirla ai capricci della maggioranza, i loro pezzi da novanta si preoccupano perché Giuliano Ferrara vuole fondare i teocon italiani a esclusivo vantaggio del Bush de noantri…

Senatore Paolo Guzzanti, che gli è preso ai paladini dell’italico liberalismo?
Lo definirei panico di fronte all’incapacità di analisi. Il caso più eclatante è quello delle elezioni americane, per le quali la sinistra italiana ha schierato tutte le sue migliori intelligenze e tutte le sue apparecchiature storiche e storicistiche, eppure non ha capito niente. E anche dopo aver preso una vera e propria grugnata sul terreno delle analisi, anziché ammettere di aver sbagliato gli strumenti di lettura della realtà, insiste nel dire che Bush ha vinto grazie al sostegno di una marea di sette religiose, di cristiani rinati, di evangelisti pazzi… Il solito fenomeno della sinistra italiana che, non aggiornando i suoi strumenti, fa previsioni ideologiche poi smentite dai fatti (vedi la mancata vittoria a valanga di Kerry), perde, e seguita a non capire. Le restano solo la mobilitazione emotiva e la tecnica di offendere, di dare all’avversario dell’invasato, dell’imbecille o del mascalzone. Piuttosto che ammettere di essere arretrata, preferisce dire che l’avversario ha barato, è indemoniato, è in combutta con la mafia e i poteri occulti, la massoneria, la tratta delle bianche e non so che altro. Vinci? Sei mafioso. Hai vinto in Sicilia? Vuole dire che Cosa Nostra ti sostiene. Vince la sinistra in Sicilia? Ecco il grande riscatto da Cosa Nostra.

L’obiettivo è la delegittimazione anche nei confronti dei personaggi alla Pera e alla Ferrara, i quali, da laici, hanno voluto sollevare il velo del politically correct che nasconde l’illiberalità di certi ambienti europei: il 10 novembre Repubblica ha scomodato addirittura Pietro Scoppola per rinchiudere tutti costoro nel ghetto dei clericofascisti.
Beh, voglio innanzitutto dire che la battaglia di Ferrara è sacrosanta. Anche idealmente sono dalla sua parte: come lui, io non sono un cattolico, ma mi farei ammazzare affinché Buttiglione possa essere rispettato e non essere espulso dalla Commissione europea a causa delle sue opinioni. Altrimenti si instaura una repubblica islamica. La repubblica islamica del politically correct, ma sempre una repubblica islamica.
Poi, per rispondere alla sua domanda, se Repubblica è costretta a schierare Scoppola per arginare il fenomeno, questa è una grande vittoria di Ferrara, che ha costretto l’avversario a dispiegare la sua migliore artiglieria, la cavalleria, le sciabole, le alte uniformi e le fanfare per far fronte ad una operazione culturale importante.
Tre sono state, in Italia, le personalità che hanno saputo creare e far funzionare un’egemonia culturale vera e propria. Nell’ordine, sono: Antonio Gramsci, che l’egemonia culturale l’ha inventata; Benito Mussolini, il quale l’ha applicata, insegnandola anche ai sovietici; e poi Togliatti dopo la guerra. Ai tempi di Togliatti, l’attacco di Scoppola non sarebbe stato permesso. Se Scoppola avesse mandato un articolo come quello che ha scritto contro Ferrara, Togliatti gli avrebbe fatto sapere di averlo cestinato. Dire che Ferrara fa come l’Action Française significa dichiarare fallimento culturale, hai chiuso bottega dal punto di vista della capacità di intendere. Non è neanche offensivo, è puramente suicida.
Ecco, direi che lo slogan potrebbe essere: la sinistra esercita l’egemonia culturale ma è contemporaneamente al suicidio culturale. Cioè occupa militarmente un territorio di cui non parla più la lingua.

Che significa? Che il giornale-partito la Repubblica, per il quale lei ha lavorato a lungo, comincia a far cilecca?
Ai miei tempi la Repubblica non era quella di oggi. Si dice oggi che il salotto di Bruno Vespa è la terza Camera del Parlamento italiano. È una battuta ma c’è del vero. Bene, a quel tempo non c’era Vespa, ma c’era Repubblica che era il luogo dove si facevano e si disfacevano i primi ministri, dove si decideva il futuro presidente del Senato, il futuro presidente della Repubblica, e tutto grazie alla genialità – e sottolineo “genialità”, per piacere lo scriva – di Eugenio Scalfari, il quale sa fare cose che solo io saprei rifare (solo che a me nessuno le fa fare, perché quelli della mia parte politica invece non capiscono niente di media e di comunicazione). Forza Italia passa per il partito del Grande Comunicatore. Ma il Grande Comunicatore, Berlusconi, è un grande comunicatore solo quando si tratta di fare campagna elettorale. Tutto il resto, la Casa delle Libertà, naviga nel più completo analfabetismo per quanto riguarda la vera comunicazione, che è l’arte del saper indire le campagne, del saper far valere i punti di vista. In questo il centrodestra è zero (mi ci metto anche io, per carità: sono vicedirettore del Giornale e non vorrei che qualcuno pensasse che io mi chiami fuori). Panorama va da una parte, Libero va da un’altra, il Giornale da un’altra ancora, il Foglio da un’altra ancora. Per non parlare di Mediaset, che è il caso limite di questo mondo che non sa fare comunicazione. Sa fare dei prodotti, ma non sa fare comunicazione. Invece la Repubblica dei tempi d’oro – e in certa misura anche oggi – dominava sulle università, sul cinema, sul teatro, sulla moda… E lo faceva all’unisono con Rai Tre di Angelo Guglielmi, con il Tg3 di Sandro Curzi e con l’Espresso di Giovanni Valentini, che era un rappresentante di Scalfari dentro il settimanale, perciò aveva il dominio assoluto sulla cultura, il che vuol dire dominio assoluto sui comportamenti.

Ma il coordinamento era studiato a tavolino?
Certo. Io c’ero, ero lì, l’ho fatto. Non l’ho inventato, io ero un allievo di Scalfari, però – ripeto – saprei rifarlo, ma per farlo occorrono idee molto chiare. Innanzitutto bisogna sapere che cosa si vuole, perché prima si scelgono degli obiettivi. Che cosa vogliamo fare? Noi vogliamo arrivare a parlare all’anima della gente. Allora bisogna saper tifare per i propri artisti, scegliendoli fra i migliori. Perciò le prepotenze, gli atti di nervosismo, le cose come quelle che sono state fatte a mia figlia Sabina – e lasci perdere il fatto che è mia figlia – sono errori. In mancanza di regole, senza la capacità di fare cultura, è stata applicata la censura: errore! Errore politico gravissimo, matita blu, nera, rossa, due meno, sei licenziato. Perfino il fascismo dava spazio a tutti gli artisti, anche dell’altra parte, purché producessero cultura. Benedetto Croce aveva tutto lo spazio per poter fare l’antifascista di lusso, c’erano i giornali della fronda antifascista… Erano astuzie del regime. Mussolini sapeva che non doveva reprimere l’altra parte. Le doveva riservare degli spazi, anzi, glieli dava talmente belli, garantiti, da farle dire “grazie”.
Mettiamoci in testa questo: quelli sono bravissimi. Ezio Mauro è bravissimo. Scalfari? Un genio. Mentre dalla nostra parte si usano gli scarti e si usano male e senza una strategia unitaria, quella gente raduna dalla sua parte il meglio degli intelletti che ci sono, e li usa al meglio. Per questo qualche giorno fa io ho anche dichiarato che, se andiamo avanti così, nel 2006 perderemo le elezioni, perché non sappiamo creare gli strumenti attraverso i quali esercitare l’influenza. Di questo infatti si tratta: avere l’egemonia culturale significa che la gente ti legge; va al cinema e riceve un messaggio; vede un comico, capisce qualche cosa di nuovo e lo imita; sente una canzone e si appassiona; vede un film e se ne innamora; e i suoi atteggiamenti, i suoi comportamenti si modificano.

Però la gente si è stufata di farsi influenzare sempre da quelli della scuola di Scalfari.
Ovvio, ormai il paese è diverso, non le sembra? La Casa delle Libertà non avrebbe vinto nel 2001 se Repubblica avesse ancora tutto il suo potere culturale. Però, diciamo che mentre Repubblica vede scemare il suo potere, dall’altra parte non è cresciuto né l’interesse, né la capacità di occupare un ruolo culturale dominante. La cultura del politically correct è stata infiacchita, ma nessuno è riuscito a darle il colpo di grazia.

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