Cina, affari dal cuore d’oro
Fra le violazioni dei diritti umani della Repubblica popolare cinese si è sospettato a lungo vi fosse anche quella di vendere gli organi prelevati dai condannati a morte. I sospetti hanno trovato finalmente una conferma nella testimonianza di un medico di New York, cui si sono rivolti per le terapie del caso diversi pazienti di ritorno dalla Cina. Il Dr. Diflo, direttore del programma di trapianti renali al Centro medico della New York University, si è rivolto al suo Comitato etico per condividere il peso di questa esperienza. «Ero indignato per il modo con cui questi pazienti avevano ottenuto i loro organi, e mi era difficile separare questa consapevolezza dal dovere di curarli», ha dichiarato Diflo in un’intervista al Village Voice. «Alcuni ne parlavano in modo tranquillo e sincero, e hanno detto che il prezzo di un organo prelevato da un condannato a morte era di circa 10.000 dollari. La maggior parte dei pazienti è semplicemente estasiato dal fatto di non dover più fare la dialisi e nessuno è sembrato particolarmente turbato sull’origine di questi organi».
Terapie (d’espianto) e pallottole (da rimborsare)
Negli Usa vendere gli organi è un reato, punibile con fino a cinque anni di reclusione e una multa di 50.000 dollari. Ai condannati a morte è proibito donare gli organi, se non ai propri famigliari. In Cina, si viene giustiziati anche per reati non violenti, come le tangenti, il furto di carte di credito, l’evasione fiscale o il furto di camion di verdure. Anche molti dissidenti politici sono stati condannati a morte. La testimonianza del dottor Diflo viene in un momento cruciale, quando le esecuzioni in Cina sono a livelli record, 400 nel solo mese di aprile, per via di una delle periodiche campagne contro il crimine effettuate dal governo comunista. Nella campagna precedente, nel 1996, furono uccisi oltre 4.000 detenuti. Ma anche in anni normali, la Cina mette a morte più detenuti di tutti gli altri paesi messi insieme, secondo i dati di Amnesty International. Nel 1999, il numero ufficiale diramato dal governo stesso era di 1.263 sentenze capitali eseguite. Il motivo principale di queste esecuzioni è la volontà di intimidire la popolazione. Le esecuzioni aumentano intorno alle feste, come il 1º maggio o il Capodanno lunare. La maggior parte degli ospedali che effettuano i trapianti sono gestiti dai militari, che fanno anche da trait d’union con il sistema penale e possono presenziare alle esecuzioni. Gli ospedali “comprano” perfino i giudici per avere notizie tempestive dei condannati a morte adatti a donare. La Cina dice di aver effettuato 25.000 trapianti in 20 anni, ma non distingue fra donatori coatti, vivi e volontari. Il lavoro coatto dei Laogai (campi di concentramento) cinesi è sempre stato una fonte di denaro contante per l’economia del paese, ma lo smercio di organi è cominciato 20 anni fa con l’arrivo della Ciclosporina, l’immunodepressivo che impedisce il rigetto degli organi. Le famiglie dei condannati a morte devono anche rimborsare le spese dello Stato per l’acquisto della pallottola letale.
Il listino prezzi del mercato
L’attività è ovviamente motivata dal profitto perché, se la persona può pagare di più, può far eseguire una sentenza prima o più avanti. Così rivela la Fondazione Laogai, che cita il caso di un paziente malese che fu lasciato morire senza farmaci anti-rigetto, quando gli finirono i soldi. Spesso la sentenza capitale viene eseguita tramite la stessa rimozione degli organi, dopo aver fatto l’anestesia. Il corpo viene poi avvolto in un panno e portato al luogo dell’esecuzione, dove nessuno si formalizza sul fatto che sia vivo o già morto. La Fondazione Laogai afferma che quando si usano le pallottole, il bersaglio sul corpo riflette il mercato: un colpo in testa quando si vuole il fegato, un colpo al torace quando sono richieste le cornee. Secondo Amnesty International la Cina sta cominciando anche a usare una forma di iniezione letale che può uccidere senza danneggiare gli organi cruciali, e può sfasare il limitare fra la vita e la morte. Il governo cinese ha pubblicato una legge nel 1990 “Sull’uso di cadaveri o organi dei criminali condannati a morte” che nella quale si stabilisce che perché un carcerato possa essere donatore, deve esserci il consenso suo o della sua famiglia, a meno che non ci sia nessuno ad avanzare diritti sul corpo. Ma gli attivisti dei diritti umani fanno notare che ai carcerati spesso viene impedito di comunicare con i famigliari, quindi non c’è nessuno in giro ad avanzare diritti sul cadavere, che viene “mietuto” e cremato appena possibile. Il governo esige anche che le èquipe mediche agiscano con riservatezza: i furgoni chirurgici non devono mostrare il logo dell’ospedale; i chirurghi presenti all’esecuzione non devono indossare camici, le guardie devono essere presenti finché sono rimossi gli organi, e i cadaveri devono essere prontamente cremati. Tuttavia la maggioranza degli organi usati nei trapianti non viene dalla Cina. C’è un lucroso mercato di organi di esseri viventi consenzienti, fra i poveri dei paesi in via di sviluppo che ne hanno le necessarie conoscenze tecniche, come l’India.
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