Cercherò il tuo volto

Di Andrea Di Francesco*
29 Gennaio 2004
“Ridare un volto” è un’espressione metaforica molto utilizzata. Ma nel caso dei medici volontari di “Progetto Sorriso” è espressione letteralissima: con la chirurgia restituiscono il gusto della vita ai bambini del Bangladesh vittime di malformazioni facciali. E di emarginazione affettiva

iamo un gruppo di infermieri e medici, amici fra loro, che sette anni fa sono partiti avendo in mente un sogno; questo sogno oggi si chiama “Progetto Sorriso nel mondo”. Tutto è nato a partire da una richiesta di aiuto indirizzataci da alcuni missionari saveriani in Bangladesh. Il Bangladesh, 160 milioni di abitanti, è uno dei paesi più poveri e sfortunati del mondo: disposto attraverso il delta del fiume Gange, nella stagione dei monsoni è colpito da alluvioni devastanti che distruggono centinaia di villaggi e uccidono migliaia di persone. La nostra attività si svolge presso l’ospedale creato dai saveriani a Khulna, la terza città del paese. è un ospedale del terzo mondo, ma assolutamente dignitoso, con sala operatoria e capacità fino ad 80 posti letto. In questi anni, lavorando un mese all’anno, la nostra équipe ha realizzato 700 interventi di chirurgia maxillo-facciale su bambini. Di cosa si tratta? Di malformazioni molto vistose delle labbra e del naso, difetti che non possono essere nascosti: labbro leporino, labio-palato schisi, ecc. Sono molto comuni anche da noi, statisticamente colpiscono 1 bambino su 700. In paesi come il Bangladesh sono un grosso problema perché la sanità è quasi interamente a pagamento e le famiglie sono quasi tutte povere.
Dunque noi non facciamo chirurgia estetica, noi ci occupiamo di bambini che non hanno un volto socialmente accettato, in una società povera dove quasi sempre il volto è l’unica cosa che hai per entrare in relazione col resto del mondo. Ecco perché siamo stati chiamati ad intervenire, ed ecco perché abbiamo accolto la richiesta. Nei paesi poveri la cultura tradizionale spinge a vedere nelle malformazioni una maledizione divina. La vittima è considerata colpevole del suo male. Man mano che cresce, un bambino che presenta questa patologia prima si sente trattato come un diverso, e poi si sente pure colpevolizzato, non solo dalla società ma dalla sua stessa famiglia. La correzione di una malformazione del viso porta con sé tre risultati che vanno al di là dell’esito sanitario: il reinserimento del bambino e della sua famiglia nella società, il reinserimento affettivo del bambino nella sua famiglia e la restituzione del sorriso, della gioia di vivere al bambino. Come ho detto, per queste malformazioni è necessario un intervento specialistico che non è alla portata delle famiglie di questi bambini, perché l’azione sanitaria pubblica, in questo e altri paesi poveri, è praticamente inesistente. Ecco perché il nostro incontro con loro viene vissuto da bambini e famiglie come una specie di miracolo, ci considerano quasi delle divinità. Famiglie additate come oggetto di punizione divina, madri ripudiate per aver generato piccoli mostri, bambini emarginati dalla loro stessa famiglia per il loro difetto, vedono nell’intervento chirurgico che corregge la deformità la loro miracolosa opportunità di riscatto.
Avvengono scene incredibili. Bambini che normalmente si vergognano di guardare in faccia i loro stessi fratelli entrano in ospedale senza nessuna paura dell’operazione, anzi ansiosi di essere messi sotto i ferri: entrano in sala operatoria felici, cantando. E quando si risvegliano dall’anestesia piangono sì, ma perché vogliono subito uno specchio per vedersi, e quando finalmente si sono guardati si addormentano soddisfatti. Nei giorni successivi accade un’altra cosa stupenda: in questi bambini, che fino ad allora nessuno ha considerato tali, nasce la consapevolezza di essere delle persone. Il fatto di essere stati visitati, operati, medicati – gli si pulisce il naso, le ferite, e questo lo facciamo noi stessi – cambia qualcosa in loro. Scoprono questa attenzione, il loro nuovo volto, lo sguardo nuovo che i familiari stessi hanno su di loro, e allora nasce in essi la certezza di essere persone come tutte le altre e di potersi giocare la chance della vita come tutti. Questi bambini che per venire all’ospedale erano usciti di notte dai loro villaggi per non farsi vedere, escono dall’ospedale a testa alta, guardano negli occhi i propri simili, loro che prima tenevano sempre la testa bassa. Tornano nei loro villaggi e diventano il miracolo vivente che tutti vogliono vedere, gli eletti di Dio. Ma anche a noi pare di assistere ad un miracolo quando tornano, anno dopo anno, all’ospedale per le visite di controllo. Per motivi medico-scientifici noi prendiamo le foto dei pazienti prima e dopo l’intervento. Ricordo il caso di Jasmine: prendere la sua foto fu una difficoltà immensa, teneva gli occhi bassi e non si riusciva a farglieli alzare. Quando oggi confronto l’immagine che infine riuscimmo a scattare con la foto presa un anno dopo l’operazione, vedo tutta la differenza: gli occhi di una bambina che guardavano nel vuoto, il vuoto della sua vita, sono diventati gli occhi di una donna che sembra dire: «Ho avuto una malformazione, ma adesso sono una donna, una donna che ha la sua vita e che la giocherà». Jasmine è tornata accompagnata dalla mamma, che il padre aveva abbandonato considerandola colpevole della nascita di quel piccolo mostro, e del papà, che è tornato a stare con loro dopo l’operazione.
Un’altra storia toccante è quella di Kea, una bambina che è arrivata da noi come tante altre, con un difetto da correggere che non era dei peggiori. Ma con lei succedeva qualcosa di strano: ogni volta che passavamo per la visita, la mattina e la sera, la trovavamo addormentata. Ci eravamo convinti che avesse anche qualche altra patologia e non ci fidavamo ad operarla. Le suore ci dicevano che la bambina non era malata, perché trovava sempre il modo di mangiare quello che le veniva portato, ma noi non ci fidavamo. Poi una notte che avevamo finito di lavorare tardi e che non riuscivo a dormire per il caldo ho sentito dei rumori provenienti dal giardino; sono uscito in piena notte, e ho trovato Kea che giocava da sola, coi suoi bastoncini ed il fango. Kea viveva di notte perché di giorno non voleva essere vista da nessuno. Il giorno dopo l’abbiamo operata. Kea avrà bisogno ancora di altri interventi chirurgici, forse non sarà mai una bella donna, ma la sua vita è cambiata. Qualche tempo fa una delle suore dell’ospedale mi ha chiamato e mi ha detto: «Sa, Kea ha iniziato ad andare a scuola». Va a scuola e gioca coi suoi compagni, non gioca più da sola.
Due anni fa abbiamo deciso di darci una forma giuridica perché questo servizio non restasse legato al volontarismo di alcune persone, ma diventasse qualcosa di stabile. Siamo un’associazione come tante altre, non siamo dei missionari o degli eroi ma gente comune: abbiamo i nostri obiettivi di carriera da coltivare, i nostri impegni professionali e familiari. Ma siamo anche persone che si sono rese conto che con un po’ del proprio tempo possono trasformare la vita di altre persone, che vivono lontano. Persone che si sono rese conto che l’espressione «donare un sorriso» non è uno slogan, ma qualcosa che si può fare davvero.

* Presidente di “Progetto Sorriso nel mondo”, chirurgo maxillo-facciale ospedale S. Anna di Como

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