Chi sbaglia, paga

Di Comuzzi Sara
29 Luglio 2004
È quanto accadrà ad un paese, il nostro, che non ha avuto il coraggio di dire sì al piano economico voluto da Giulio Tremonti, dove sussidiarietà e libertà di scelta erano cardini. Intervista al professor Luca Antonini

È utile richiamare l’attenzione sul piano economico predisposto da Giulio Tremonti e presentato alla stampa il giorno delle sue dimissioni. Nessuno l’ha ancora fatto in modo adeguato. L’intervista con il professor Luca Antonini, ordinario di Diritto pubblico all’Università di Padova, che soprattutto in questa fase è stato uno dei suoi più stretti collaboratori, evidenzia che alcuni contenuti di questo piano indicano una prospettiva di libertà e sviluppo, meritevole senz’altro di essere portata avanti.

Professor Antonini, il piano di riforma fiscale non era solo riduzione delle aliquote?
No davvero. Era anche apertura alla società civile, attraverso gli strumenti in assoluto più efficaci: la libertà di scelta e la sussidiarietà fiscale. Nella relazione si legge: «Negli ultimi anni, un eccesso di Stato da un lato, ed un eccesso di mercato portato dalla globalizzazione dall’altro, hanno soffocato la società civile… Riformare non vuol dire tagliare. Vuole dire innovare e riequilibrare tra Stato, mercato, e persone, famiglie, associazioni, imprese». Questo nuovo equilibrio veniva realizzato con una formula simile all’8 per mille: in relazione ad un’aliquota massima che veniva ridotta al 33%, si stabiliva un meccanismo di contribuzione etica pari al 4% per i redditi superiori agli 80mila euro e del 10% per quelli superiori al milione di euro. Di questo 4% dell’imposta (o 10%), il 2% sarebbe stato destinato direttamente dal contribuente ad uno o più enti non profit ritenuti meritori. La rimanente percentuale avrebbe finanziato un fondo per lo sviluppo del paese destinato specificamente alla famiglia e alla ricerca. Non è semplice fare i conti, ma in base a questo meccanismo i contribuenti avrebbero potuto destinare direttamente ogni anno ad enti non profit una cifra intorno agli 800 milioni di euro. Ma non è solo una questione di cifre: è una questione di libertà. La rivoluzione americana è stata fatta in nome del principio no taxation without representation: i coloni americani non accettavano più di pagare le imposte decise dalla madrepatria, dal momento che non eleggevano propri rappresentanti a Westminster. Volevano essere padroni dell’imposta. Oggi il cittadino non è più padrone dell’imposta. Non è più sufficiente eleggere i parlamentari per esserlo.

In che senso?
Da tanti punti di vista. Non solo perché spesso le decisioni fiscali e di spesa vengono ormai prese sostanzialmente dal governo e non dal parlamento, ma soprattutto perché queste decisioni sono condizionate da altri istituzioni e poteri, che scontano deficit di democraticità: ad esempio in Europa le decisioni normative le prende il Consiglio e non il parlamento. Il cittadino con il voto oggi non controlla più l’imposta. Ancora: vota una coalizione che promette la riduzione delle tasse, ma non è detto che quel programma venga poi effettivamente realizzato. Se quel programma per essere realizzato prevede tagli alle rendite (che in Italia sono tante), i poteri forti che vivono di quelle rendite possono riuscire a impedirlo. A dispetto del voto si mantengono i finanziamenti a pioggia, le logiche assistenzialistiche; le tasse non si abbassano. Nella relazione si legge: «Il modello tradizionale di welfare ha spesso favorito gli interessi dei fornitori anziché quelli dei destinatari. Una rendita di posizione ha protetto dalla concorrenza i fornitori dei servizi, che hanno spesso utilizzato l’apparato a loro vantaggio, mentre i destinatari dei servizi non hanno avuto alcuna voce in capitolo… L’applicazione del principio di sussidiarietà può quindi correggere questo modello, restituendo sovranità al contribuente. Sussidiarietà fiscale significa infatti riconoscere al contribuente la possibilità di concorrere alle spese pubbliche destinando direttamente una parte dell’imponibile a soggetti ritenuti meritori, attraverso una contribuzione etica».
E poi continua: «In tal modo, una parte del controllo sulla spesa pubblica non passa più solo attraverso il tradizionale circuito della rappresentanza politica, ma è restituito al contribuente, riconoscendogli una diretta libertà di selezione riguardo ai servizi meritori da finanziare e quelli inefficienti da tagliare».

Come è nata quest’idea della sussidiarietà fiscale?
Da un lato da una rinnovata considerazione del terzo settore, dall’altro dall’esigenza di consentire ai cittadini di essere i giudici della spesa sociale efficiente. Cito ancora la relazione: «Fonti Istat: più di 4 milioni di cittadini lavorano nel terzo settore. Vuol dire che quello che lo Stato sociale concede, in termini di orario di lavoro o di età di pensionamento, i cittadini lo restituiscono. Vuol dire che c’è qualcosa in più, rispetto al freddo calcolo delle ore, dei coefficienti, dei parametri di legge. Ci sono la generosità, la passione, l’impegno civile». A fronte di questo c’era però la preoccupazione di non aumentare la spesa pubblica, addizionando alla spesa per i vecchi soggetti del Welfare State quella per i nuovi attori della Welfare Society. Mandai a Tremonti una nota in cui gli suggerivo la possibilità che fossero i cittadini a tagliare dal basso la spesa sociale inefficiente, appunto attraverso la sussidiarietà fiscale. La condivise pienamente e così lavorammo al meccanismo della contribuzione etica. Il cittadino sarebbe tornato ad essere padrone dell’imposta: bypassando partitocrazia, burocrazia e rendite, avrebbe potuto destinare direttamente lui stesso una quota dell’imposta a quei soggetti che riconosceva efficienti e meritevoli.

E gli altri contenuti del piano?
Molti erano all’altezza di quello appena ricordato. La relazione cita il discorso di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano sulla crisi della natalità e la necessità di «un’iniziativa politica che renda socialmente ed economicamente meno onerose la generazione e l’educazione dei figli». L’idea era quella di realizzare uno shock compensativo a favore della famiglia: veniva previsto non solo il fondo per la famiglia e la ricerca (prima ricordato), ma anche una dotazione finanziaria per ogni nuovo nato e infine la dichiarazione unica familiare. Per le imprese, inoltre, era prevista una grande boccata d’ossigeno, senza assistenzialismo ma per rilanciare lo sviluppo: l’abbattimento del 20% dell’Irap lavoro, l’esclusione dell’Irap sulla ricerca, la detassazione dei finanziamenti dall’industria alla ricerca e all’università, il potenziamento dei fondi per la ricerca. Inoltre una forte ed immediata semplificazione della burocrazia, uscendo dagli schemi fallimentari con cui in Italia è stata sempre condotta la semplificazione: il governo Prodi nei suoi primi 24 mesi ha adottato 1.089 misure di semplificazione e 1.472 misure di complicazione. Quello Berlusconi, nello stesso periodo: 1.470 misure di semplificazione e 1.468 misure di complicazione. Così oggi per avviare un’impresa, a causa delle procedure burocratiche, in Danimarca occorrono 3 giorni, in Gran Bretagna 5 giorni, in Italia 64 giorni! Ricordo una sua telefonata al riguardo: «Ci vuole una norma shock: in Italia la burocrazia ingessa tutto!». Era nato così l’articolo 15 della riforma fiscale, “norme in favore del diritto di iniziativa economica”.

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