Chi sbanca non vince
Una corsa a perdifiato per le calle di Barcellona, in ritardo perché lui non mette mai la sveglia all’ora giusta e l’altro non si ricorda mai dove ha posato la cravatta. In ritardo, ma liberi: liberi dalle famiglie che opprimono, dai pregiudizi cattivi dei compaesani, da un’Italia retrograda. Liberi di sposarsi in Comune, e poco male se i testimoni non ci sono e devono essere noleggiati per 100 euro: Filippo e Fosco hanno ottenuto quello che volevano: sono felici, sposati e con un desiderio comune di paternità che prima o poi lo Stato esaudirà.
Febbraio è il mese dell’amore e Giovanni Veronesi è il suo profeta. La sua ultima opera, Manuale d’amore 2, è il film che sta sbancando il botteghino. Poco più di 6 milioni di incassi nei primi tre giorni di programmazione. Del resto Veronesi, responsabile dei successi di Leonardo Pieraccioni, sa come catturare l’attenzione del pubblico. Ha assoldato il meglio del nuovo cinema italiano per tutti i gusti e le età: da Carlo Verdone a Sergio Rubini passando per le cosce della Bellucci e la faccia simpatica di Claudio Bisio. Quattro storie sui casi dell’amore collegate tra loro dalle sentenze radiofoniche di Dj Fulvio: «L’eros è la potenza primordiale che domina l’uomo. L’eros come desiderio, fantasia segreta, come sogno erotico». Il sogno che realizza la Bellucci che, prima di sposarsi, si concede un ultimo viaggio erotico tra le braccia di un giovanotto. «Perché è giusto sognare – ricorda il poetico Dj – perché tua moglie non è Scarlett Johansson e tuo marito non è Johnny Depp. È giusto sognare perché siamo tutti portatori sani di eros».
Lo è sicuramente Carlo Verdone che prende una sbandata per una ragazzina, a forza di Viagra gli viene un colpo, è costretto per questo a tornare dalla moglie ma senza rimpiangere nulla perché «comunque ne è valsa la pena ed è bello sentirsi infedele». Più che un regista, Veronesi è un mercante: struttura il film episodi per non stancare lo spettatore (ma anche per la fragilità delle sue sceneggiature), riduce i personaggi a stereotipi perché vuole catalizzare l’attenzione del pubblico sui prodotti in vendita. Dallo spot contro la legge 40 ai numerosi marchi pubblicitari presenti nel film. Il risultato è la rappresentazione di un mondo gaudente e omologato. Un mondo in cui tutti bevono la stessa birra, guidano la stessa macchina, usano lo stesso telefono e leggono lo stesso libro: Caos calmo del fratello del regista. Il mondo degli schiavi.
Meglio allora gli americani, anche quando parlano italiano. La ricerca della felicità di Gabriele Muccino racconta la storia di un padre che non abbandona il figlio nemmeno quando perde casa, moglie e lavoro. Che lotta per un sogno di felicità che non è un’utopia ma la possibilità di essere contenti nel presente e offrire al proprio figlio una scuola decente e una casa dignitosa.
L’inossidabile Stallone
Non è male nemmeno Rocky Balboa, ultimo definitivo capitolo della celebre saga. Lo dirige e lo interpreta Stallone che da almeno un decennio non azzeccava più un film. E invece Rocky Balboa è forse il migliore della serie perché mette in scena un altro padre, vedovo, che torna a indossare i guantoni per lottare contro i fantasmi del passato ma soprattutto per riconquistare la stima di un figlio che la vita ha reso indifferente a tutto. Film americani, semplici e di buon senso che piacciono in patria e sono graditi all’estero, anche in Italia (dove Muccino ha incassato quasi 9 milioni in due settimane di programmazione in Italia). Con buona pace di Rifondazione comunista che con un’infausta proposta di legge, vorrebbe nei cinema italiani solo film italiani. Roba da Ventennio.
Simone Fortunato
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