COHN-BENDIT AU VENT
Pensava, come al solito, di essere il più intelligente del mazzo il presidente del gruppo Verde all’Europarlamento, Daniel Cohn-Bendit. E, invece, per l’ennesima volta l’antico sessantottino si è rivelato il piccolo simbolo politico di una generazione che ha messo su pancia e carriera ma non è diventata ancora abbastanza grande per stare nella realtà. Esattamente una settimana fa, al termine del discorso con cui Tony Blair dava inizio al semestre di presidenza britannica dell’Ue, il simpatico francesino ha creduto di rimbeccare il premier inglese, sostenendo davanti alla platea di Bruxelles che Blair, lungi dall’essere un “modernizzatore”, è a capo di un paese che continua a versare ingenti finanziamenti alla nobiltà e alla monarchia per mantenere le loro proprietà terriere, grazie al tanto famigerato Piano Agricolo Comune (Pac). Ora, a parte il livello dell’affondo da terza media, che una critica simile arrivi da Cohn-Bendit, esponente non solo dei principali strozzatori delle economie in via di sviluppo (grazie ai vincoli Ue i produttori di zucchero europei vedono acquistato il loro prodotto a un prezzo che è il triplo di quello di mercato, e chissenefrega di brasiliani e giamaicani) ma anche alfiere di quell’Europa social-socialista, un po’ al caviale, un po’ ai matrimoni gay, la cosa sfiora il ridicolo.
Condizione in cui il premier britannico ha fatto sprofondare il collega d’Oltralpe ricordandogli quale sia l’amara verità che la socialdemocrazia continentale e l’asse franco-tedesco difende a spada tratta contro la “modernizzazione” invocata da Londra: «Qual è questo modello sociale che fa 20 milioni di disoccupati in Europa? La gente suona le trombe e noi cosa facciamo? Non li ascoltiamo? Oggi, quasi 50 anni dopo, bisogna rinnovare e questo non ha nulla di vergognoso. Bisogna sposare gli ideali europei in cui crediamo con il mondo moderno nel quale viviamo: gli ideali sopravvivono attraverso il cambiamento e muoiono soffocati dall’apatia di fronte alla sfida».
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