Ciao Giacinto. Il saluto di un bastardo
Una delle poche cose che mi piacciono ancora di questo porco mestiere, uno degli aspetti che mi affascinano malgrado gli anni (di carriera e di età) è la frequentazione del campione. No, state calmi, non sto confessando di essere un cacciatore di autografi, una groupie extralarge. No, non faccio collezione di figurine, ma quando ne incontro una speciale ne rimango folgorato. Giacinto Facchetti era speciale. Magari non era così buono come l’hanno dipinto, perché di buoni allo stato puro ce ne sono pochi, forse giusto madre Teresa di Calcutta. A Giacinto gli giravano, come a tutti, e un paio di persone gli stavano lì. Poi c’era la Juve, che affrontava da una vita e che non gli andava proprio giù. Era un uomo, con pregi e difetti, e questa mi sembra la cosa più giusta da dire.
Ed era un mio amico, uno di quelli che potevi chiamare per scherzare. Uno con cui potevi andare a scofanarti una fiammanghilla di focaccia al formaggio. Uno che potevi invitare alla presentazione di un libro e lui veniva, così, semplicemente. Uno che non se la tirava, uno serio, ma che sapeva ridere, sapeva essere ironico, sapeva arrabbiarsi, sapeva vivere. Uno che mancherà a quelli che gli volevano bene. Tra questi ci sono anch’io, quello vero, che sta sotto questa maschera da cinico bastardo. Ciao, amico.
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