
Come si gioca a pallapugno, lo sport che appassionava Pavese e Fenoglio
In una nazione che vede nel calcio l’unico sport possibile, è difficile pensare che sopravvivano sport di natura locale. Non parliamo di sport minori come il rugby o la pallavolo, perché questi sono sport che hanno un seguito importante e per determinate fasce della popolazione sono sport che li distinguono dalla massa, che danno un aria quasi “aristocratica” a chi se ne appassiona. Io parlo invece di quegli sport che nascono dalle tradizioni del territorio e che sul territorio natio muoiono senza svilupparsi a livello nazionale. Sono sport che hanno natura esclusiva, ma di tipo proletario e contadino.
Penso al lancio del formaggio che si fa nelle zone del Parmigiano Reggiano, a Fiolet e Rebatta giocate in Valle d’Aosta, al Calcio “Storico” Fiorentino ed alla Pallapugno praticata tra Piemonte e Liguria.
Sport di questo tipo emanano cultura del territorio, ci parlano del lavoro che i secoli passati hanno caratterizzato quei luoghi, di tradizioni che non sono esclusivamente sportive ma sono divenute culturali ed identificative di zone specifiche dell’Italia.
Tra questi mi soffermo in modo particolare sulla pallapugno, perché ne ho una conoscenza diretta e approfondita. Quello che impressiona di questo sport è il seguito che ha nei paesi del cuneese e in particolare delle Langhe. Si pensi che il numero di spettatori complessivo è secondo solo alla pallavolo maschile che gioca a Cuneo, squadra che milita in serie A, spesso con obiettivi ambiziosi. Il calcio, il basket e tutti gli altri sport non suscitano lo stesso interesse di uno sport tradizionale come la pallapugno.
In realtà questo sport fino al 2001 si chiamava “pallone elastico”, ma se andate nei paesi in cui si pratica sappiate che in dialetto sia ligure che piemontese è detto” balon” (si legge balùn). Si pratica in appositi stadi chiamati “sferisteri” composti da un campo lungo 90/100 mt e largo 16/20 mt. Si gioca fasciandosi il pugno con circa 12m di strisce di stoffa a cui sopra si mette un pezzo di cuoio appositamente modellato ed una striscia di gomma che serve per ammortizzare il colpo ed aiutare il giocatore nell’indirizzarlo. I punti si contano come nel tennis: quindici, trenta, quaranta, gioco. Vince chi arriva ad 11. Le squadre sono formate da quattro giocatori: il battitore (che è il giocatore più forte atleticamente e ha un ruolo sia d’attacco che di difesa), la spalla (che ha capacità simili al battitore) e due terzini (che sono i giocatori che in genere hanno ruoli più difensivi).
La storia di questo sport è poi, particolare. Sviluppatosi soprattutto tra le province di Cuneo, Asti e Riviera ligure di Ponente subì una grave crisi tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, dovuta alla povertà che costrinse molti contadini piemontesi a emigrare verso altri Paesi e che rischiò di far scomparire questo sport tradizionale. Il seguito della storia ha però dell’incredibile, perché non solo nel ‘900 raggiunse una grande popolarità, ma venne anche a far parte di capolavori della letteratura italiana grazie a scrittori come Cesare Pavese e Beppe Fenoglio grandi tifosi di questo sport nonché osservatori del mondo contadino e dei suoi costumi. Non solo, essendo molti piemontesi emigrati nelle Americhe, in California, nella metà del secolo scorso si riuscì persino a organizzare un campionato per un certo numero di anni.
Quest’ultimo elemento ci segnala quanto forte ed identificativo può essere lo sport tradizionale per chi lo ha conosciuto, vissuto e amato. Anche le istituzioni locali, con finanziamenti specifici, tutelano questo pezzo di cultura locale che a differenza di sculture o altre opere d’arte è dinamico e mutevole nel tempo, si arricchisce di aneddoti, curiosità, emozioni. Ravviva nel territorio la sua identità. Se capitate dunque in una zona in cui si pratica uno sport tradizionale, se volete conoscere il vissuto di quella terra, non potrete non andare a curiosare durante la partita, tra esclamazioni in dialetto e profumi di prodotti locali.
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