Come, in Letizia, ti spiego il sindacato
La scuola, l’eterna incompiuta, torna alla ribalta delle cronache. In discussione sono le norme della finanziaria riguardanti l’istruzione. I sindacati ricominciano il loro, ormai consueto, “tira-e-molla”, tanto per far sapere che loro esistono ancora, che sono ancora utili, che fungono da garanti e controllori dell’operato governativo. Così, tra la proclamazione di uno sciopero e una smentita, si tira avanti (per i sindacati) e si tira dritto (per il ministero).
Un po’ di storia
Appena insediata il neo ministro Letizia Moratti, superato con un decreto il problema delle graduatorie dei precari pendente al Consiglio di Stato, è riuscita a far partire l’anno scolastico con l’assunzione in ruolo, tra agosto e settembre, di oltre 60mila docenti. Orgogliosamente poi, davanti alle telecamere del Tg1, ha fatto notare che «era da cinquant’anni che non accadeva una cosa simile». Dopo gli attentati dell’11 settembre a New York e Washington, l’attenzione del governo si è spostata sui temi della difesa e della sicurezza. Si son temuti quindi dei tagli alle risorse promesse alla scuola. «Non è così», ha rassicurato il Ministro sebbene le premesse ci sarebbero state veramente tutte. Le recenti immissioni in ruolo di migliaia di docenti, il passaggio allo Stato, provenienti dagli enti locali, di 94mila Ata (personale tecnico-amministrativo) e l’impiego nel settore delle pulizie di 18mila lavoratori socialmente utili hanno infatti reso il nostro ministero dell’istruzione il più grande dell’Occidente. Oltre un milione e duecentomila dipendenti e un bilancio di 66mila miliardi annui. Un vero e proprio “mostro” che non lascia intravedere nemmeno molte possibilità di ammodernamento. Infatti, secondo lo stesso ministero, solo il 5 per cento delle risorse viene destinato all’innovazione, mentre il 95 per cento è impiegato per il pagamento del personale. In cinque anni si dovrebbe passare all’80 per cento per gli stipendi e al 20 per le risorse. Come si è arrivati a una situazione simile? Come cambiarla?
La matematica non è un’opinione
Davvero una bella sorpresa è stata per il ministro Moratti quella che le è stata preparata dal sottosegretario Valentina Aprea. Pochi giorni prima del suo intervento di replica alla Commissione VII della legge finanziaria la Moratti ha ricevuto un dossier preparato dall’Aprea in collaborazione con alcuni esperti. Tale dossier ha costituito la spina dorsale della sua replica alle osservazioni della Commissione parlamentare. La relazione (che gode del privilegio di fare affidamento su dati certi e insindacabili raccolti all’interno del ministero stesso) mette in risalto come uno dei punti da cui non si può prescindere per una reale riforma del “mondo scuola” sia la questione degli organici. Come ha infatti affermato il Ministro davanti alla Commissione «va stabilizzato il personale della scuola in seguito a una eredità negativa. Nel 1998 venne decisa una riduzione del 3 per cento nel biennio 98/99. Il risparmio previsto di 1900 miliardi venne acquisito in anticipo ma la riduzione non venne applicata, anzi, il personale docente aumentò di 55mila unità, vennero assunti 94mila Ata e aumentarono in modo incontrollato le supplenze». Come si può infatti notare dal grafico 1, uno dei tanti preparati dal gruppo di lavoro della Aprea, a partire non solo dal biennio 98/99 ma già dal 96/97, il numero del personale a tempo determinato (i cosiddetti precari) è aumentato a dismisura se paragonato al numero delle classi, all’organico di diritto (cioè al numero ritenuto sufficiente dal ministero per il funzionamento del mondo scuola) e al personale a tempo indeterminato (gli insegnanti di ruolo). Dunque, un’impennata nel numero del personale scolastico in controtendenza rispetto al numero degli studenti, in calo per ragioni demografiche. Perché è potuto accadere tutto ciò? Bella domanda da rivolgere ai sindacati che, sebbene non lo ammetteranno mai esplicitamente, hanno puntato su questa categoria per crearsi una base solida di “tesserati”. Mascherando l’iniziativa con uno slogan che potremmo riassumere in “lavorare meno, lavorare tutti”, hanno portato la situazione attuale al disastro. Ma non solo. Come si sarà capito da quanto detto sopra, venivano preventivati nella finanziaria risparmi che poi non sarebbero mai stati attuati. Anzi, al posto di risparmiare, si spendeva ancor più. Dei 25mila miliardi di “buco” nei conti dello Stato che Berlusconi e Tremonti hanno ereditato da Amato e Visco, ben 10mila provengono dal mondo della scuola. Perché, come mostra il grafico 2, non solo non sono stati risparmiati i 7.301 miliardi previsti, ma ne sono stati spesi 3.000 in più.
Cosa cambia
Che fare? La Moratti ha già fatto qualcosa facendo iniziare l’anno regolarmente e “sistemando molti dei precari” lasciati dall’Ulivo. Nell’articolo 13 della legge finanziaria 2002 al punto 3 si legge che «La prestazione oraria, a tempo pieno, di ciascun docente, non può essere inferiore a quella stabilita dal contratto collettivo nazionale del lavoro del comparto “Scuola” sottoscritto in data 4 agosto 1995 […] fissata rispettivamente in 18 ore settimanali per la scuola secondaria, in 22 ore per la scuola elementare e in 25 ore per la scuola materna. Le frazioni inferiori alle 18 unità orarie sono attribuite al personale in servizio nelle istituzioni scolastiche fino a un massimo, di norma, di 24 ore settimanali». Così la Moratti, in un sol colpo, chiama tutti a rispettare il contratto facendo almeno 18 ore, elimina i cosiddetti “spezzoni” d’orario usati prima per “piazzare i supplenti”, consente, a chi vuole, di aumentare il numero delle ore fino a 24. Sia detto, neanche tanto fra parentesi, che 24 ore settimanali significano oltre un milione netto in più al mese. Il sopracitato articolo sancisce che i supplenti non possono essere nominati se le assenze per malattia non supereranno i quindici giorni. E, per risparmiare altri 250 miliardi, il comma 7 dell’articolo 13 prevede che la commissione degli esami di Stato sia composta esclusivamente dai docenti interni con il solo presidente di nomina esterna.
L’unica (vera) rottura
Nell’ambito sindacale si distingue la Cgil che ritorna all’antico usando toni minacciosi, dopo che per anni, con i governi dell’Ulivo, era stata assai conciliante. Su posizioni intransigenti si schiera anche lo Snals, mentre più possibilisti sembrano Gilda e Cisl. La decisione di indire lo sciopero e poi ritirarsi, «mantenendo lo stato di agitazione, però», è ormai un refrain da settembre. Per ora in piazza ci sono andati solo i Cobas. Una vera frattura è stata invece quella di Diesse, l’associazione degli insegnanti presieduta da Giuseppe Meroni. «Basta con il sindacato impegnato solo nella difesa dello status quo, – dicono i docenti vicini alla Compagnia delle Opere- ci vuole altro per difendere la professione docente». Propongono la costituzione di un Albo professionale. La valorizzazione delle associazioni dei docenti è considerato un dato necessario per innovare la docenza. I sindacati si devono occupare di salari e dei contratti. «Giù le mani –dicono- da orari e organizzazione del lavoro». La Compagnia delle Opere giudica positivamente l’aumento dell’orario di lavoro a 24 ore settimanali. «L’aumento di stipendio sarebbe considerevole –precisano all’ufficio scuola – e così passerebbe il criterio che chi più sta in classe, più guadagna». E affermano che finora sono stati premiati solo quelli che non lavorano direttamente con gli studenti come ad esempio coloro che svolgono le cosiddette “funzioni obiettivo”. In pratica un docente con circa dieci anni di anzianità potrebbe avere uno stipendio netto di circa 3 milioni e mezzo. Il divario con i docenti europei sia sul piano stipendiale che su quello dell’orario di lavoro comincerebbe a colmarsi.
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