Che Dio ci dia la forza di essere quel che siamo. Lettera da un Kibbutz in prima linea
«Buona notte speranza, buon giorno disperazione… chi sarà il prossimo della lista… a chi toccherà la prossima volta?». Yehuda Poliker canta tristemente la sua ultima canzone. Gli sguardi smarriti, improvvisamente assenti e, nonostante tutto, l’ostinazione più totale a non rinunciare a nulla, ad uscire, a riversarsi sulle spiagge, a sedersi nei caffé, perché la vita continua, perché ne abbiamo il diritto, perché abbiamo dei figli da crescere, perché abbiamo delle responsabilità verso chi ci circonda. Perché l’unico posto dove ti senti libero e tranquillo è casa tua… e questa è casa nostra. La vita continua e alla luce degli ultimi eventi non ha molta importanza cosa trasmette il Tg1, 2 o 3 su Israele, cosa scrivono sulla Repubblica, cosa pensano in Francia, in Austria o in qualunque parte del mondo di noi, della nostra linea politica, dei nostri F16, del nostro esercito e di noi. Mi sono chiesta spesso perché Israele non si sforzasse ulteriormente per spiegarsi, per spiegare al mondo le sue ragioni, per legittimare le sue azioni difensive e politiche. Oggi penso di capire. È inutile spiegare: il mondo vuole un Popolo ebraico martorizzato, sconfitto, vuole che il Popolo ebraico ammetta una volta per tutte di aver sbagliato per tremila anni, perché la diversità è inammissibile, perché per accettare il diverso si ha bisogno di spiritualità e nobiltà d’animo. Per poter accettare ed apprezzare la cultura e la Fede di un Popolo diverso si ha bisogno di apertura mentale, di fantasia, di creatività e di immaginazione, di umanità e tutte queste, purtroppo, sono peculiarità rare. Io, membro di un kibbuz di frontiera, insegnante in cinque scuole della Galilea, con 280 alunni a settimana, tra i quali Drusi, Cerkessi, Arabi, anziani pionieri che hanno prosciugato le paludi della Hula e giovani emarginati scacciati da tutte le scuole… io ho creduto, sperato, lottato affinché si creasse uno stato Palestinese accanto a noi. Ho visto la loro sofferenza, ho teso la mano per stringere la loro e ho porto l’orecchio per ascoltare. Ho letto la loro letteratura, ho ascoltato i loro canti, mi sono immedesimata nelle loro sofferenze: forse perché ogni Venerdi Sera, durante il Kiddush, ci si ricorda della nostra schiavitù in Egitto, forse perche Rabbi Hillel insegnò che l’Ebraismo in poche parole è «Ama il prossimo tuo come te stesso». Forse perché il mio essere un’ebrea di sinistra comporta aver frequentato un movimento giovanile nel quale gli Ideali si vivevano sulla pelle, senza ipocrisia, con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le forze. Senza riserve. Ho sempre creduto fermamente che al mondo ci sia posto per tutti, per chiunque voglia partecipare, rendersi utile, per chiunque voglia cambiare, guarire, migliorare, costruire, creare. Così vivo nella mia casa in Galilea, col mio compagno e i miei quattro figli. La porta aperta a qualunque ospite. Ora non so bene cosa stia succedendo intorno a noi, non so bene da dove ci venga questa forza per continuare come se nulla fosse a preparare gli spettacoli di fine anno, a fissare date di nozze, a dare alla luce bambini, ad allestire mostre, ad aprire Università. Non so di che pasta siamo fatti qui, non so cosa sia questa sorta di fuoco che ci anima, ci lega a questa Terra, ci sussurra «andrà bene», ci sono stati Amalek, Nabuccodonossor, Tito. Anche questa volta non riusciranno ad annientarci. Perché è impossibile pensare di annientare un Popolo, cancellarlo dalla faccia della terra. È un pensiero stupido, presuntuoso, generato dal desiderio di potere e dall’odio e tutto ciò che è generato dall’odio è destinato a sparire. L’odio genera distruzione. Non lascia posto alla speranza, alla creatività. Nelle nostre case e nelle nostre scuole si insegna ad amare la propria Terra, si educa al rispetto e all’accettazione degli altri, tutti senza distinzione, a patto che essi accettino noi, che ci rispettino, che ci diano la possibilità di esprimerci, di dialogare, di vivere. È un periodo difficile. Siamo minacciati da ogni lato. Che Dio ci dia la forza di continuare ad essere chi siamo!
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