Clarence Seedorf

Di Luigi Amicone
17 Maggio 2007
Atleta, businessman, benefattore, educatore e non solo. Dal rapporto con il Cavaliere e la squadra alla fondazione per baby talenti, l'eroe del 2 maggio si racconta

Tocco felpato a smarcare Inzaghi, corpo a corpo col difensore, tackle a martello col piede attaccato al pallone, e una volta, e due, fino a piegare la caviglia dell’avversario: bum! Fiondata che gonfia la rete dietro le spalle di Van der Saar. È questo il genio ircocervo di Clarence Seedorf. Classe e inventiva alla Kakà. Forza e grinta alla Ringhio Gattuso. Con un particolare: esperienza da vendere, quattro lingue parlate fluentemente e tanto cervello in un ragazzo di soli trentun anni, sposato, tre figlie, 10, 8, 5 anni, e un maschietto in arrivo proprio in questi giorni. «L’unico modo di crescere è avere accanto a te persone più avanti di te. Che ti sappiano insegnare e da cui tu sappia imparare. Credo che la parola chiave per me è il desiderio di essere dentro tutto. Non ho paura di sbagliare e di perdere la testa. Perché si può sbagliare e si può perdere la testa. Ma se sei consapevole che puoi sbagliare e puoi perdere la testa, vuol dire che sai quello che vuoi».
Tu chiamalo, se vuoi, calciatore. Ma Seedorf è molto di più. Dunque. Figlio di poveri immigrati dal Suriname, ex colonia olandese la cui croce non è finita con la conquista dell’indipendenza (1975), ma è andata avanti, peggio di prima, con un golpe e una dittatura comunista sanguinaria (alleata di Castro e Gheddafi) durata poco meno di un decennio e transitata in fragile democrazia solo sul finire degli anni Novanta, il futuro Willy Wonka (come lo ha ribattezzato il mitico Pellegatti di Radio Milan) sbarca ad Amsterdam, anno 1979, all’età di tre anni. A dieci entra nei pulcini dell’Ajax e a sedici esordisce in prima squadra. Da allora ha girato i club più blasonati d’Europa ed è sbarcato per la prima volta in Italia con la Sampdoria. È l’unico giocatore in attività che ha vinto tre Champions con tre maglie diverse (Ajax, Real Madrid, Milan). E adesso sta per giocarsi la quarta nel big match di Atene contro il mefistofelico Liverpool, la squadra che sconfisse il Milan nella rocambolesca finale di Istanbul (3-0 per i rossoneri nel primo tempo, 3-3 nel secondo, vittoria degli inglesi ai rigori).
Conversiamo col nostro idolo alla vigilia delle Termopili del 23 maggio. Questa volta Milan-Liverpool si giocherà in Grecia, praticamente in casa. Dove il gladiatore promette di arrivare carico di adrenalina. Comunque vada, assicura Seedorf a Tempi, «sarà una partita fantastica». Buon profeta di questo campione capace di risorgere dalle critiche e dalle stroncature che periodicamente lo riguardano – ma spettacolo è anche questo – è stato il nonno. «Ho saputo da mia madre che quando sono nato ha detto: “Questo figlio sarà una persona speciale per la nostra famiglia e per la nostra gente”».
Puoi parlargli di Borsa o di religione, Clarence è sempre controllato, ma a suo agio. Non gli spiace ribadire, anche dopo il cappotto subito dall’Inter a Roma, che Massimo Moratti «è sempre stato un signore nel perdere, gli auguro di diventare un signore nel vincere». Dice che gli piace questa di uno scrittore che viene più o meno dalle sue parti: «L’ingiustizia fa parte del patrimonio genetico dell’umanità, ed è invincibile. A meno che intervenga un amore incondizionato». L’amore incondizionato di Clarence? «Io non voglio dire a quale religione tengo di più, perché tutte le religioni hanno uno scopo positivo per la gente. Quello che mi fa andare avanti è una mission. Che va oltre quello che faccio oggi e va oltre quello che posso vedere domani. Non conosco esattamente la strada e non so quale sarà il punto di arrivo. Ma so che ho una mission e so che non devo fare altro che cercare di riconoscere di volta in volta i segnali che mi vengono dati nella vita, e cercare di seguirli. Cose che non sai neanche dove ti porteranno. Mi spiego? Non ho paura e cerco di andare verso il mio destino».
La Fondazione Champions for Children non è solo uno dei tanti business di questo formidabile imprenditore (che apre ristoranti, società commerciali, gioiellerie e scuderie motociclistiche). È, come la chiama lui, una “mission”. «L’obbiettivo di Champions for Children è aiutare bambini a crescere come persone, con dignità e valori umani positivi. Il fine è l’educazione, la cultura, la coscienza dell’uomo. Perché è la coscienza che dà all’uomo la sua dignità, la vera base per poter poi essere una persona che sa stare nel mondo. Ecco il fine della fondazione: l’educazione tramite lo sport, perché lo sport è lo strumento più efficace per educare i bambini. È quel che vogliamo fare nei posti, diciamo così, più difficili: creare scuole, campi sportivi, strutture di accoglienza per riconoscere e valorizzare i talenti dei bambini. Poi ci appoggiamo a fondazioni e associazioni locali in modo tale da tenere bassi i costi. Perché anche a questo teniamo: se io voglio andare a chiedere i soldi alla gente, la gente deve anche sapere che l’80 per cento di quel che dà va al progetto. Oggi non tutte le grandi fondazioni possono dire questo».

Questione di talento
Talento, dicevamo. «Sì, il mio è diventato il mio lavoro e mi ha dato la possibilità di avere grandi soddisfazioni, visibilità, indipendenza economica, rapporti con persone molto interessanti. Di qui nasce questa opera. È sempre stato un mio desiderio aiutare i bambini nel mondo costruendo qualcosa di solido, che duri nel tempo e faccia parlare di sé, e che faccia parlare di sé non per uno spot umanitario, ma per i progetti che fa e che saranno rispettati perché di qualità».
La memorabile sera del 2 maggio al Meazza, nella cattedrale del calcio illuminata come un paradiso terrestre, l’acqua a catinelle era piacevole come il dolce drizzle delle highland. Acqua spruzzata su quei fiori di campioni che hanno fatto un primo tempo dove non hanno sbagliato niente. Una squadra che ha annichilito i bianchi di Manchester. I quali non ce l’hanno proprio fatta a rianimarsi nel secondo tempo, nonostante avessero l’età media (27) abbondantemente sotto quelle del diavolo rossonero (31). Qualche minuto d’affanno, poi per il Milan è stato trionfo sul velluto. Roba che passerà alla storia del calcio. Ma dovevate vedere Clarence subito dopo il gol, nel primo tempo, subito dopo che aveva sradicato la palla dal piede dell’avversario e trafitto il portiere con una fucilata che Van der Saar ha visto e non ha visto. È corso sotto la nostra curva alzando il braccio. Che gioia. E che esplosione di rabbia. In effetti deve averne covata in corpo di voglia di rivalsa. Fino a due mesi fa Seedorf era l’uomo più fischiato della squadra. In effetti, fino ad allora era sembrato abulico, svogliato, deconcentrato. E invece siccome il calcio è lo sport più cristiano che c’è, eccolo, il risorto, che promette di essere il capitano dell’arrembaggio al Liverpool.
Clarence, hai 31 anni e un contratto che ti legherà al Milan fino al 2011. Vuoi andare ai Mondiali in Africa, con l’Olanda, nel 2010. Nessun rancore con Van Basten, l’ex milanista e ora ct olandese che ti ha escluso dalla rosa dell’ultimo Mundial? «Non andare in Germania mi ha fatto molto male, umanamente e sportivamente. Però non può durare. Rimanere fermi è stupido. Perché nella rabbia e nella tristezza, se le riconosci, se le ammetti, c’è anche la forza di ripartire. Negli anni sono riuscito sempre a trasformare le delusioni in energia. E anche la rabbia in energia». Oltre ai Mondiali in Africa, nel 2010 in Suriname ci sono le elezioni presidenziali. Nemmeno un pensierino? «Non ho interessi politici. Ho estremo interesse per il Suriname, spero che il popolo possa crescere, e per cresecere ha bisogno di istituzioni stabili che godano della fiducia della comunità internazionale. Ma non sono un politico. Lo strumento incredibilmente forte che ho per aiutare il mio paese è lo sport. E l’educazione. Che come ti ho detto, voglio anch’io contribuire a far crescere in Suriname. Non a caso, già settimana scorsa è partito un progetto Champions for Children».

Il Cavaliere, un’onda che si propaga
Ronaldo arriva al Milan e dice: «Mi sono trovato a casa». Tu che hai giocato nei più grandi club d’Europa, ci spieghi cosa avrebbe di tanto speciale questo Milan? «Sono due gli aspetti che colpiscono uno che arriva al Milan: l’ambiente di lavoro e la personalità vincente del padrone. Di Silvio Berlusconi. Prendi Milanello, un cinque stelle con tutto quello che un giocatore può desiderare: campi, palestre, piscine, la tecnologia del Lab. una struttura unica. E poi c’è lui, Berlusconi, che è come un’onda che si propaga. Uno che dal primo giorno che sei al Milan (almeno così è successo a me) ti fa capire che i giocatori del Milan devono avere un ruolo sia in campo sia fuori. Siamo idoli per la gente? Allora abbiamo anche una responsabilità. Ecco, sono queste le cose che ti trasmette il Cavaliere: responsabilità, determinazione. Anche oggi che non è più così vicino alla squadra come qualche anno fa».
Seedorf ha vissuto a lungo in Olanda, paese cosiddetto multiculturale che ha già ampiamente sperimentato unioni gay, eutanasia, bambini in provetta. Cosa sta arrivando in Italia, il sole o le nuvole dei Paesi Bassi? «Vedi, su certe cose sono un tradizionalista, su altre sono moderno. Credo che la natura vada rispettata. La natura ci insegna molte cose. E non c’è bisogno di star qui a discuterle. Ci vuole solo buonsenso. Non posso approfondire certe problematiche delicate. Posso solo dire che sono una persona che cerca di essere abbastanza aperta e non conservatrice. Se qualcosa non funziona si cambia. Ma solo se non funziona. Non si deve fare la rivoluzione per forza».
A proposito di cambiare, ti dice qualcosa Calciopoli? «Sì, mi dice che hanno distrutto la serie A, che si è data una brutta immagine del nostro calcio all’estero. Per questo io sono così contento che il Milan sia riuscito ad andare in finale di Champions: arrivando in cima all’Europa abbiamo restituito l’onore all’Italia». Quindi Seedorf ama ancora l’Italia, nonostante abbia subito un paio di rapine in casa? «Non è stato certo piacevole, però quelle cose capitano dappertutto. Ho avuto sette anni meravigliosi in Italia. E non ho cambiato idea. Mi spiace soltanto che in Italia ci sia ancora troppa burocrazia». Per esempio? «Per esempio si fa una fatica incredibile per venire dall’estero, peraltro a fare lavori che gli italiani non vogliono fare. Sì, fuori dai piedi quelli che vengono qui per “fare casino”. Ma all’estero funziona che se uno ha il contratto di lavoro, bene; se uno non ce l’ha più, deve tornare da dove è venuto. Ed è così che dovrebbe cominciare a funzionare anche in Italia».
Cosa ne pensi del ritorno di Sheva? «Non voglio dirlo finché non abbiamo giocato la finale». Dalle treccine rasta alla testa rapata alla marine. C’è un spiegazione del giro di look? «Nessuna. Mi piace cambiare». Dicono che sei un professorino, in campo e negli spogliatoi, tendi a essere antipatico.«Io non sono un soldato. Se credo di avere delle idee le metto a disposizione di chi deve comandare. Rispettando chi comanda. Però, se sono convinto di qualcosa la dico. Perché per me l’esperienza è la missione totale. Non solo nel gioco, anche nello spogliatoio. Faccio obiezioni per contribuire al bene della squadra. Alcuni mi hanno capito, altri meno».

Tra Hollywood e l’arena
Cos’è un calciatore, un professionista in doppiopetto o un gladiatore? «È un mix di professionismo e arena. Abbiamo una responsabilità enorme. E almeno in paesi come Spagna, Italia e Inghilterra siamo come gli attori di Hollywood». Però, chissà quante pressioni. Tra business, immagine, politica, giro pazzesco di interessi. Come si fa a essere attori hollywoodiani e rimanere, non diciamo liberi, ma almeno un po’ integri? «Per poter vivere un ambiente devi capire l’ambiente. E viverlo. Non viceversa. Non dev’essere, per così dire, l’ambiente a vivere te. Se capisci e vivi l’ambiente riesci a gestire le pressioni e a crescere come persona, non solo come calciatore. Perché il calcio è una parte della vita, può finire in qualsiasi momento».

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