Ci provano di nuovo con la dottrina

Di Berlicche
05 Aprile 2007

Mio caro Malacoda, vediamo di leccarci le ferite e di studiare una nuova strategia. Io non so se i vescovi italiani si sono resi conto di quello che hanno scritto, però
l’hanno scritto. E sai com’è, “scripta manent”. Dunque: il politico cristiano «non può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società». Non è tutta farina del loro sacco, sono parole di quel maledetto Benedetto, scritte quando ancora era solo cardinale ma già ci tormentava con la sua mania di ricordare a tutti la “dottrina della fede”. Come se la fede avesse bisogno di una dottrina: la fede è sentimento, amore, slancio, scommessa, condivisione, solidarietà. Certo che è necessaria la fede, un po’ di irrazionalità fa bene alla vita – ricordati, mai rischiare di passare per anticlericali – ma che c’entra la dottrina? Comunque, non bisogna perdere la calma, le reazioni scomposte non servono, continuare a gridare all’ingerenza va bene, ma è un argomento che ormai ha presa su pochi, bisogna essere più raffinati.
Vedo che i tuoi assistiti sono un po’ in stato confusionale, non vorrei che questo dipendesse dalle tue direttive. Non mi stancherò mai di ripeterti che la direttiva è una e una sola: dividere, separare, distinguere, sottolineare un aspetto rispetto al tutto, mettere insistentemente l’accento su un particolare in modo che oscuri l’universale. Bisogna imparare a usare le parole, soprattutto quelle del Nemico: se devi proprio far parlare qualcuno di Lui, fagli dire che Dio è amore. Per due motivi, primo perché non è sbagliato (sfida chiunque dei suoi seguaci a negarlo), secondo perché non è del tutto giusto (almeno per il significato che la parola amore ha ormai per gli uomini contemporanei). Non c’è nulla che mandi in confusione l’uomo come la quasi verità. Tu sai che se la verità è sette, sei virgola nove periodico è inequivocabilmente un errore, perché non sarà mai sette pur avendo la presunzione di esserlo. Quindi, fa in modo che mai alla parola Dio (guarda cosa mi tocca scrivere) si accostino quelle di verità, giustizia, essere, felicità, logos, ragione e libertà. Soprattutto – e veniamo alla questione sollevata dai vescovi italiani – tienigli lontana la coscienza. Dio è una cosa, la coscienza è un’altra. Dio non ha nulla da dire alla coscienza e la coscienza non ha nulla da ascoltare da Dio. La coscienza, per come la intendiamo noi, è come l’inferno per alcuni di loro: se c’è è vuota. Per parafrasare un grande inglese: la coscienza (sempre per come la intendiamo noi) è l’ultima risorsa dei malfattori. È pura forma che deve poter decidere di volta in volta quello che le aggrada, guai se si riempie di contenuti. Non ha termini di paragone al di fuori di se stessa, non può accettare aggettivi (ad esempio “cristiana”) se non quello di “laica”. Anzi, meglio, deve poter scegliere da sé gli aggettivi di cui vuole adornarsi, uno deve poter, in coscienza, definirsi cristiano, anche se, in coscienza, rifiuta ciò che il cristianesimo gli propone. Come fa? È semplice, basta ridurre a ispirazione il suo essere presenza storica. Qualcuno ormai s’è accorto del trucchetto, ma tu insisti, ché il vento della storia è con noi.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.