Come si spiega la “tenuta politica” del governo Amato (Pardon, del comitato d’affari della borghesia)

Di Tempi
20 Ottobre 2000
In quel tempio dell’economia e della finanza che i grandi mezzi di informazione italiana hanno imparato a criptare e a rendere tanto complicato anche noi pazzarielli conserviamo qualche aggancio.

In quel tempio dell’economia e della finanza che i grandi mezzi di informazione italiana hanno imparato a criptare e a rendere tanto complicato anche noi pazzarielli conserviamo qualche aggancio. Come il generale Lafayette – lo pseudonimo è d’obbligo – che, per aiutarci a comprendere la morale del servizio di copertina, illustrato alle pagine 15-17, collabora alla realizzazione del presente numero con il seguente dispaccio che giriamo ai lettori.

Quando la sinistra era giovane
e i suoi ragazzi tiravano le molotov, si usava dire che ‘nel sistema capitalista, lo stato è il comitato d’affari della borghesia’. Dovevano crederci davvero, visto che a qualche decennio di distanza, abbandonato l’eskimo per il Burberry e i collettivi per i consigli di amministrazione, la formula viene applicata alla lettera. Lo stato sono loro e la borghesia pure: l’analisi leninista può quindi essere finalmente verificata nella sua correttezza, senza spiacevoli interferenze. E funziona. Funziona talmente bene che genera decine di migliaia di miliardi di plusvalenze. In contanti, naturalmente. Così bene non c’era ancora riuscito nessuno, in questo paese prima dominato dall’oscuro giogo della reazione. Valore, ricchezza, stock options, commissioni, prebende, parcelle: un fiume di denaro che sgorga sempre dalla stessa sorgente, lo stato, e forma calanchi, laghi, insenature nelle tasche degli illuminati dediti alla causa, una benefica pioggia di latte e miele che corrobora alleanze, rinsalda vincoli (e assicura anche una felice vecchiaia agli amici: ministeri e presidenze non sono eterni). Il progresso rispetto ai nani e ballerine della Prima Repubblica si nota anche dallo stile. Banche d’affari internazionali (sempre le stesse), grandi avvocati (sempre gli stessi), grandi (si fa per dire) famiglie coinvolte (sempre le stesse), così come sono sempre gli stessi i corridoi e i retrobottega dove si “monta” l’affare. Che le cose siano fatte come si deve, lo si nota anche dal fatto che i grandi censori della pubblica moralità finanziaria (sempre gli stessi) limitino la loro reazione a un benevolente cenno del capo, i grandi giornali (sempre gli stessi) si attengano più o meno al dovere di cronaca senza commenti, le cento authority del paese, con tutti i loro presidenti, commissari e vicegabellieri (sempre gli stessi), non sentano nemmeno lo stimolo di inarcare il sopracciglio destro. Una cura dei dettagli assolutamente impeccabile. Un’esecuzione perfetta di orchestra e coro, di iperattività societaria e finanziaria, specie in questa fine legislatura.

Una lettura dei fatti (economici)
A pensar male, si dice, si fa peccato. Ma di fronte a operazioni che in altri paesi solleverebbero terremoti mediatico-giudiziari da sovvertire un intero establishment, e che da noi si scontrano contro un muro di gomma d’indifferenza, la tentazione di pensare, almeno poco poco, a una rete di complicità istituzionali è veramente forte. E quale sarebbe il peccato di pensiero del nostro Lafayette, se dovesse cedere a questa maliziosa tentazione? Un primo interrogativo, che riguarda fatti curiosamente coincidenti, è sull’indifferenza con la quale da qualche tempo vengono accolte notizie di stock options di decine o centinaia di miliardi a favore di top managers, di cui nessuno sapeva niente. Non è che passino lisce solo per creare un clima di indulgenza tra gente che conta e che ha tanti amici influenti? In fondo si fregano solo un po’ di azionisti senza voce e un po’ di colleghi che credevano di lavorare per la propria azienda e invece hanno lavorato per qualche boiardo. Ma, ci potete giurare, chi passa alla cassa per cifre a dieci o undici zeri diventa subito meno critico, nel pubblico e nel privato, nei confronti del potere costituito, che in fondo potrebbe anche andare a fargli un po’ di pulci. Vediamo invece come potrebbero svolgersi (c’è una certa ripetitività nei copioni) i canovacci di alcune vicende tipo. Si parte da un’attività economica, produttrice di beni e servizi vendibili sul mercato, che è di proprietà dello Stato o di un ente dallo stesso controllato.

Il gioco dei De Benedetti e dei Tatò
Per comodità definiamo questa attività come “Azienda A”. In nome dei prìncipi della privatizzazione, della sussidiarietà, del risanamento di bilancio ecc., questa attività viene venduta a, diciamo a caso, l’Imprenditore Rossi, che la paga, per esempio, 100 miliardi. Spesso la vendita viene fatta a condizioni di favore (pagamenti rateali, garanzie sui debiti, collocamento del personale in esubero ecc.). L’imprenditore Rossi gestisce per alcuni anni (non molti) questa attività, per poi venderla, poniamo a 1000 miliardi, all’imprenditore Bianchi, meglio se estero: chiamiamolo White Co. Immediatamente Rossi acquista la fama di imprenditore dalle mani d’oro, genio della finanza e orgoglio della nazione: chi lo toccherà più? Passa ancora qualche anno e la White Co. non resiste all’opportunità di vendere l’Azienda A per 2000 miliardi. Naturalmente chi comprerà questo gioiello se non un’azienda controllata, di diritto o di fatto, dalla mano pubblica? Meglio ancora se anche questa azienda è stata nel frattempo privatizzata (parzialmente), in modo che il costo sia ripartito con i risparmiatori, che così pagano due volte: come cittadini e come azionisti.

Come si sfascia un’economia (vedi l’Economist, a pag 17)
Veramente geniale. Sarebbe addirittura diabolico, ma nemmeno Lafayette osa pensare a tanto, se tutto il copione fosse stato scritto fin dall’inizio. Tecnicamente sarebbe di una semplicità sconcertante: l’operazione si chiama “portage” (alla francese). Una volta individuato il garante politico dell’operazione, i movimenti di acquisto e di vendita intermedi sono coperti dall’assicurazione che l’operazione vada “a buon fine”. Chi interviene come acquirente di comodo sa di rischiare molto poco. A fronte di utili enormi. Una cosa però è certa: le economie forti ci distanziano sempre di più perché le loro imprese possono contare su strutture e operazioni finanziarie di alto livello. Noi scegliamo la migliore tradizione mediterranea: il gioco delle tre carte.

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