Che strana coppia

Di Persico Roberto
31 Agosto 2006

«Quel che caratterizza oggi la mia vita è l’uso della prima persona singolare. Non posso più dire “noi” come lo dicevamo allora. Adesso dico solo “io”». Parola di Andrea Marcenaro, prestigiosa firma del Foglio. È seduto nel giardino della sua casa di campagna, bassa Maremma, un po’ di vigna e qualche filare di ulivi. Ci offre una bottiglia di Morellino di Scansano. Gli raccontiamo della “svolta” di Riccione del ’76. Lui era in Sicilia con Mauro Rostagno, «a fare il rivoluzionario di professione»; mentre Sofri, annunciando l’uscita da Lotta Continua, ne decretava di fatto lo scioglimento. «Da allora abbiamo dovuto ricominciare a vivere ciascuno per conto proprio. Oggi non riesco più a pensare a un cambiamento “per gli altri”; posso solo pensare a un cambiamento per me, per i pochi che mi stanno intorno. Poi sta tutto al gioco delle libertà». Guarda a quel passato con «tenerezza», ma senza «nostalgia». Ricorda quando dovette decidere se stare con quelli disposti a sparare nella schiena a un nemico di classe oppure no. Decise per il no. Per ragioni non del tutto esprimibili a parole, ma che «ho imparato a chiamare “radici cristiane”» (anche se, dice, «non ho la fede»). Rivendica il ruolo di Lotta continua – il giornale diretto da lui, Gad Lerner ed Enrico Deaglio – nell’isolare il terrorismo. è rimasto solo? «No. Sono rimasti dei rapporti. A Deaglio e Lerner continuo a voler bene, anche se non condivido più nulla di quello che fanno. Ci sono i figli, i nipoti: una generazione senza padri, a cui dobbiamo tornare a trasmettere ragioni per vivere. Ci sono dei maestri: Sofri, Ferrara sono maestri perché riescono a dire in modo più chiaro, più sintetico, più incisivo quel che penso anch’io. Per questo sto con Ferrara al Foglio».
«Io invece le posizioni del Foglio non le condivido proprio», gli fa da controcanto Franca Fossati, compagna di una vita. Negli anni Sessanta fu a lungo in Gioventù Studentesca. «Un’occasione per uscire da un certo conformismo borghese, per fare i conti con le grandi questioni esistenziali, per aprirsi agli altri; a un certo punto tra questi “altri” hanno cominciato a entrare operai, immigrati, sfruttati: non ho percepito una rottura nel passaggio da Gs alla sinistra». Anche per lei, poi, un lungo periodo di militanza. Quindi qualche scelta difficile: la famiglia, il figlio, la diminuzione dell’impegno. Tanto più sofferta per lei, appassionata dei diritti delle donne. «Ma qualcosa mi pare che abbiamo fatto. Che una donna studi, lavori, pensi con la sua testa ormai è diventato normale». E adesso? «Adesso sono approdata alla “riduzione del danno”: mi sembra già molto se riusciamo a limitare un po’ il male che gli uomini si fanno l’un l’altro. Per questo non sono d’accordo con le “battaglie di civiltà” del Foglio o di Tempi. Non possiamo esasperare lo scontro, non dobbiamo confondere i fondamentalisti con la massa dei musulmani che vogliono vivere in pace».
Andrea le fa un gesto di tenerezza, insieme giocano con la nipotina, Giulia, un anno appena compiuto. Ultima domanda: cosa dirai adesso a lei che cresce? La risposta di Franca suona un po’ impacciata. Ma lo sguardo sulla piccola dice più delle parole. Ogni nascita rinnova il miracolo del dare inizio, suggerirebbe la Arendt.

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