Cinque giorni di lavoro. Poi ti mantiene l’Inps
Ma perché dare vita a una manovra lacrime e sangue quando né le reali esigenze di bilancio né l’Europa lo richiedevano? Semplice, per mantenere in vita e in perfetta forma il carrozzone della spesa pubblica e delle clientele. Qualche numero può essere esemplificativo di come in questo paese si utilizzano i soldi dei contribuenti. Ad esempio per avere diritto alle prestazioni Inps (disoccupazione, assegno per il nucleo familiare, malattia e maternità) basta che il datore di lavoro, reale o fittizio, dichiari che il dipendente ha lavorato 51 giorni. Una realtà paradossale che nelle zone dove vige lo stato di calamità naturale assume contorni ancor più inspiegabili: in quelle aree, infatti, di “giornate lavorate” ne bastano 5 per ottenere un aiuto di Stato. Il sussidio di disoccupazione si aggira in media intorno ai 3 mila euro lordi annui, una goccia in un mare di spreco che vede l’Inps spendere due miliardi di euro all’anno per l’indennità di disoccupazione ordinaria e la disoccupazione speciale (per ottenere la quale servono almeno 151 giornate di lavoro ed è pari al 66 per cento del salario medio per 90 giorni): una cifra quasi doppia dell’intero incasso dei contributi da parte delle aziende.
A questa schiera di mantenuti di Stato si aggiungono i cosiddetti “disoccupati agricoli”: dei 900 mila dipendenti a tempo determinato delle aziende agricole, circa 700 mila ricevono infatti dall’Inps il sussidio di disoccupazione. La maggior concentrazione di questi disoccupati si registra in quattro regioni del Sud: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Inoltre il numero dei “disoccupati agricoli” è costante da anni, non cala di una sola unità: un dato strutturale. Come mai, vista anche la continua lotta per l’occupazione nel Mezzogiorno di cui governo e sindacati sono protagonisti? È presto detto: moltissimi di questi disoccupati sono anche iscritti al sindacato. E dal tesseramento sulla “disoccupazione”, con le relative quote trattenute direttamente dal sussidio, le varie organizzazioni sindacali incamerano quasi 40 milioni di euro l’anno. Di cui 21 spettano a Cgil, Cisl e Uil.
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