CHI HA PAURA DI UN IRAK BALCANICO?

Di Tempi
27 Gennaio 2005
UN’IPOTESI POST VOTO DA NON SCARTARE PER IL PAESE MESOPOTAMICO

L’imminente scadenza elettorale irachena è circonfusa di commenti pessimisti, riconducibili essenzialmente a due grandi partiti: quello di chi dice che le elezioni non serviranno a fermare la deriva verso il caos, e quello di chi dice che le elezioni non faranno che consegnare l’Irak alla sfera d’influenza iraniana attraverso la prevista vittoria sciita. In entrambi i casi, derive che non sarebbero nell’interesse né degli iracheni, né degli americani che hanno voluto prima la caduta di Saddam Hussein e poi il processo elettorale.
Ragionamenti semplificatori. L’Irak non scivolerà nella sfera d’influenza dell’Iran per almeno due ragioni. La prima è che gli sciiti iracheni sono molto meno allineati a Tehran di quanto non si voglia far credere. Basti pensare che l’accusa di essere al servizio dell’Iran è l’insinuazione che i vari personaggi e partiti sciiti iracheni si lanciano l’un altro per delegittimarsi reciprocamente. La seconda è che sunniti e curdi non permetteranno mai un’egemonia sciita sull’Irak: i primi lo stanno dimostrando armi alla mano, i secondi sono pronti ad imboccare la stessa strada.
L’ipotesi più plausibile, allora, è quella che tutti – a parole – dicono di voler scongiurare: la frammentazione dell’Irak in tre tronconi etno-religiosi. Sarebbe questo un esito deleterio in assoluto? Certamente no. Tramontata l’ipotesi neoconservatrice di un Irak democratizzato, luce e faro per le nazioni del Medio Oriente, the best next thing, la seconda miglior opzione, è senz’altro un Irak balcanizzato, che non sarebbe mai più una minaccia per gli equilibri strategici della regione e per gli imperativi energetici degli Stati Uniti, dell’Occidente e del mondo intero. Mentre all’interno delle tre aree etno-religiose dinamiche democratiche potrebbero finalmente innescarsi proprio in forza della raggiunta omogeneità. Ma pochi oggi sono pronti ad ammettere questa imbarazzante prospettiva.

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