A chi giova dare i voti alle scuole se poi non si può conoscere la classifica?
La relazione annuale del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, dedica un capitolo all’istruzione e ai «circoli viziosi che la penalizzano». Tra questi «il ritardo nello sviluppo di un efficace sistema di valutazione delle scuole». Un sistema efficace dovrebbe raccogliere dati sulla qualità di ogni scuola e comunicarli. A chi? All’autorità politica, perché adotti le misure necessarie; alle scuole, perché migliorino l’offerta; alle famiglie, perché possano esercitare la libertà di educazione e, segnatamente, di scelta della scuola per i figli. La prima condizione di efficacia è che i dati provengano da ogni scuola. Se raccolti solo a campione, sono utili all’autorità centrale, ma non coinvolgono le scuole e le famiglie. La seconda condizione è la pubblicità dei dati. Se, una volta raccolti, vengono sequestrati dall’autorità centrale, quasi fossero proprietà privata, oppure se vengono comunicati alle scuole, ma “secretati” scuola per scuola, allora l’opinione pubblica e le famiglie sono escluse. La decisione di secretarli fu presa dal ministro Moratti, che pure ha il merito di aver introdotto la valutazione esterna scuola per scuola. L’amministrazione ministeriale temeva che si vedesse ciò che Mario Draghi denuncia: il divario territoriale dell’offerta formativa del sistema pubblico nazionale.
A dispetto del forte centralismo burocratico, della retorica statalistico-egualitaristica, del valore legale del titolo di studio, le differenze territoriali si sono aggravate. A loro volta, la sinistra e i sindacati paventano ciò che ha già permesso Tony Blair: graduatorie nazionali di qualità tra le scuole e libere scelte delle scuole migliori da parte delle famiglie. Il che contraddice il dogma dello statalismo sinistro-laico-cattolico, secondo il quale la famiglia non è in grado di operare scelte educative per i propri figli. Lo hanno dichiarato solennemente Prodi prima delle elezioni e Fioroni alla Commissione istruzione della Camera, quando ha denunciato i rischi della «privatizzazione familistica del curriculum». Anche Fioroni ha ceduto alla pressione ministeriale e a quella politico-sindacale, riconfermando la secretazione. Il che ha finito per restringere la raccolta dati a un campionamento statistico che non interpella le singole scuole e a farne una gestione clandestina, alla larga dall’opinione pubblica, degli studiosi, delle famiglie. Un passo avanti e due indietro: anche l’Invalsi si avvia a diventare un ente inutile.
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