Chi ha smarrito il logos
Carlo Sini, classe 1933, è uno dei “grandi vecchi” – con tutto il valore che questa parola esprime – della filosofia italiana. Maestro del mondo laico, è sempre stato attento alle dimensioni religiose del pensiero. Ne ha ridato prova in un paio di libri recenti, Il gioco del silenzio e Sant’Agostino e la scrittura dell’interiorità, riflessione a due voci con il cattolico Giovanni Reale. «Il Papa a Ratisbona mi ha fatto venire in mente l’Edmund Husserl di La crisi delle scienze europee. Era il 1938, lui vedeva l’irrazionalismo trionfare nella cultura dell’epoca e si domandava come mai il grande slancio dell’illuminismo in favore della ragione fosse finito così; rispondeva che questa crisi dipendeva da un uso residuale della ragione, limitata al suo aspetto pratico, utilitaristico. La colpa dell’illuminismo era di non essere stato abbastanza razionale, di non aver puntato abbastanza sulla ragione».
In sintonia col richiamo del Papa a recuperare la dimensione più ampia della ragione, quella che avevano scoperto i greci.
Sì, ma con un nota bene. È vero che i greci hanno scoperto la ragione come capacità di cogliere verità universali, valide per tutti; ma a loro manca l’apertura all’infinito. Per loro l’idea di perfezione coincide con l’idea di cerchio, di sfera, di un ente concluso. L’infinito li spaventa. La conoscenza razionale è limitata alla condizione umana, al campo morale, della virtù, della saggezza. Ne restano esclusi il mondo naturale, che è irrazionale, e l’infinito, che è in-finito, cioè non finito, incompiuto, ovvero è im-perfetto e nella sua incompiutezza sfugge, come la natura, alla presa della ragione.
E quando entra l’apertura all’infinito nel pensiero europeo?
Con Agostino. È lui il primo uomo dell’infinito, il primo a cercare l’infinito nel finito. Che è il senso dell’incarnazione. Per questo nel Medioevo la scienza sarà coltivata soprattutto dagli agostiniani: perché il finito è segno dell’infinito, il mondo è segno di Dio, studiare la natura è una forma di itinerarium mentis in Deum, cammino alla ricerca di Dio attraverso il mondo. Anche Galileo scriverà che la natura è il libro di Dio. Certo, poi c’è il successo della tecnologia, fino ad arrivare a oggi, alla capacità di manipolare la realtà fino alle sue radici ultime, a ricreare la vita, forse. E di fronte a questi sviluppi non ci si può limitare a dire “no”, a porre un limite esterno. In base a che cosa? La tecnologia ha cambiato l’idea che abbiamo della vita e della natura, il nostro modo di pensare, non si può semplicemente dirle «fermati!». Occorre tornare a ripensare l’uomo, la natura, Dio stesso, recuperando e sorpassando il pensiero tecnologico. Occorre andare sempre più a fondo del mistero della realtà, se vuole. Attraverso la vita, perché la verità si manifesta nella vita, non si rinchiude in formule. Anni fa in un intervento al Meeting di Rimini, l’allora cardinal Ratzinger spiegò come mai la dottrina cristiana si evolve, cambia nel tempo: perché il tempo ci è dato per togliere alla Rivelazione i limiti che le impongono i nostri modi di pensare. Perché la Rivelazione supererà la nostra capacità di comprenderla e dirla: non finiremo mai di sapere cos’è. È un cammino in cui anche un laico si può ritrovare: una continua ricerca in cui la ragione è organica all’esperienza. La verità è esperienza: come diceva Nietzsche, il cristianesimo è un grande esperimento con la verità, e certamente l’esperimento non è compiuto.
È su questa ragione organica all’esperienza che, dice il Papa, diventa possibile un dialogo tra uomini di diverse religioni.
Certo. Anche qui però con una precisazione: non diamo per scontato che noi, e soltanto noi, sappiamo cosa sia questa ragione. Torno al mio amato Husserl, che sempre negli anni Trenta si domandava se la ragione greca (la prima che scopre il valore universale della verità) sia la ragione, o non sia piuttosto una sorta di “variante” europea, che deve fare i conti anche con le altre “varianti”, indiana, cinese eccetera. Questo non vuol dire negare il valore delle conquiste della ragione occidentale; vuol dire non pensare che siano necessariamente più vere di quelle di altri mondi. Forse che il nostro pensiero, solo perché si fonda sulla scrittura, è inevitabilmente più vero di quello delle culture fondate sull’oralità?
Un dubbio, il suo, che oggi si pone anche più chiaramente, dal momento che anche nel mondo occidentale, ormai, la scrittura sembra perdere terreno davanti all’avanzata dell’immagine.
Sì, perfino in università arrivano studenti che faticano a comprendere il testo più semplice. A volte perdo la pazienza, ma è inutile: stiamo uscendo dalla cultura del libro, stiamo entrando in un’epoca nuova, diversa dalla nostra come l’epoca della scrittura è stata diversa da quella dell’oralità. E noi siamo chiamati a trasmettere ai giovani quel che di vero abbiamo imparato in maniera adeguata alle modalità odierne di vita e di pensiero. Certo, esprimere vecchi valori in forme che non conosciamo è un rischio; ma quel che c’è di vero nell’involucro sopravviverà anche nel nuovo mondo.
La tecnologia iniziata con Agostino, però, oggi è arrivata a proporre la creazione di ibridi uomo-animale.
In questo campo bisogna sempre essere molto cauti. Distinguere le proposte serie di ricerca dalle sparate che servono solo ad attirare pubblicità e soldi, fare attenzione all’alleanza perversa che si può creare tra una scienza e un capitalismo senza scrupoli che hanno bisogno di operare nella disinformazione. Qualche limitazione a questa follia va posta; allora ben venga Ratzinger che, anche se propone un mondo che posso non condividere in toto, in nome di questo chiede che siano posti paletti che salvaguardino l’umanità degli uomini.
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