Chi c’era a Milano? La nuova sinistra o i vecchi littorali?
Settimana scorsa, alla vigilia dell’apoteosi manettara di Milano, ci è capitato di incrociare Stefania Ariosto, in studio con noi, ospiti del salottino televisivo di Daniele Vimercati su Telelombardia. L’ex stellina del firmamento berlusconiano, diventata professionista d’accusa, se ne stava nella solita compagnia degli indignati speciali Veltri e Travaglio e, a dire il vero, non era allegra come la si può immaginare allegra una che dice di aver spezzato il legame di omertà e familismo con un’associazione a delinquere. In una pausa dell’accalorata discussione che la vedeva un po’ in disparte, la signorina ci fa segno di avvicinarci e ci mostra il diario in cui conserva come una reliquia il profilo stentoreo di un Benito Mussolini stampato su un quadretto di seta: «Vedi che è una bugia questa storia della giustizia strumento della sinistra?». Dopo quanto si è visto a Milano si dovrebbe dire che aveva proprio ragione la bella, un po’ sfiorita, Stefania. Cosa c’entra con la sinistra, il movimento operaio, la socialdemocrazia, l’occhio un po’ torvo di coloro che sull’odio antiberlusconiano (e il malcelato rancore per il popolo che lo ha plebiscitato nonostante il purissimo accanimento giustizialista), s’inebriano all’idea di aver posto le basi del partito combattente per la legalità? Cosa c’entra con la sinistra la furia iconoclasta di un pugno di giudici e di una folla propensa a scambiare la propria invidia sociale con una speciale forma di indignazione che vorrebbe fosse chiamata coraggio civico, senso dello Stato, rivoluzione degli onesti? Cosa c’entra con la sinistra questo sodalizio arlecchino tra il compiaciuto pensionando FS Borrelli, il qualunquista di destra Massimo Fini, l’ex repubblichino ed ex filo brigatista Dario Fo, il monaco Guerritore ex presidente Rai Zaccaria, il tenente Mendoza Mussi, il piccolo peron di Montenero di Bisaccia Di Pietro, il nobile mozzaorecchi romano Flores D’Arcais? Nulla, se non fosse che in questa famigliola di fan che hanno in dispregio i Rutelli e i D’Alema, pure si catalizza il metallo falso, ma pesante, di una sinistra che, dopo aver condotto per un buon decennio la politica nei tribunali, seminando veleno ai quattro venti, ora ne raccoglie i frutti tempestosi. E, aggiungiamo noi, pericolosi perché non soltanto minacciano la possibilità che si ricrei una opposizione politica forte e responsabile, ma perché in essi vi si mescola sia la sfiducia nella democrazia, sia il disprezzo del Parlamento eletto dal popolo. Un macedonia che punta a trascinare l’opposizione verso la deriva massimamente impolitica del moralismo e dell’indignazione retorica. Arnesi, questi ultimi, che ovviamente non possono essere adoperati nella difficile arte di governare un Paese, ma che però possono essere assai efficaci nel disfarlo, specie se impugnati da quei tanti mazzieri della demagogia che stanno ben protetti nel circuito giudiziario-mediatico e che sanno bene come utilizzarli per fomentare spallate di piazza. Dunque? Probabilmente ha proprio ragione la Ariosto e ci siamo sbagliati noi, noi che abbiamo qualificato certi giudici come giacobini e tutta la sinistra che li ha sostenuti come libertari garibaldini. Così adesso forse sarà meglio starci attenti tutti a questa bell’arietta qualunquistica che vorrebbe imbarcare la sinistra nella marcia su Roma delle toghe nere.
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