Come pesci nell’acquario del fitness milanese

Milano, pausa pranzo. Nel fitness centre della borghesia bene si pedala forsennatamente sulle cyclette al ritmo della disco music. Gomito a gomito, senza guardarsi in faccia, ingegneri e manager ansimano, lo sguardo fisso nel vuoto, sui pedali messi volutamente alla massima resistenza, per sudare di più. A osservarli spassionatamente attraverso la grande vetrata paiono strani pesci boccheggianti in un acquario. Quale oscuro demone, non puoi non chiederti, li insegue e li trafela? Quel furioso pedalare nel nulla ti dà vaghe reminescenze di contrappassi danteschi. Se qualcuno mai li obligasse a sudare, immobili, in mutande e tutti in fila, invocherebbero i Diritti dell’uomo. Ma sono liberi, e dunque, si suppone, felici.
Poi negli spogliatoi le signore si pesano, mezze svestite si contemplano agli specchi. Specchi impietosi: dopo tutto quel pedalare i corpi ingrati entrano ancora a stento nei fuseaux, e oscilla la cellulite costretta. Le belle, invece, passano avanti e indietro, nude. Eve trionfanti, da malevole occhiate inseguite.
«Quella, per me è rifatta», sibila una non appena la bella se ne va. «Ormai son tutte rifatte – conviene l’amica – tu pensa, spendere migliaia di euro per rifarsi il seno». Scuotono con riprovazione la testa, e attaccano a spalmarsi con l’anticellulite estremo. «Certo che c’è un esibizionismo, qua dentro: vogliono proprio farsi notare», s’indigna un’altra da dentro un body viola che la soffoca. E poi via, tutte di corsa, a lezione di stretching. «Ma l’hai vista la Monica Bellucci ieri in tv?», afferri mentre infilano le scale. «Lo sai che mi è sembrata, bella sì, ma appena invecchiata, ecco, quasi – sorride una, benevola – un po’ sfiorita?». Negli specchi posti ovunque si riflettono mille volte, crudeli, i chili maligni, le pance, i seni stanchi. Ci si asciuga, unge, profuma, ci si contempla nel ronzare frenetico dei fon. Si discute pigramente dell’ultimo film coi cow-boy gay, che è «tanto carino»; si fa dal cellulare una lavata di capo alla colf honduregna, «che proprio non capisce un c…», attacca rabbiosa la signora, infilandosi in fretta i décolleté mostruosamente puntuti e caracollando verso l’uscita. Dietro la vetrata quelli delle cyclette boccheggiano ancora. C’erano una volta, pensi, i milanesi. Fuori respiri l’aria fredda con sollievo, quasi gusti l’aria che sa di gas di scarico. La realtà, finalmente: dopo un’ora nel nulla, che nostalgia.

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