Come farò vincere Obama

Di Sorbi Mattia
30 Agosto 2007
Politica dal basso e "autenticità". Ecco le armi per diventare il candidato democratico alla Casa Bianca. E sull'Iraq? «Via le truppe, ma per inviarle in Afghanistan. è lì che si combatte la vera guerra al terrore»

Manchester, New Hampshire
David Axelrod, 51 anni, è senior partner della Akp Message&Media, società di consulenza politica con sede a Chicago. È considerato uno dei migliori spin doctor statunitensi, anche se lui preferisce definirsi «esperto di politica urbana». Ha lavorato con successo all’elezione del sindaco di Chicago, Richard M. Daley, e a quella dei governatori di New York, Eliot Spitzer, e del Massachusetts, Deval Patrick. Nel 2004 ha seguito la campagna elettorale di John Edwards. Oggi è il responsabile per la comunicazione della campagna di Barack Obama, il candidato nero per le primarie del Partito democratico. Obama per diventare il 44esimo presidente degli Stati Uniti dovrà prima convincere i suoi concittadini di essere un politico migliore di Hillary Clinton e di John Edwards, i suoi sfidanti più agguerriti fra i democratici, e poi battere il vincente nella corsa repubblicana, uno tra Rudolph Giuliani, John McCain e Mitt Romney. Difficile per Obama farcela (il distacco percentuale sulle intenzioni di voto dalla signora Clinton è piuttosto ampio), ma certamente è riuscito finora a sucitare ampia simpatia e curiosità nel mondo americano. E non solo per il colore della sua pelle, ma anche per la sua storia personale (è di umili origini, ha avuto un’infanzia non facile), per il suo eloquio diretto e sincero, per certe sue idee non banali. Intanto una vittoria Obama l’ha già ottenuta: è il candidato che è riuscito a raccogliere il maggior numero di finanziamenti (ben 31 milioni di dollari con più di 150 mila donatori, un record per la storia politica Usa).
Mr. Axelrod, come avete fatto a raccogliere tanti soldi?
La campagna di Obama è fondata sulla costruzione di movimento composto da associazioni di base. La gente vuole un cambio radicale e Obama ha rifiutato il contributo di importanti lobby, scommettendo sulla genuinità del suo programma per arrivare dritto dritto al cuore degli elettori. Crediamo che il sistema lobbistico che oggi regge la nostra politica vada ricondotto alle ragioni per cui è nato: una competizione tra interessi che muovono la società e non la prevaricazione di questi ultimi sul bene comune.
Dunque, qual è la lobby che vi sostiene?
Professionisti, studenti, persone impegnate nelle attività della propria chiesa o in organizzazioni per i diritti civili e per l’ambiente, cittadini tagliati fuori dal sistema previdenziale o angosciati dai debiti contratti per studiare.
Basteranno per battere Hillary Clinton?
Se sapremo comunicare al meglio l’autenticità di Obama batteremo la Clinton.
In che senso?
Vede, io sono in tutto e per tutto un discepolo di Karl Rove…
Lei, spin doctor di un democratico, discepolo dell’ex stratega politico di Bush?
Esatto. Rove mi ha insegnato una cosa molto importante: ogni elezione è una reazione all’ultimo presidente. È sorprendente il modo in cui Rove ha curato l’immagine di Bush, trasformando i suoi difetti e la sua semplicità in virtù politica. Quel senso di “ecco chi sono per intero” che Bush riusciva a comunicare lo ha reso un candidato più autentico rispetto a John Kerry. Se il messaggio di un candidato non riflette autenticamente la sua persona, questi fallirà. Se Obama non avesse deciso di correre non avrei accettato di lavorare per altri in queste elezioni, perché Obama è l’unico candidato davvero autentico di questa gara presidenziale. Obama è la personificazione del suo messaggio: dobbiamo superare ciò che ci divide e concentrarci su ciò che ci unisce.
Il 59 per cento degli americani ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a eleggere un presidente afro-americano.
È un buon dato, ma indica anche che una parte significativa del paese cova ancora dei pregiudizi. Abbiamo l’appoggio di due figure chiave del movimento per i diritti civili: il reverendo Jesse Jackson e il professor Cornel West. Adesso dobbiamo far capire al resto della nazione che come John Kennedy non si presentò come presidente cattolico, così Obama non correrà come presidente nero, ma come americano. Temi come il lavoro o l’educazione non sono problemi solo dei neri, ma di tutti.
Quali sono le vostre parole d’ordine?
Speranza, azione, cambiamento (hope, action, change). Fin dal discorso inaugurale di Obama a Chicago alla convention nazionale del Partito democratico nel 2004 è stato chiaro che noi pensiamo che solo un movimento popolare potrà cambiare l’America. È una convizione scaturita in lui dopo il diploma in Scienze politiche alla Columbia University di New York, durante il duro lavoro come organizzatore di comunità di base a Chicago e le sue prime cause da avvocato per i diritti civili successive alla laurea in legge ad Harvard.
Chi sarà il candidato da battere tra i repubblicani?
Come per i democratici, anche fra i repubblicani vincerà chi sarà capace di presentarsi come il più autentico. Da questo punto di vista l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, sta conducendo un ottimo lavoro. Si presenta per quello che è: un combattente e un uomo di potere che non ha paura di proclamarsi in disaccordo con il suo partito su alcune tematiche sociali.
Guerra in Iraq. Obama ha sempre sostenuto essere necessario il ritiro e ha fissato una data: 31 marzo 2008. Eppure, recentemente, anche due intellettuali liberal come O’Hanlon e Pollack della Brookings Institution hanno dichiarato al New York Times che la situazione sta lentamente cambiando grazie all’aumento delle truppe.
Obama non ha chiesto il ritiro delle truppe perché stiamo perdendo la guerra. L’ha chiesto perché abbiamo bisogno dei nostri soldati per vincere la vera guerra contro il terrorismo, che è quella che si sta combattendo in Afghanistan. Servono poi soldati per monitorare il Pakistan. Per quanto riguarda l’Iraq, è giunta l’ora che il governo iracheno superi le rivalità interne e si assuma le proprie responsabilità. Non lasceremo l’Iraq a se stesso ma proponiamo forti investimenti per il sistema educativo ed economico. è solo attraverso la costruzione di una cultura aperta al dialogo con altre etnie e il finanziamento di realtà produttive attraverso il microcredito che l’Iraq potrà risorgere.

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