Città aperta

Di Bottarelli Mauro
22 Novembre 2007
Così a Milano le larghe intese trasformano una metropoli in un solo grande cantiere. Viaggio dentro un film che i giornali non hanno visto

Viale Zara, otto del mattino. Lunghe teorie di auto e niente clacson. Il traffico scorre ordinato nell’unica carreggiata consentita dai lavori per la nuova metropolitana (la numero 5). Scene della Milano ordinaria. Qualche imprecazione e molta audience per le rassegne stampa radiofoniche. Ma la gente ci sta a sopportare gli ingorghi. Ci sta alla dura sveglia del mattino. E alla giungla d’asfalto. I milanesi misurano la differenza tra la loro città e lo scorrimento liscio della provincia. Niente rewind. E men che meno moviola. È proverbiale, no? Milano lavora. E perciò, nonostante il piombo che le ha caricato sulle ali un governo romano poco lungimirante sull’apporto, cruciale, che questa città dà allo sviluppo dell’intero paese (vedi caso Malpensa), i milanesi pazientano. Grandi lavori lungo l’arteria viale Zara-Fulvio Testi, da e per la cintura nord. Così come in direzione sud, dove è in costruzione la diramazione della M1 da Famagosta ad Assago Milanofiori. O in piazzale Maciachini, dove è partita la diramazione della metropolitana 3, con interscambio nel quartiere periferico di Affori con la linea suburbana S2 e la linea suburbana S4. Coda perenne su tutte le tangenziali. E coda, già al casello di Bergamo della Milano-Venezia. Centinaia di chilometri di camion, con targhe diverse quanti sono i paesi dell’Unione Europea, ogni mattina. Poi, entrando in città, ecco i due milioni di metri quadrati del nuovo polo fieristico di Rho. Gli altri due milioni dell’area Falck di Sesto San Giovanni. A Milano, in questo autunno 2007, si sta lavorando su otto milioni di metri quadrati di aree dismesse. Sono cento i programmi in corso nel capoluogo. E sono centosei le grandi opere stradali e autostradali (59), ferroviarie (26) e metropolitane (15), oltre a due porti e quattro interporti, in corso di realizzazione in Lombardia. A Milano-Rho, nei cantieri ciclopici nella nuova fiera, le opere di viabilità hanno già approntato decine di chilometri di svincoli, bretelle, viadotti. E parcheggi. Parcheggi ovunque. In periferia come nel centro storico. E ovunque cantieri. Dal quartiere Garibaldi dove il verde cingerà il grattacielo del nuovo palazzo comunale. A City Life, skyline che sorgerà nell’area dell’ex fiera campionaria, dove i tre colossi firmati da mostri sacri dell’architettura internazionale saranno rispettivamente il grattacielo di Isozaki, 218 metri; il grattacielo di Hadid, 185; il grattacielo di Libeskind, 170. A cui vanno aggiunte le torri di 200 metri nell’ex area delle acciaierie Falck dell’hinterland.
Insomma, milioni di tonnellate di acciaio e di calcestruzzo si alternano a progetti di parchi e giardini. Insomma, mentre altrove si litiga, a Milano si cerca di fare. Perché questa è l’altra grande novità dell’impresa Milano: come dice il governatore Roberto Formigoni, in Lombardia «è finita l’epoca dei partiti che vivono sulla rendita ideologica e cavalcano la demagogia. Quando c’è di mezzo il bene comune, qui da noi si collabora. Maggioranza e opposizione camminano insieme». Come si è visto lo scorso 20 ottobre. Quando i commissari della Bie, l’ente preposto all’assegnazione dell’Expo 2015, sono stati ricevuti nella villa più famosa di Arcore e sedevano allo stesso tavolo di pranzo di benvenuto sia con il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi, sia con Filippo Penati, presidente diessino della Provincia. Insieme. Per Milano. E per un progetto che nelle parole del sindaco, Letizia Moratti, rappresenta «un’occasione unica per la città».
 
De Corato e 300 nomadi
Ma Milano è anche altro. Dite che non c’è un sindaco in giro che non pretenda essere l’incarnazione del buongoverno? Intanto però Milano dà i numeri. Opere di bene e non fiori. Milano diminuisce le tasse mentre quasi tutti le alzano. Basti il budget 2007: mentre Letizia Moratti diminuisce l’Ici dal 5 al 4,7 per cento senza aumentare l’Irpef, a Roma Walter Veltroni, neo segretario del Partito democratico, alza l’imposta comunale del 16,5 per cento. Fatti, non interviste. Anche in materia di sicurezza, tema di drammatica attualità, «purtroppo», lamentano a sinistra, Milano fa scuola. Mentre altrove i campi nomadi crescono a dismisura, divenendo città nelle città completamente fuori controllo, Palazzo Marino ha deciso di affrontare direttamente la situazione dando vita al “patto di legalità” senza precedenti in Italia.
Volete che vi raccontiamo il film? Eccolo: trecento zingari seduti davanti al vicesindaco Riccardo De Corato; lui parla e i rom tutti in silenzio; ecco il patto e la penna per la firma. Incredibile. C’erano tutti i capifamiglia della favela di Musocco all’assemblea convocata alla vigilia dell’allestimento di 48 container e dell’arrivo delle 105 roulotte procurate da Comune e Provincia per ospitare 580 rom. «Il nuovo campo di via Triboniano che vi consegneremo nei prossimi giorni è un luogo pulito dove dovrete vivere come persone civili», dice il vicesindaco. «Il Comune sta facendo uno sforzo enorme e voi dovete impegnarvi perché questa operazione non fallisca. Il primo di voi che non rispetta le regole, lo cacciamo». E per chiarire ulteriormente il concetto, l’assessore ai Servizi sociali Mariolina Moioli aggiunge: «Non vogliamo una persona in più rispetto a quelle che sono nel censimento di ottobre. Guai a chi manda i bambini ad accattonare. Ci interessano i vostri figli. Voi vi impegnate a mandarli a scuola e a farli studiare. Vogliamo che siano bravi, puliti, un modello anche per gli altri. Ma attenti: non ci potete prendere in giro». Annuiscono i rom seduti nel salone pieno di poliziotti, vigili del fuoco e volontari della Casa della carità.
Dev’essere la prima volta che a queste donne, uomini, giovani e vecchi abitanti della favela che sta per essere smantellata e di quella andata in fumo lo quest’anno, capita di esser seduti davanti a rappresentanti delle istituzioni che li riconoscono come interlocutori. Don Virginio Colmegna, gran regista dell’operazione voluta dal sindaco Moratti e dal prefetto Lombardi, legge una ad una le norme del patto di legalità. «Dovete firmarlo tutti nel momento in cui vi verrà consegnato l’alloggio. Non sarà più una favela, vi impegnerete a non farla diventare tale. Dovete lavorare ed emanciparvi. Chi beve, chi è violento, chi commette reati, chi non rispetta le donne e i bambini, chi costruisce baracche, chi invita parenti senza avvisare il presidio sociale, verrà buttato fuori. Chiaro?». Chiarissimo. Accoglienza, sì. Ma con juicio e, soprattutto, doveri. Solidarietà, sì. Ma con regole chiare e da rispettare. Anche questo è il modello Milano.

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