Chirac, torna a N.Y. (ti conviene)
La Francia ha bruciato troppi ponti dietro di sè e dovrà pagarne il prezzo. È quanto afferma Dominique Moïsi in un articolo pubblicato venerdì 18 aprile dall’International Herald Tribune. Con ironia, questo francese esperto di politica internazionale contrappone alle folle oceaniche, che hanno sostenuto per settimane la diplomazia francese, il vecchio adagio Nothing fails like success, che si può tradurre con “Niente è tanto provvisorio come il successo”. «Come sembra lontano ora – scrive Moïsi – quell’applauso, inconsueto in una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ottenuto dal fascinoso ministro degli esteri francese Dominique de Villepin». E anche con il Presidente della Repubblica, Jacques Chirac, Moïsi non è tenero. È descritto come «l’erede della tradizione gaullista» che appare come «il coraggioso leader di una coalizione» che si oppone «alla nuova iperpotenza» americana. La Francia? «Mai così popolare, nei paesi del terzo mondo», scrive Moïsi, e chi conosce la brutalità della Francia dell’epoca coloniale e postcoloniale apprezzerà l’ironia. Il problema è che la posizione diplomatica francese, basandosi su di un’analisi sbagliata, si è rivelata fallimentare e, spiega Moïsi, se non in termini economici, avrà un costo politico significativo. Basata su di una combinazione di princìpi, di riflessi, di calcoli politici e di preoccupazione per la situazione interna, la posizione ed il tono della diplomazia francese erano quelli giusti? Gli argomenti francesi, continua Moïsi, erano giusti, ma le conclusioni sbagliate. Era certo legittima la preoccupazione per la teoria americana della guerra preventiva, così come il desiderio di difendere la legge internazionale e i princìpi dell’Onu, ma la Francia non doveva spingersi fino alla minaccia di veto. La Francia non ha capito che l’11 settembre è stato uno choc emozionale determinante per gli Stati Uniti. Che fare dunque? Ricostruire, «con una posizione diplomatica più modesta e prudente», suggerisce. Curiosi di saperne di più su questo analista senza peli sulla lingua, abbiamo deciso di fargli qualche domanda e abbiamo scoperto che ad una diplomazia francese «modesta e prudente» sembra non credere neppure lui.
Tra i commentatori e gli opinionisti lei è stato il solo a parlare senza mezzi termini di fallimento della diplomazia francese nella crisi irakena. Come può considerare un fallimento la posizione francese, che sembra aver trovato il consenso di gran parte dell’opinione pubblica non solo europea?
È vero che la posizione del governo francese ha avuto un ampio sostegno popolare, ciò non toglie che sia un fallimento, perché la Francia non ha impedito la guerra, perché non è riuscita ad influenzare la posizione del governo americano, e perché, se è vero che la posizione francese era sostenuta dalle opinioni pubbliche, era in rotta di collisione con quella della maggioranza dei governi europei. Nell’Europa dei 25 ci sono almeno 14 Stati che sostengono Washington. È significativo che il più “europeo” dei dirigenti politici dell’Unione sia stato Tony Blair, che ha potuto fare da “ponte” tra l’Europa e gli Stati Uniti, e ho l’impressione che oggi tutti i governi europei, quello francese compreso, cerchino di allinearsi sulle posizioni del premier britannico, con la speranza di un possibile rilancio del ruolo dell’Onu.
Crede che, sul problema della ricostruzione politica ed economica dell’Irak, la Francia possa fare ostruzionismo, come alcuni segnali potrebbero lasciar pensare?
Spero di no (sorride, ndr), ma oramai non si può essere più sicuri di niente. Alcuni dirigenti politici francesi sembrano effetivamente sedotti da questa ipotesi, ma non sarebbe una buona idea e sarebbe deleterio per gli interessi della Francia. Dopo la sconfitta del regime irakeno, in Francia si comincia a discutere del fatto che, se si fosse seguita la linea del governo francese, Saddam Hussein sarebbe ancora al potere, e l’opinione pubblica, pur lentamente, sta evolvendo. Jacques Chirac è certo molto popolare…
I sondaggi indicano che Jacques Chirac è apprezzato dal 70% dei francesi.
Ma quelli che si opponevano alla guerra sono passati dall’83% al 55%.
Come vede il futuro dell’Onu, della Nato e dell’Unione europea, “vittime collaterali” di questa guerra?
Credo sia necessario distinguere. L’Onu, in Irak, dovrà comunque svolgere una funzione non solo sul piano umanitario ma anche nell’organizzazione delle future elezioni. Per quanto riguarda la Nato, è possibile che gli americani la utilizzino per inviare in Irak delle truppe con funzioni di mantenimento dell’ordine, come in Kosovo. È ancora prematuro parlarne ma una tale possibilità non è da escludere.
E l’Europa?
L’Europa si deve ricostruire.
Se la Francia decidesse di non accettare una limitazione del ruolo dell’Onu alla sola azione umanitaria, la tensione potrebbe di nuovo aumentare ed è probabile che gli americani, a quel punto, potrebbero considerare l’Onu come definitivamente morta.
In ogni caso l’Onu non ha i mezzi per esercitare in Irak un ruolo che non sia umanitario e, come le ho detto, mettere eventualmente a disposizione la sua esperienza nell’organizzazione di elezioni democratiche. È quindi necessario un voto per permettere alla coalizione anglo-americana di operare in Irak con un mandato dell’Onu.
Ma lei sa che la Francia si oppone ad un voto perché sarebbe la legittimizzazione, a posteriori, della “guerra americana”.
Assolutamente… (sorride)
Si rischia un nuovo scontro…
Effettivamente.
E a proposito di contrasti, non crede che se la Francia continua a concepire una politica di difesa comune dell’Unione in funzione antiamericana sarà impossibile trovare un accordo? Giscard d’Estaing, il francese presidente della Convenzione, ha addirittura suggerito d’inserire nella nuova Costituzione una dichiarazione d’indipendenza per ogni Stato aderente all’Unione, lasciando capire che l’indipendenza era da intendere nei confronti degli Stati Uniti. In queste condizioni diventa forte il rischio di uno scontro intraeuropeo.
È così. Il problema è che nella nuova Europa non si potrà chiedere, come hanno detto dei diplomatici polacchi, di scegliere tra il proprio padre e la propria madre.
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