Chiedendo uno “Stato ebraico” Washington zittisce chi odia Israele

Di Reibman Yasha
17 Gennaio 2008

La visita in Medio Oriente di George W. Bush ci racconta quanto sia cambiato il conflitto arabo-israeliano e quanto sia percepito oggi in modo differente. La richiesta del presidente americano di una «fine dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi» non è una novità. Da anni viene individuata come un possibile determinante contributo per la conquista della pace. La novità, oggi, è un’altra, e sta in quel passaggio del discorso di Bush in cui il presidente chiede due Stati, uno palestinese e uno “ebraico”. In realtà questa era la soluzione proposta sessant’anni fa dalle Nazioni Unite, accettata dai dirigenti sionisti ma mai digerita dalle leadership arabe e musulmane. All’epoca il rifiuto iniziale fu presentato in modo chiaro e onesto come un rifiuto radicale della presenza ebraica in quanto tale in Medio Oriente: gli ebrei sarebbero stati accettati solo come individui sottomessi alla dhimmitudine, ma uno Stato ebraico autonomo e indipendente non avrebbe mai trovato spazio nella terra dell’islam. Poi, dopo la vittoria israeliana del 1967 – con la conquista della parte est di Gerusalemme e della Israele biblica – la retorica antisraeliana è cambiata. Il mondo arabo era entrato nella zona di influenza sovietica e il conflitto non veniva più presentato nel suo aspetto religioso, ma veniva raccontato a partire dalla conseguente “occupazione dei territori palestinesi” del ’67. Per l’opinione pubblica occidentale in questi quarant’anni è sembrato che il problema fosse tutto lì, negli israeliani a Hebron, Nablus, Gaza. È questa lettura che ha portato agli accordi di Oslo e al tentativo di pace del 2000, con la disponibilità israeliana a ritirarsi dai territori conquistati e il successivo ritiro da Gaza pochi anni dopo. Ma il rifiuto di Yasser Arafat, la seconda Intifada e la retorica antisraeliana di oggi mostrano che siamo tornati all’origine. Non è un caso che i movimenti anti-israeliani in Occidente non chiedano più il ritiro dai “territori palestinesi”, ma invochino la fine di Israele, tramite la sua trasformazione da “Stato ebraico” a Stato binazionale.

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