Cinema

Blood diamond – diamanti di sangue
di Edward Zwick
Genere: thriller politico
Voto: sufficiente

Un buon film con qualche eccesso di retorica nel finale buonista, ma con un ottimo cast. Di Caprio si conferma un talento. La storia ruota attorno a un ex mercenario della Rhodesia che contrabbanda diamanti durante la guerra civile, scoppiata in Sierra Leone sul finire degli anni Novanta. L’idea cara al regista de L’ultimo samurai è quella della consapevolezza dell’Occidente di fronte alla proprie colpe. Niente di nuovo, parecchia violenza ma il film è due spanne sopra il samurai interpretato da Cruise.

Diario di uno scandalo
di Richard Eyre
Genere: pruriginoso pedofilo
Voto: pessimo

L’insegnante va in collegio e trova l’amore in un ragazzino quindicenne. La scopre in flagranza di reato la collega, brutta, laida e lesbica. Che la ricatta. Film morboso, pedofilo e viscido che si regge tutto sulle due protagoniste Cate Blanchett e Judi Dench. Il film dell’inglese Eyre è piatto e sembra la versione lesbo-snob di Attrazione fatale: non si vede (per fortuna) nulla ma si immagina di tutto. E non c’è nessun divieto. 4 nomination, tra cui le due attrici.

L’ultimo re di scozia
di Kevin MacDonald
Genere: storico-romanzato
Voto: sufficiente

Anni Settanta. Un giovane medico inglese in cerca di avventure finisce per diventare il dottore personale del dittatore Idi Amin. Si renderà conto ben presto con chi si è messo. Né carne né pesce. Non è un thriller e non è un film politico in senso stretto e nemmeno è un film storico. Ed è abbastanza superficiale nel trattare la figura di Amin. È troppo lungo ma ha una bella fotografia, molto retrò. Whitaker, premiato come miglior attore ai Golden Globes, spera di vincere anche agli Oscar. Ma Will Smith è meglio.

Babel
di Alejando González Iñárritu
Genere: terzomondista
Voto: pessimo

Film a episodi concatenati tra di loro. In Marocco due ragazzini giocano con un fucile, sparano a una turista americana, vengono scambiati per terroristi dagli americani e ammazzati senza pietà assieme al padre. Sul confine tra Messico e Usa una badante messicana viene bloccata, umiliata e offesa dai doganieri americani. Tante storie, ma un unico denominatore comune: l’America è il Grande Satana. Film manicheo e irreale, pieno di livore e risentimento. Un’arma di mistificazione di massa.

Borat
di Larry Charles
Genere: comico
Voto: buono

Il sottotitolo è: “Studio culturale dell’America a beneficio della Gloriosa Nazione del Kazakhstan”. Borat è un finto documentario, con inserti veri, da candid camera, in cui il protagonista è il surreale Borat Sagdiyev interpretato dal comico inglese Sacha Baron Cohen che se ne va in giro per l’America a caccia di Pamela Anderson. Una la sequenza difficilmente dimenticabile: Borat e il gigantesco manager, nudi, alle prese con una lotta ai limiti del pornografico.

Letters from iwo jima
di Clint Eastwood
Genere: guerra
Voto: buono

Più compatto dell’omologo Flags of our fathers, Eastwood continua la sua elegia sul dolore. Protagonisti ragazzi giapponesi mandati dalla propaganda a combattere contro gli americani. Ma l’ideologia crolla di fonte alle ferite vive e a una persona che soffre e manda lettere a casa piene di malinconia. Difficilmente vincerà (sarebbe la terza statuetta in tre anni), ma ormai Clint è un monumento e si meriterebbe l’Oscar alla carriera. 3 nomination di peso (regia, film e sceneggiatura).

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