Chi è l’uomo perché io lo curi?
Egregio Direttore, la lettura dell’intervista al Professor Vittorio Staudacher su Il Giornale e della sua risposta dalle pagine di Tempi è stata per me e per il mio gruppo un’occasione per riflettere sull’esperienza del nostro lavoro di chirurghi in un grande ospedale milanese. La scorsa settimana, prima di effettuare un intervento di chirurgia “estrema” su una paziente plurioperata, mi sono intrattenuto con lei per comunicarle quello che avrei tentato di fare, l’incertezza e i rischi legati all’operazione. Improvvisamente la paziente, chiedendomi di fare il possibile, ha fatto esplodere il suo profondo desiderio di vita, quasi gridando “non voglio morire!”. L’uomo chiede di non morire. Ma il massimo che noi possiamo ottenere è di rinviarne la morte. C’è una drammatica provvisiorietà in tutto quello che facciamo. “Non voglio morire” esprime un desiderio eterno, molto più grande. Un desiderio di assoluto, di salvezza totale, anche se viene posto in una contingenza particolare, la malattia, che diventa occasione di domanda.
Al di là della provvisorietà
Per rispondere occorre la coscienza della provvisorietà ma anche il riconoscimento che il desiderio va al di là di questa provvisorietà. Come si fa a non limitare la portata del desiderio di fronte alla provvisorietà? Come si fa a non ridimensionarlo alla misura di ciò che è ottenibile, magari della possibilità che l’operazione abbia successo e che la malattia possa essere sconfitta? È giusto accontentarsi di ciò che può essere appagato; ma visto che il desiderio è tutto, può essere appagato tutto? Ci può essere una speranza di appagamento della totalità del desiderio? Perché sia possibile occorre avere la percezione che il Mistero stesso che sovrasta tutte le cose si prende cura di noi. «Chi è l’uomo perché tu te ne curi?» (Salmo 8). Senza l’esperienza di questa cura non è possibile la speranza. All’interno di questa esperienza prende corpo il valore assoluto dell’uomo, chirurgo o ammalato che sia, e la possibilità che il suo desiderio di totalità abbia una risposta. Il particolare della provvisorietà della contingenza porta in sé un dolore, però il riconoscimento della precarietà apre alla domanda che la pienezza sia possibile e appagata. La provvisorietà impedisce al chirurgo di sentirsi “padrone della vita e della morte”, ma il fatto che ci sia una speranza lo rilancia nella battaglia contro il limite del paziente e quello suo, di chirurgo e dei suoi collaboratori. Soffro per il limite e l’imperfezione mia e degli altri, ma non mi rassegno. Non ci si può rassegnare, bisogna continuare a imparare la cura migliore per gli ammalati, utilizzare gli strumenti che si hanno a disposizione e tutta l’innovazione tecnologica che il progresso fornisce. Occorre mettersi in gioco, confrontarsi tra professionisti, lavorare con altri specialisti per offrire il massimo della competenza, creare una scuola per garantire ai collaboratori più giovani un’educazione pari alla grandezza della questione. Tutto questo con la coscienza ultima di un’inadeguatezza, liberi dalla presunzione di onnipotenza.
L’alleanza chirurgo-paziente
Proprio oggi inauguro presso il mio ospedale la quinta edizione di un congresso nazionale di chirurgia che mi piace chiamare “incontro”. “Incontro di tecnica e tecnologia: chirurgia open e laparoscopica” è un’occasione di confronto tra oltre 300 chirurghi sulle nuove metodiche a disposizione per la cura di malattie tumorali e non, segno di una continua ricerca di adeguatezza al nostro compito. Anche se la cura è migliorata nei secoli, il risultato rimane provvisorio. Tutto lo sforzo, la battaglia è ultimamente giocata per prendersi cura. Se il Mistero si prende cura dell’uomo, allora l’uomo si prende cura dell’altro uomo. È un segno. Perché il Professor Staudacher, dopo la morte del figlio, lavorava più generosamente? Perché all’interno di un rapporto affettivo l’uomo percepisce il valore di sé e dell’altro. La sfida è avere la stessa percezione in tutti i rapporti che sono dati. Questo segno diventa allora origine di un’alleanza tra chirurgo e paziente, in cui ciascuno apporta la propria competenza. La domanda di cura da parte dell’ammalato e la sua disponibilità a farsi curare accettando il rischio insito nel trattamento. E da parte del chirurgo? L’acume clinico personale, le sue conoscenze scientifiche, la dotazione tecnologica, l’appartenenza ad una equipe, ma sopprattutto la coscienza che ciò che sta accadendo non è parallelo alla vita: come dice Hans Jonas «la malattia è un avvenimento che investe la vita e invia al suo senso». Qualsiasi traguardo medico non è comunque strutturalmente in grado di eliminare definitivamente il male dalla vita dell’uomo. Vi sono altre dimensioni in gioco: il limite indica una soglia oltre la quale la realtà viene chiamata in altro modo. Sia al medico che al paziente deve essere chiaro che nella loro alleanza non tutto è perfetto, che ogni rapporto contiene il pregio e il limite, ogni azione porta con sé la possibilità dell’errore e contiene degli elementi di imponderabilità: emerge la coscienza che un Mistero più grande abbraccia entrambi.
Raffaele Pugliese, Direttore Unità Operativa Chirurgia e Generale e d’Urgenza, Ospedale Niguarda, Milano
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