Come si fa il filo

Di Manes Enzo
28 Settembre 2006
Quando vocazione imprenditoriale ed esperienza tessono con arte le trame per non soccombere alla globalizzazione

Come non perdere il filo. Alla Fil Man Made Group è un imperativo-vocazione che praticano dal 1972. Da quando cioè il signor Pietro Parodi decide di mettere anni e anni di esperienza nel mondo del tessile finalmente al servizio di una propria azienda. Che doveva presentarsi al mercato come quel luogo capace di trasformare meccanicamente la materia prima, fornita dalla grande industria chimica europea, in filati hi-tech. Andando così a cogliere e soddisfare, lavorando su progetti specifici, le esigenze provenienti da diversi settori. Famiglia piemontese quella dei Parodi.
Al cotonificio Valle Susa il signor Pietro accumula esperienza ed entusiasmo appunto nel tessile, un comparto nobile che negli anni Sessanta significava parecchio per l’economia italiana. Lavorò anche per le aziende di un certo Felice Riva che, per chi non lo sapesse, fu anche per un periodo presidente del Milan e da patron di rango gli riuscì il colpo di regalare al popolo rossonero Gianni Rivera, prelevandolo ancora ragazzetto dall’Alessandria.
L’attività in proprio però non l’ha praticata in Piemonte, ma ha scelto il Triveneto. Trieste la prima tappa. Nel 1973 è stato acquisito a Trevignano, in provincia di Treviso, il primo nucleo produttivo. Poi l’impresa è cresciuta. Nel 1980 è iniziata la costruzione del nuovo stabilimento di 8 mila metri quadrati a San Giorgio in Nogaro (Udine), ampliato nel 1984. Ulteriore suo ampliamento nel 1997, fino a raggiungere un totale di 12.500 metri quadrati. Un’azienda in continua evoluzione, insomma. Infatti nel 1991 ecco l’unità produttiva di Maniago, Pordenone. Si tratta di un polo produttivo che si è subito caratterizzato per l’impiego di macchinari all’avanguardia e tecnologie avanzate. Per la filatura delle fibre sintetiche non ha nulla da invidiare ad altre realtà continentali. Tra acquisizioni e aperture di nuove unità produttive oggi il gruppo conta su tre fabbriche in Italia, una in Portogallo e, da aprile, ha avviato una propria presenza in Cina.
Il timone ora è nelle mani di Andrea Parodi, il figlio del signor Pietro. Una laurea in legge «conquistata all’Università di Trieste con sudore, studiando la notte. Di giorno davo una mano in azienda e gli impegni da assolvere erano già tanti. Per me sicuramente è stata una stagione di sacrifici, ma il ricordo che conservo di quei momenti è comunque bello». Ha cinquant’anni Andrea Parodi. Dal 1976 respira direttamente la storia di Fil Man Made. Conti alla mano sono trent’anni che frequenta un mercato vieppiù complesso, insidioso, dove per emergere è necessario trovare strade alternative alle cosiddette commodities. «Mica facile. Specie per chi opera nel tessile, un settore che più di altri ha patito e patisce l’avvento della globalizzazione. Con l’abbassamento della qualità e la corsa a politiche sul prezzo insostenibili per chi produce in Europa, diventa ogni giorno più complicato reggere la sfida puntando sull’eccellenza. Certo che può far sorridere parlare di eccellenza nel tessile, ma evidentemente la clientela non manca se si garantisce una produzione ad alta tecnologia».
Nel 2005 il gruppo ha chiuso con un fatturato di 140 milioni di euro con l’export che incide per circa il 60 per cento. Quest’anno è atteso un incremento che lo porterà a 150, grazie soprattutto all’effetto Cina, dove è operativa una fabbrica con 120 persone. «L’hanno messa in piedi in appena 5 mesi. Non c’è bisogno di aggiungere altro, mi pare». Allora agggiungiamo qualcosa sul made in Italy. Ok? «Mi sembra che la tendenza generale non sia più quella di arroccarsi sul made in Italy ma di investire sul designed in Italy. Chi sta operando così raccoglie consensi. La politica dell’outsourcing funziona, anche perché si abbattono drasticamente i costi. Però una domanda dobbiamo porcela: che cosa si vuol fare dell’industria italiana? Cioè, si vuole un’industria vocata al design o al manufacturing? Io rimango convinto che un grande paese non possa prescindere dal manifatturiero. D’accordo, vanno individuati i settori strategici, però non è possibile pensare a uno “Stivale” espressione solo di terziario avanzato. Con tutto il rispetto, non possiamo fare tutti i gondolieri. Ragiono così perché mio padre mi ha insegnato la cultura della fabbrica, del produrre, dei metri quadrati. Che non significa essere dei romantici: un’impresa è chiamata a realizzare profitto altrimenti sparisce. Però si può stare bene sul mercato investendo ancora sugli uomini che tutti i giorni vivono l’azienda e sul prodotto che andiamo a realizzare per soddisfare una clientela che giustamente esige la qualità totale».
Fil Made Man si colloca al livello intermedio della catena. Laddove a monte vi sono i grandi produttori europei di fibra e a valle le aziende che realizzano il prodotto finito. «Logicamente la mia realtà non può fornire valore aggiunto di tipo chimico al prodotto. Posso invece adoperarmi per una trasformazione di tipo meccanico. E per accrescere le performance devo sollecitare il produttore di fibre a migliorare chimicamente il prodotto affinché poi si possa trasformarlo per assicurare quei vantaggi che il mio cliente si aspetta. Un anello intermedio che ritengo indispensabile per dare valore aggiunto. I fatti sono lì a dimostrarlo».
«Sarò pure un dinosauro che crede ancora all’industria, un imprenditore che non va molto di moda, però ho il privilegio di andare controtendenza, con il gruppo che cresce mentre altri calano. Seppure in Italia si faccia di tutto per mettere il bastone fra le ruote al manifatturiero», dice con fermezza.
Spiega così che ai governi italiani importa poco di attuare una vera politica industriale. Che qui da noi l’energia costa troppo, che non si può andare avanti a penalizzare chi produce. Fa: «Questo handicap mi ha spinto ad accelerare il processo di internazionalizzazione, perché la voce energia incide moltissimo nel conto economico della mia realtà. E purtroppo è una crescita esponenziale. Possibile che non si colga il senso di questo salasso? Di quanto ci penalizzi il caro energia rispetto agli altri paesi dell’Europa?». Siccome la questione è tremendamente seria che non si può liquidare con uno sfogo, ecco che il nostro imprenditore del tessile va al concreto, ai denari. Con un esempio che rende parecchio l’idea e la sproporzione in atto. «Il mio concorrente francese, a parità di consumi, parte spendendo quasi 5 milioni di euro in meno l’anno. Non mi pare proprio che sia un vantaggio di poco conto».

Gusto di montagna
Che Andrea Parodi non si attenda nulla di significativo sul tema glielo si legge negli occhi. Lui, come altri, agisce. Investe. In Italia, in Europa, in Cina. La manifattura non ci pensa minimamente a mollarla. Si arrabbia magari, spesso non capisce la generale trascuratezza che poi diventa un silenzio assordante quando i problemi riguardano la media e piccola impresa. Ma lui è imprenditore fino in fondo, ha preso dal signor Pietro quella passione che è poi coincisa con il mestiere. Ce l’ha appiccicata addosso. Una vocazione che ogni giorno gli fa dire che bisogna stare in azienda, girare i reparti, parlare con i collaboratori, cercare nuove opportunità di business. Con l’aria che tira, la sua è un’impresa che sa di salita. «Ho sempre avuto la voglia di andare in montagna quando tutti preferivano le vacanze al mare».

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