Che spettacolo!
Cos’è la verità? Già, cos’è? C’è qualcosa di più assurdo che la risposta a un problema che non si pone? Da Ponzio Pilato in avanti, sentendosi pressati da ben altri problemi (putacaso di potere, di denaro, di gloria) gli intellettuali sono diventati dei campioni di domande scettiche, cioè assurde. Però c’è quel Walter Benjamin, quel sociologo e critico d’arte ebreo tedesco, morto suicida per sfuggire ai nazisti, che a un certo punto dice: «la verità è la morte dell’intenzione», «la natura stessa della verità al cospetto della quale anche il più puro fuoco della ricerca si spegne come sott’acqua!». Si capisce perché agli occhi degli spiriti moderni – anche di quelli meno scettici – questo Benjamin risulti incomprensibile. La verità, ammesso che esista, non è forse il risultato finale di un processo di pensiero, di un’inchiesta, di una ricognizione? è difficile immaginare con Dante che «intenderla non può chi non la prova»; o con la Arendt che «il pensiero inizia quando un’esperienza di verità colpisce nel segno».
Che c’entrano Morpurgoe Spencer con CL?
è la sera del 2 febbraio, conferenza organizzata dal Centro Culturale di Milano e da Rcs Rizzoli. Nell’auditorium di largo Mahler sono presenti circa mille e cento persone (contate). Si discute di un libro. E forse più di un libro se, come succede, a raccontare la loro personale lettura di un personalissimo volume sul cattolicesimo (Luigi Giussani, Perché la Chiesa, Rizzoli) ci sono due relatori che con la Chiesa cattolica non c’entrano nulla. Coincidenza vuole, riferisce il presentatore della serata, l’avvocato Giuseppe Zola, che corrano anche i cinquant’anni dalla nascita di un movimento che va sotto il nome di «Gioventù Studentesca prima, di Comunione e Liberazione poi. Movimento che inizia nella ragione che sostiene i passi di don Giussani nel salire per la prima volta i gradini del liceo Berchet, anno 1954, e che si manifesterà nelle ore di religione e nell’incontro con alcuni ragazzi che daranno origine a una storia che ha coinvolto migliaia di persone e che oggi è diffusa in 70 paesi del mondo». Un’avventura poetica, secondo il cardinale Joseph Ratzinger, giacché, ha scritto il cardinale, «nell’itinerario del fondatore di Comunione e Liberazione troviamo l’intero dramma del secolo appena trascorso: la lotta tra fede e irreligiosità, in cui Goethe ha indicato il tema reale di tutta la storia del mondo». Parola di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Cioè il custode dell’ortodossia cattolica. Ma sentite qualche riflessione del primo relatore della serata, l’avvocato Claudio Morpurgo, vicepresidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Sentite la logica dell’intervento del secondo relatore, il professor Archie Spencer, teologo protestante canadese, ministro battista, titolare della Cattedra di Teologia presso l’Associated Canadian Teological School e la Trinity West University di Langley. Sentite l’acqua e il fuoco a cui allude Benjamin.
The show must go on
Claudio Morpurgo: «Vi dico in tutta sincerità che è davvero curiosa la vita: se qualcuno mi avesse detto soltanto qualche anno fa che avrei presentato un libro dal titolo Perché la Chiesa non ci avrei quanto meno potuto credere. Perché io sono un ebreo che ha fatto una scelta di campo ben precisa, che nasce dal riconoscimento dell’appartenenza ad una tradizione religiosa originale. Non faccio compromessi sulla mia identità: non mi nascondo, vivo a testa alta, senza paura e con orgoglio, ovunque mi trovi e con chiunque io mi trovi. Chi mi conosce sa a cosa mi riferisco: sono ebreo, sempre e comunque. Non credo neanche nell’ecumenismo di facciata, quello fatto di sorrisi, di strette di mano, di preghiere comuni che non permettono di capire neanche perché si prega; non credo in quell’ecumenismo in cui ci si loda a vicenda solo perché è politicamente corretto, solo perché fa tendenza. Sinceramente lo trovo inutile e lo trovo falso: non mi interessa, che lo facciano altri. Comunque sono qui oggi a presentare un libro intitolato Perché la Chiesa. Questo è un dato di fatto e, credetemi, non è una contraddizione e non è un caso, perché avviene nell’ambito di un percorso che ho iniziato tanti anni fa. All’epoca ero un giovane studente con il problema del servizio militare; scelsi la strada dell’obiezione di coscienza come molti. Un giorno fui convocato presso il Distretto militare di Milano, dove un buffo maresciallo mi disse: “Lei è stato destinato a Comunione e Liberazione”. La mia espressione, vi dico sinceramente, sul momento non doveva essere propriamente felice, al punto che questo maresciallo umanamente mi disse: “Stai tranquillo, sei stato fortunato”. Ma io continuavo a non capire ed ero sempre più seccato. Allora gli dissi distrattamente: “Ma perché mai dovrei essere fortunato?”, e lui mi rispose: “è un bel posto, sai. Sai che cos’è Comunione e Liberazione?”, e io continuavo a tacere imbufalito. Lui aggiunse: “Ti divertirai: quella è gente dello spettacolo”… Da quel giorno sono passati quasi dieci anni, ho avuto modo di conoscere una realtà straordinaria, quella di Comunione e Liberazione, fatta di fede vissuta, di solidarietà, di opere, soprattutto di fede che si fa azione ed entra quotidianamente in relazione con il mondo, modificandolo e cercando di migliorarlo. Per questo sono qui oggi, da ebreo, da amico e da fratello».
La santità? è resistenza attiva all’omologazione
«Nel mondo di dolore, di nichilismo, di compromesso, in cui viviamo, Luigi Giussani chiama al coraggio, alla responsabilità e all’azione. Per me è un maestro che parla all’uomo, un maestro che parla ad ogni uomo che ha davanti: ne rispetta la specificità, l’individualità, l’originalità.
Don Giussani parla all’uomo che incontra dicendogli di andare in fondo a se stesso. Una piccola storia ebraica narra di un grande rabbino che nel momento della morte disse: “Nel mondo a venire non mi si chiederà: ‘Perché non sei stato come Abramo?’, non mi si chiederà: ‘Perché non sei diventato Mosè?’, ma mi si chiederà: ‘Perché non sei stato te stesso?’”. è una voce profetica quella di don Giussani, una voce rivoluzionaria, provocatoria, controtendenza. L’uomo oggi è sottoposto ad ogni tipo di schiavitù, il modello di santità proposto da don Giussani rappresenta una forma di riscatto e di liberazione (comunione e liberazione) totale, una linea di resistenza attiva. Anche in questo siamo in sintonia: in una società che rifiuta le appartenenze, che le ghettizza, in una società che preferisce non essere, non caratterizzarsi, ogni comunità, ogni popolo ben cosciente della sua storia, forte nella sua identità, impegnato nello studio e nella pratica della tradizione, è un bene inestimabile. Non a caso la forma comunitaria che è alla base di Comunione e Liberazione, ma anche del mondo ebraico, è la cellula sociale più prossima ai bisogni dell’uomo, più vicina alla dimensione naturale della famiglia (oggi tanto minacciata), e costituisce – a mio avviso – la struttura fondante di una nuova società, di identità realizzate e di autentica multiculturalità.
La Torah insegna come una società in cui è venuta meno la possibilità di comunicare sia destinata alla distruzione. Nella storia della Torre di Babele, che tutti conoscono, gli uomini che tentano di raggiungere il cielo elevandosi verticalmente sono puniti con la confusione delle lingue. I motivi del fallimento di una società come quella della Torre di Babele vanno ricercati nel fatto che in quella società non solo tutti parlavano la stessa lingua, ma usavano anche le stesse espressioni. Tale società aspira a crescere verticalmente come una nuova Torre di Babele, producendo modelli di dominio e prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Ecco, contro una società del nulla, dell’incomunicabilità, siamo chiamati all’azione comune, proprio basata sulla diversità. Tanti auguri a Comunione e Liberazione, e sappiate una cosa, col cuore: che “a fare spettacolo” non siete più soli».
Bambini ed elefanti
Chi scrive si è imbattuto nel teologo Archie Spencer qualche sera prima della sua conferenza, a cena, con altri amici. Nel mezzo di un dialogo fitto fitto, il nostro pastore battista se n’era uscito con questa battuta: «Quello che mi colpisce di più del pensiero di don Giussani è quello che diceva Sant’Agostino del Vangelo di Giovanni: è un lago dove ci si possono pucciare i bambini e nuotare gli elefanti». Della sua conferenza, in attesa di leggerne gli atti che ne darà Tracce (rivista ufficale di Cl), restano sul notes i titoli dei passaggi salienti. «C’è una domanda a cui vorrei dare una risposta questa sera, ed è la seguente: come teologo protestante settario cosa posso veramente ottenere dall’incontro con don Giussani? Qual è il mio guadagno, il mio vantaggio da questa ecclesiologia cattolica? Ebbene, un po’ come il mio amico ebreo, se mi fosse stato chiesto qualche anno fa di presentare un libro così, avrei detto: “No, non sono pazzo, sicuramente non lo farò mai”. Però è vero che sono qui questa sera, ed è vero che ci sono quattro cose fondamentali che noi possiamo imparare da don Giusani, proprio come protestanti. Prima di tutto la sua critica del soggettivismo protestante; secondo la sua idea di “tradizione vivente”; terzo, la sua “antropologia cristologica ecclesiologica”. Quarto, la “natura dell’esperienza religiosa”. Don Giussani ci ha condotto all’interno di un punto di vista nuovo, ecclesiale, a un nuovo contatto con Cristo. E ci ha messi davanti a noi stessi. Per questo motivo, tutti, protestanti, cattolici, ebrei, chiunque abbia a cuore la verità dovrebbe leggere questo libro».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!