Che affare la preferenza (e che bidone chi si vergogna del proprio popolo)
Lo stesso giorno in cui Berlusconi andava in procura per dire quello che sapeva sulla scalata dei “furbetti”, Raffaello Vignali, presidente della Compagnia delle Opere che associa 34 mila imprese, profit e non profit (di cui almeno un migliaio cooperative) bacchettava Fassino per essersi vergognato di aver fatto il tifo per Unipol nell’Opa su Bnl.
Qualcuno pensa che il mondo gira alla rovescia, caro Vignali.
E perché? Io ho solo difeso il mondo della cooperazione. La mia critica a Fassino non riguardava la necessaria stigmatizzazione di errori, ma la mancanza di coraggio nella difesa di realtà cooperative, provenienti dalla sua cultura, che danno un contributo importante allo sviluppo del nostro paese. Mi permetto ricordare che tra le prime cento imprese italiane trenta sono cooperative, e una buona fetta del mercato del credito si basa su realtà cooperative o popolari. Alcuni stimano l’apporto della cooperazione intorno al 10 per cento del pil. Inoltre la cooperazione ha nel suo codice genetico alcuni valori importanti, come la gratuità, la mutualità e l’obbligo reinvestire tutti gli utili nel lungo periodo e nel patrimonio che non è divisibile. Per questo ho detto che io tifo per le Coop. Perciò, un conto è il sistema della cooperazione, un conto sono gli errori che possono aver commesso persone di quel sistema. Ho anche aggiunto che il problema delle Coop e di ogni impresa è tenere vivo l’ideale da cui sono nate e per cui esistono. Ma prendere le distanze dal popolo che si rappresenta non è una buona politica.
In effetti anche Massimo D’Alema pare se ne sia lamentato con Bertinotti: «Fausto perché fai il tifo per i massoni baschi invece che per i compagni delle Coop»?
è naturale che la politica difenda interessi. Il problema semmai è che li dichiari pubblicamente.
Senta, che idea s’è fatto di “Bancopoli”?
Sono cose che accadono quando gli interessi sono affrontati senza ideali.
Alla fine AmbroVeneta è stata comprata dagli olandesi. E Bnl potrebbe andare “ai massoni di Bilbao”. Qualcuno dice che è finita come era normale che finisse, con l’ennesimo banchetto su quello che resta dell’economia italiana.
Il problema del nostro sistema bancario non è l’italianità. Il problema è che torni ad essere ciò che deve essere. Cioè uno strumento a sostegno del risparmio delle famiglie e dello sviluppo delle imprese. Il problema è che la finanza ritorni ad essere uno strumento, non un fine. Altrimenti, come si capisce dai fatti che leggiamo sui giornali, regole o non regole, la finanza rischia di trasformarsi in un sistema di furto legalizzato. Un sistema di ruberie coi “guanti bianchi”.
Il clima politico è di nuovo incandescente. Anche lei ha qualche preoccupazione sulla tenuta democratica del paese, visto che tra undici settimane si vota?
Perché ci sia democrazia serve libertà. Serve una politica che sia realmente al servizio del bene comune, cioè della persona nella sua totalità. Una cosa è servire la società, che è il compito della politica, altra è il potere fine a se stesso. E altra cosa ancora è il consociativismo.
Si riferisce alle polemiche esternazioni antigovernative di esponenti del mondo industriale?
Mi riferisco a tutti quelli che, come accadde con Tangentopoli, nei momenti di grande disorientamento politico e di grave difficoltà economica per il paese cercano di ergersi a paladini della pubblica moralità per capitalizzare gli utili e socializzare le perdite. Gli imprenditori non cooperativi dovrebbero essere i primi a dichiarare i loro interessi. Dovrebbero chiedere un sistema in cui chiunque abbia filo da tessere possa tesserlo, non chiedere privilegi con i soldi dello Stato.
E del celebre Partito Democratico che, al di là della fretta di Romano Prodi, sembra essere tenuto vivo più dai giornali che dai fatti politici, cosa pensa?
Penso che sia sbagliato mascherare con i contenitori un vuoto di ideali e di proposte. Verde è l’albero della vita, grigia è la teoria, diceva Goethe. Ecco, mi pare che questa storia del partito democratico sia un caso politico dove predominano le varietà del grigio.
Ha notato lo zelo con cui cercano di spiegare la morale di “bancopoli” con il richiamo a distinguere l’etica dagli affari? Giornalisti e professori invitano la cooperazione di sinistra a restare nell’ambito del volontariato e dei valori o consigliano alla Cdo di dedicarsi solo al non profit. Cosa risponde?
Rispondo che questa è esattamente la posizione culturale che sta dietro al disastro di cui vediamo gli esiti nelle inchieste giudiziarie: gli ideali non c’entrano con gli interessi. Chi ha un ideale non si può occupare dell’economia. Ora, visto che gli interessi comunque ci sono, ecco il mondo dell’economia e della politica popolarsi di “furbetti”. Le cooperative sono imprese come le altre: possono occuparsi di finanza, se lo fanno secondo le regole.
No, si dice che i “furbetti” esistono perché mancano le regole.
Le regole, ovviamente, sono necessarie. Ma non mi si dica che, in un paese dove ci sono più leggi e regolamenti che in qualunque altra parte del mondo, il problema sono le regole. Il problema è che se hai un ideale sei capace di rispettare le regole e giudicare gli interessi. Ora, a parte il fatto che gli stessi che insegnano a non credere più neanche ai dieci comandamenti giudaico-cristiani – come dicono loro, “tutto è relativo”, no? – sembrano assegnare alle “regole” chissà quale potere demiurgico di liberazione dalle corruttele e dal male del mondo, separare gli ideali dagli interessi è come voler dare ai figli una buona educazione e non il pane, i vestiti, un’istruzione. Oppure pensare di dar loro benessere materiale senza un’educazione all’ideale. Queste posizioni sono sbagliate entrambe. Venendo al caso in questione, si capisce che l’ideale non è un’idea, ma un’appartenenza a un popolo. E che una politica che non serva il proprio popolo è una politica morta.
Insomma, lei non direbbe mai “la questione morale non ci sfiora, siamo gente per bene”.
Mi pare che fosse Gide che dicesse, «conosco ladri che non sono moralisti, ma non conosco un solo moralista che non sia un ladro».
Sì, però, se gli ideali vanno a morire e la fiducia la si dà alle persone sbagliate, che si fa?
In queste settimane sta circolando un appello per l’educazione, che secondo noi è la prima emergenza di questo paese. Una politica vera favorisce, sostiene, valorizza, anzitutto chi educa. Gli ideali non li può offrire la politica. Gli ideali si incontrano nella società. Per questo noi sosteniamo quei politici e quella politica che difendono la libertà. La libertà di educare, la libertà di incontrare. E siccome non ci può essere autentica libertà se non nel rispetto, almeno tendenziale, di tutti i fattori dell’esperienza umana, noi siamo per quella politica che sostiene una concezione rispettosa della vita e della dignità umana fin dal suo concepimento. Chi mina la dignità inviolabile della persona o piega la persona e i suoi ambiti fondamentali per la sua crescita umana, è il caso della famiglia, alla volubilità delle ideologie e degli interessi economici costituiti, è contro la libertà, quindi contro una vera democrazia.
Ratzingeriano di ferro, insomma.
Ratzingeriano di ferro, certo.
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