Ciò che è davvero intollerabile
Parlando a un gruppo di studenti universitari l’inventore di Apple, Steve Jobs, ha detto: «Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore». Rovesciando la prospettiva di Jobs, che pure è un memento classico (classico almeno per l’uomo pensoso), gli esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione (Rimini, 28-30 aprile), si sono svolti all’insegna del “Si vive per amore di qualcosa che sta accadendo ora”. Il sospetto è che anche qui ci sia di mezzo il “cuore”. Non come riferimento al termine della predica, però, ma all’istante del predicato.
Ora, il giudizio dominante l’orizzonte del “cuore” sembra oggi condensarsi in una sorta di “impenetrabilità demoniaca”, in una sfilza di “no” anche solo all’ipotesi che possa accadere qualcosa di imprevedibilmente corrispondente all’attesa umana. Il nichilismo può accettare tutto. Perfino la fede in un aldilà. Li irride come una fase primitiva e petulante della vicenda umana, ma “rispetta i credenti” (specie se di chiesa e se maestri di escatologia cristiana). Ciò che gli è intollerabile è il giudizio del cuore. Quello che Pavese esprimeva nella constatazione drammatica «forse che qualcuno ci ha promesso qualcosa? E allora perché aspettiamo?». E che la cultura zapatera trasforma in programma. Ma sostituire il dramma con il programma, l’avvenimento con l’intenzione, è un po’ come morire. “Si vive per qualcosa che sta accadendo ora”. Quando venticinquemila persone si radunano nel nome di Gesù Cristo (qualcosa, dicono, che pretende accadere ora) magari corrono il rischio di ridare vita perfino all’Italia. Paese notoriamente cattolico per quanto riguarda la credenza nell’aldilà, e notoriamente laico per quanto riguarda il potere nell’aldiqua.
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