Chi ha incastrato Roger Aznar?
No, non fu vera gloria quella di Zapatero. La cui incredibile fortuna elettorale – che naturalmente nessuno si sogna di mettere in discussione – sarebbe stata costruita sull’inganno e sulla manipolazione dell’opinione pubblica. Il quotidiano spagnolo El Mundo sta conducendo una battaglia per far emergere tutti los agujeros negros, i lati oscuri, delle stragi spagnole dell’11 marzo. E lo fa con un dossier che punta l’indice accusatorio su alcuni settori “socialisti” dei servizi segreti spagnoli (Cni), che nelle ore successive alle stragi di Madrid avrebbero compiuto depistaggi, occultato dati e trafugato informazioni riservate. Così almeno sostiene l’accusa contenuta nell’inchiesta di Fernando Mugica, la penna più affilata di El Mundo, il cui dossier andrà agli atti della Comissione di inchiesta sull’11 marzo istituita dal Parlamento spagnolo.
La pista Eta per l’11 marzo? Obbligata
Secondo il dossier di El Mundo, sono tre gli elementi che spingono il governo a cadere nella trappola della strenua difesa della pista Eta. Il primo. Stando a indiscrezioni raccolte da El Mundo negli ambienti dei servizi di sicurezza spagnoli, proprio alla vigilia delle elezioni il premier José Maria Aznar stava per sferrare l’attacco finale al terrorismo indipendentista. Individuati da tempo gli ultimi capi e covi del terrorismo basco, l’operazione di cattura dell’intera “cupola” dell’Eta doveva essere servita all’opinione pubblica nelle ultime ore di campagna elettorale. Il blitz sarebbe dovuto scattare venerdì 12 marzo, alla vigilia del sabato “di riflessione”, giusto per confermare gli elettori dell’affidabilità. Questa è la prima ragione per cui il governo Aznar si butta immediatamente sulla pista Eta, interpretando la strage dell’11 marzo come possibile replica stragista al previsto blitz antiterrorista, blitz di cui la cupola dell’Eta avrebbe potuto essere stata informata da suoi fiancheggiatori nel cuore dello Stato.
Secondo elemento. Fonti dell’intelligence iberica avevano segnalato il rischio di attentati in concomitanza con il giorno del voto. In particolare si temevano attacchi ai treni e alle stazioni. Anche a questo riguardo la minaccia aveva una traccia chiara e, ancora una volta, questa traccia portava all’Eta. Portava cioè ad attacchi come quelli sventati con l’arresto di due giovani baschi, Irkus Badillo e Gorka Vidal, che il 28 febbraio erano stati fermati mentre trasportavano su un furgoncino 500 chilogrammi di esplosivo e che durante i successivi interrogatori confessarono che già in concomitanza con le feste natalizie avevano tentato di collocare per conto dell’Eta dodici zaini imbottiti di esplosivo all’interno della stazione Baqueira Beret.
Lo strano equivoco dell’esplosivo
Il terzo elemento che sospinge il governo nella trappola della pista Eta sembra invece una tipica “polpetta avvelenata”, cucinata dagli avversari politici di Aznar all’interno dei servizi segreti spagnoli e servita nelle primissime ore successive le stragi dell’11 marzo. Secondo la ricostruzione di El Mundo, succede che mentre Madrid precipita nel caos, lo sconcerto regna nei palazzi del potere e il governo è costretto a far fronte a voci e sospetti incontrollati, «in una telefonata in viva voce» a una riunione ai vertici dei servizi di sicurezza, uno degli inquirenti avrebbe detto che l’esplosivo usato dai terroristi era senz’altro “Titadina”, ovvero l’esplosivo solitamente utilizzato dall’Eta (mentre il giorno successivo si saprà che l’esplosivo usato è il Goma 2). Sono questi tre elementi che traggono in inganno il governo. E non solo il governo, se è vero, come è vero, che perfino il governatore basco Ibarretxe, la mattina dell’11 marzo pronuncia un durissimo discorso di condanna dell’Eta, ritenendola responsabile degli attentati di Madrid.
Ma torniamo a quel giovedì di sangue dell’11 marzo. Nelle tre stazioni di Madrid undici bombe esplodono quasi in contemporanea tra le 7,50 e le 8 del mattino. In pochi istanti la notizia fa il giro del mondo e l’opinione pubblica è informata della gravità e del gran numero di vittime (alla fine saranno 190 e migliaia i feriti) dell’attentato. La domanda che sorge spontanea è: come mai, pur essendo stata subito accusata dal governo Aznar, l’Eta resta in silenzio? A prendere le difese dei terroristi baschi ci penserà, due ore dopo la strage, Arnaldo Otegi, portavoce del braccio politico dell’Eta, che dichiara alla radio basca Herri Irratia: «La prima cosa che mi viene in mente è che l’attentato c’entra con la presenza di forze di occupazione dello stato spagnolo in Irak, penso che si tratti di un’azione degli ambienti della resistenza irakena». «Il problema – osserva El Mundo – è che Otegi mente». Prova ne è la telefonata intercorsa verso mezzogiorno – dunque due ore dopo le dichiarazioni di Otegi a discolpa dell’Eta – tra lo stesso portavoce del braccio politico dell’Eta e un misterioso interlocutore. In questa conversazione, che sarebbe stata intercettata e registrata dai servizi segreti, Otegi si mostra stupito e sconcertato dell’accaduto: «Se qualcuno (dell’Eta, ndr) salta su e rivendica questa roba, è finita per noi. Devo saperlo al più presto, perché se è così non posso dirlo al mio popolo. Devo smarcarmi quanto prima, devo saperlo».
Di nuovo: perché l’Eta continua a tacere, non si preoccupa di fornire nessuna prova della sua estraneità alla strage e si affida alla debole e ambigua difesa d’ufficio di Otegi, un riconosciuto fiancheggiatore del terrorismo basco a cui non crede nemmeno il governatore basco Ibarretxe?
Dunque: chi ha interesse che il governo perda tempo a inseguire i fantasmi dell’Eta? La stessa Eta. Ma perché?
Perché in quella fine mattinata dell’11 marzo, probabilmente non è soltanto Otegi che capisce la necessità di far passare il messaggio – vero o falso che sia – che «l’Eta non c’entra» con le stragi di Madrid? Forse è ragionevole supporre che, in quella fine mattinata di ultime ore di campagna elettorale, quel messaggio di aprioristica innocenza faccia comodo a tutti quei politici che da mesi hanno aperto un canale di dialogo con i terroristi baschi e che, qualche settimana prima dell’11 marzo, guidati dal leader di Esquerra republicana (l’estrema sinistra catalana) Josep-Luis Carod Rovira, avevano incontrato i capi dell’Eta per negoziare una tregua in Catalogna. C’è da meravigliarsi allora che solo a Barcellona le manifestazioni unitarie contro il terrorismo siano subito caratterizzate dalla denuncia della sinistra repubblicana che «Aznar mente, Aznar assassino»? Siamo ancora nel giovedì 11 marzo. Dovranno passare altre 48 ore prima che esploda la piazza. I partiti all’opposizione di Aznar come hanno giocato nelle 48 ore precedenti al voto le informazioni che possedevano sull’Eta? La versione ufficiale dice che il Psoe ha chiuso ufficialmente ogni comizio e campagna elettorale la sera del giovedì 11 marzo. La versione ufficiale dice che il sabato che ha cambiato il risultato delle elezioni spagnole è stato il frutto di un moto spontaneo delle masse, dice che il grande girotondo venne spontaneamente dal popolo degli sms e dei messaggi via Internet, dice che fu frutto della spontanea mobilitazione di tanta bella gioventù che voleva sapere la verità e che, spontaneamente, ha assediato le sedi di quel partito di governo, il Pp, che invece non voleva dirla, la verità (e chissà perché, non voleva dirla). Il buon senso avrebbe dovuto far sospettare che la vittoria di Zapatero avesse il sapore della manipolazione mediatica e, forse, anche del “golpino” di palazzo (Tempi lo scrisse subito). Oggi, l’inchiesta del Mundo ce lo conferma sostenendo il buon senso con i fatti.
Poliziotti socialisti
Quali fatti? Nell’inchiesta di El Mundo si documenta ad esempio come, fin dalle prime ore successive alle stragi, nel gruppo degli inquirenti che indaga sugli attentati è operativo un gruppo di poliziotti e agenti del Cni legati al partito socialista, che informa i dirigenti del Psoe di tutti i dettagli dell’inchiesta. Parallelamente, all’interno della Guardia Civil, si forma un gruppo di lavoro ermetico il cui compito è rallentare il più possibile il flusso di informazioni dirette ai servizi segreti. Tutti costoro collaborano a indirizzare il governo unicamente sulla pista dell’Eta. E mentre Aznar e il ministro degli Interni Miguel Angel Acebes vengono sospinti nella trappola, i dirigenti politici del Psoe hanno tutto il tempo di creare una strategia politica e mediatica per attaccare il governo. Che dire ad esempio del mistero del furgoncino bianco, marca Renault, apparso la mattina stessa dell’attentato ad Alcalà de Henares? Ad arrivare al furgoncino sospetto sono agenti della Guardia Civil. I quali, prima di informare i servizi segreti, informano della scoperta i dirigenti socialisti. Quindi, nella giornata dell’11 marzo, mentre il Psoe sa già del furgone e degli indizi che indicherebbero una pista differente da quella Eta, l’intelligence spagnola non può contemplare questo dato di fondamentale importanza nei dossier preparati per il governo – e declassificati nei giorni successivi alla strage – lasciando che Aznar continui a parlare della pista basca. Ancora più interessante è il fatto che al momento del suo rinvenimento ad Alcalà, sul furgoncino non si rilevano tracce di esplosivo. Che invece compare al terzo passaggio, cioè quando dopo essere stato trasferito da Alcalà alla sede della Brigata provinciale di Informazioni di Tacona de Moratalaz, il furgoncino giunge al Commissariato generale di polizia scientifica di Canillas, dove si scopre la presenza di una borsa con sette detonatori e una cassetta audio con registrati versetti del Corano. Secondo un veterano dell’intelligence sentito da El Mundo il caso del “furgone Renault” sarebbe sintomatico della “sindrome di Pollicino”, ovvero si ritrova la strada perché prima la si è segnata con i sassolini bianchi. In pratica una messa in scena. Nel furgoncino viene infatti trovata la cassetta in arabo – insieme ad altre di Placido Domingo! –, ma una volta fatto ascoltare il contenuto agli esperti arabi dei servizi cosa si scopre? Che il nastro, registrato in Arabia Saudita e interpretato vocalmente da un cantante professionista, contiene soltanto i versetti di iniziazione al Corano. Un po’ poco ortodosso per dei fanatici. Dice al Mundo una fonte dei servizi: «è un po’ come trovare un libretto del catechismo addosso a un guerrigliero dell’Ira». Però intanto l’impatto mediatico del “furgoncino” è devastante.
La falsa pista di Acebes
Ma ecco, per finire, il colpo di teatro: ovvero lo zainetto “transumante”, come viene definito da El Mundo. Si tratta infatti della famosa borsa non esplosa al cui interno vengono rinvenuti un panetto gelatinoso di esplosivo, un telefono cellulare, una batteria e la scheda del telefono stesso come dimostrato dalla foto rilanciata dall’emittente statunitense Abc.
La scheda del telefono porta gli investigatori sulle tracce di un uomo di origine gitana che l’avrebbe acquistato dal gestore mobile spagnolo Amena. Poi invece si scopre che la scheda è stata clonata e venduta da alcuni commercianti indiani nella loro ditta. A chi? Ma al già citato marocchino Jamal Zougam, residente nel popolare quartiere madrileno di Lavapiés, trafficante – tra l’altro – di schede clonate e conosciuto dalla polizia e dai servizi segreti di mezzo mondo. Riguardo la sua attività legata al gruppo Ansar al Islam parlava già una rogatoria francese inviata nel 2001: in quella occasione la polizia spagnola registrò il suo domicilio. Si tratta quindi di un uomo conosciuto, controllato, visto che il suo nome appariva anche nelle agende di Abu Dahdah, arrestato dal giudice Garzon in relazione alle stragi dell’11 settembre e ritenuto il responsabile della cellula spagnola di Al Qaeda. Tutte novità importanti, peccato che i servizi segreti stiano ancora seguendo la pista dell’Eta e ignorino tutte le novità e le “comparizioni” emerse nel frattempo. Siamo alla serata di venerdì 12 marzo, gli investigatori che stanno scandagliando l’ipotesi basca tirano un sospiro di sollievo e soddisfazione quando viene loro raccontato che è stata ritrovata una scheda telefonica nella borsa inesplosa e che la stessa è di fabbricazione francese. Credono che le tracce della scheda portino a San Juan de Luz, roccaforte dei terroristi baschi in terra francese: preso atto della situazione, gli uomini del Cni avvertono chi di dovere che la pista dell’Eta ha ripreso ad essere la più accreditata. Detto fatto, il ministro degli Interni, Acebes, compare in televisione per rilanciare con forza l’ipotesi basca, sicuro al cento per cento di essere in grado di dimostrare con i fatti la sua versione nel giro di poco tempo. Così non sarà. A mezzanotte di venerdì, quando sia il governo italiano che quello britannico comunicano a Madrid che secondo loro l’ipotesi dell’estremismo basco è la più credibile, si scopre che la scheda del telefonino non porta all’Eta ma a Zougam: la pista islamica passa prepotentemente in primo piano. E, casualmente, l’accaduto fa sfumare l’operazione – preparata per quella notte – di smantellamento della cupola dell’Eta. In quegli stessi istanti la giudice antiterrorismo francese Le Vert telefona a un’alta personalità del Psoe per avvertirla che gli esperti francesi scartano assolutamente l’ipotesi basca: fonti mai smentite riportano le dichiarazioni di un cameriere che, intento a servire ai tavoli di un noto ristorante, avrebbe visto l’esponente del Psoe chiudere la chiamata, ordinare una bottiglia dello champagne più costoso ed esclamare: «Abbiamo vinto le elezioni». Due ore e mezza più tardi, come confermano gli orari di alcune e-mail che cominciano magicamente a diffondersi via Internet, si propaga artatamente la voce che il governo starebbe mentendo riguardo ai reali responsabili della strage e iniziano gli assalti “spontanei” alle sede del Pp fomentati dai media del gruppo “Ser”, ovvero il quotidiano El Pais e le emittenti Tv di Cadena Ser, talmente scrupolose da aprire finestre informative in diretta sui cortei anche durante una trasmissione sportiva. Il resto è cronaca: Zapatero vince le elezioni, diventa nuovo premier spagnolo e come primo atto annuncia il ritiro delle truppe iberiche dall’Irak. Il “golpino” è compiuto, silenzioso e “democratico” come si conviene alle socialdemocrazie. La scorsa settimana il quotidiano la Repubblica osannava il governo Zapatero per la decisione di abbassare l’Iva su compact disc e libri, ergendo il “mister Bean” delle cancellerie europee a rango di statista dell’entertainment popolare. Come abbia conquistato il potere di rendere più economici i dischi, però non sembra interessare troppo.
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