Cinema spezzatino
Il quotidiano Le Figaro la spiega così l’ultima prescrizione europeista in materia di cinema: «stando alla direttiva di Bruxelles, un film francese dovrà essere girato in Danimarca, montato in Inghilterra e le sue copie editate in Belgio». La chiamano delocalizzazione, e ai francesi già gli girano. Sì, perché la pensata della Commissione europea, presentata il 18 dicembre scorso, è la seguente: le industrie cinematografiche di ogni paese dovranno avere un tetto massimo di investimenti da destinare al proprio mercato interno. Per il resto, rivolgersi ai partner europei, prego. Siamo a una nuova autarchia: consumare europeo, comprare europeo. Un film italiano girato in Italia, prodotto Italia e montato in Italia? Poco progressista. Bisognerà anche aggiungere almeno un po’ di amato cinema extracomunitario, cinese o iraniano, onnipresente e onnivincente nei festival del cinema europei, e poi mescolare il tutto, tanto tra uno sbadiglio e l’altro, nessuno se ne accorge dello stufatino in salsa politicamente corretta. Già pregustiamo lo spettacolo: “La dolce Vita” sognata in un caffè di via Veneto, girata nelle strade di Copenhagen, Anita Ekberg che chiama «Marcello!» dalle fontane di Trafalgar Square.
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