Chi ben comincia…
Non è l’ultimo di Umberto Eco. È il primo libro di Giovanni Donna d’Oldenico, Polvere (Torino, Effatà, 2000, £. 29.000, info: 0121.353452) che del postmoderno, per dir così, se ne sbatte. Con l’ingenuità un po’ sabarazzina dell’esordiente che scrive un libro perché ha qualcosa da raccontare, Donna si cimenta in un’impresa che qualsiasi critico letterario gli avrebbe sconsigliato: un romanzo storicamente contestualizzato sulla lotta tra il bene e il male e sull’eucarestia. Forse perché Donna non è un esperto del mestiere, il suo libro evita molti dei rischi che ha corso e propone una storia avvincente, drammatica e perciò umana, proprio perché attraversata dal mistero; mistero che ben si precisa e s’infittisce nel nome che lo identifica: Gesù Cristo. E anche questo è assai poco postmoderno. La storia si svolge in un minuscolo paesino non meglio precisato nell’inquieto XVII secolo. A causa forse di una prolungata siccità (che costituisce un efficace filo narrativo) i signori locali improvvisamente scompaiono, lasciando il posto, poco dopo, a nuovi signori che in breve rivitalizzano le speranze del popolo, smarrito e provato dalla carestia che lo affligge. Solo che, ben presto, anzi, per alcuni, da subito, quel nuovo assetto di potere si fa inquietante e non tarderà a svelare il suo vero volto. Bernardo, Agnese, Carlotta insieme a Pietro, Anna e al buon parroco, divengono così protagonisti involontari di una lotta di liberazione che innescano quasi inconsapevolmente e nella quale si ritrovano attori prima ancora di averlo deciso. Come in tutte le lotte per la libertà, non mancano i tradimenti, i colpi di scena e il sangue sparso. Non mancano anche alcune incertezze narrative e forse un errore di impostazione del secondo capitolo che interrompe la tensione del primo. Ma ciò che nel racconto via via si impone è l’impressione che di quella lotta anche noi che leggiamo siamo in qualche modo protagonisti. Se poi talvolta l’autore sembra lasciare spazio a indugi sentimentali, l’impressione viene improvvisamente cancellata da guizzi d’umanità che costringono il lettore a prenderla sul serio, quella storia. Come per esempio l’improvvisa replica del signor Conte a frate Luciano, che mette a posto un antico contenzioso, su chi siano cioè i buoni e i cattivi: “Il mio cuore non è affatto buono. È cattivo quanto il tuo. È la tua intelligenza che offendi, frate, tenendo dietro al tuo pregiudizio. Se io fossi come te, adesso sai che cosa dovrei dirti? Che non ti accontenti dei privilegi che già hai, e ne vorresti uno in più: quello di diventare santo. E ti sbagli, bello mio! Se il mio cuore è cattivo come il tuo, allora io come te sono chiamato a diventare santo, io, che ho beni, che ho famiglia, che conduco la mia vita nel mondo. Non ti dimenticare che chi ha venduto Cristo per trenta denari è stato un apostolo; mentre il primo santo è un ladrone, messo a morte in croce accanto a Gesù per i suoi delitti” (p. 298). Sarà poco postmoderno, però è vero.
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