Come si vince un’elezione a mano armata

Di Gian Micalessin
09 Febbraio 2006
Stanchi di governi inconcludenti e corrotti, i palestinesi hanno scelto le "buone" parole (e le pistole) di hamas. passaggio a gaza

Gaza. Abu Ahmad Hindi oggi ha 32 anni e un piccolo negozietto di frutta e verdura tra i viali di Rimal, i Parioli di Gaza. Rintanato in quel bunker scavato tra arance, pompelmi e grappoli d’uva, ha già vissuto un’intera era. Ha gustato l’eccitazione per il ritorno di Yasser Arafat nella Striscia, le speranze di pace, le illusioni di Oslo. «Ero giovane, avevo vent’anni e mi pensavo fortunato. Ho una vita davanti – mi dicevo – e tutto va per il meglio. A differenza di mio padre avrò la pace, uno Stato, una bandiera, sarò libero e sarò ricco». Sono passati dodici anni e Abu Ahmad tra quelle arance e pompelmi ha solo ingoiato amaro. «Le speranze sono durate poco. Io rimanevo prigioniero qua dentro, ma là fuori qualcuno diventava ogni giorno più ricco. Era già il ’96. La pace per me, per la gran parte di noi qui a Gaza, non aveva cambiato niente. Io ero di Fatah, votavo Fatah, amavo Fatah, ma per me Fatah non faceva nulla. Per qualcuno, invece, faceva tanto. Troppo. Li vedevo ogni giorno più ricchi. Li vedevo cambiar macchina, cambiar casa, cambiar vita. Poi non li vedevo più perché a comprar da me venivano solo i loro servi. Continuavo ad amare Arafat, a sperare, a credere in lui, ma intanto – mi chiedevo – loro come fanno? Non di certo con la loro paga. Cosa fanno più di me? Più di tutti noi? Non avevo risposte. Non ne avevano neppure i miei amici, ma aspettavamo».
Poi venne il 2000, la nuova guerra, il ritorno dei carri armati. D’un tratto, quattro anni dopo, il padre della patria non ci fu più. Solo allora Abu Ahmad Hindi aprì gli occhi. «Quando se n’è andato lui, è stato come se ci avessero levato la benda. Finché c’era lui era come avere un grande padre. T’aspettavi che prima o poi lui avrebbe risolto tutto. Non potevi credere che non sapesse, che non volesse aiutarci. Gli davi tempo e poi ancora altro tempo. In fondo lui aveva costruito il nostro sogno. Ma d’improvviso il suo e il nostro tempo è finito. Quando se n’è andato abbiamo capito. Quel sogno era solo un sogno, solo un’illusione. Ci eravamo sbagliati tutti. A gennaio dell’anno scorso ho votato Abu Mazen, ma sei mesi dopo ho levato la bandiera di Fatah dal negozio. Non ci credevo più. Così stavolta ho votato Hamas. Non mi aspettavo che vincesse. Volevo solo che Fatah si mettesse paura, che incominciasse a pensare. Invece Hamas ha vinto, ma io non mi pento. Alla fine sono contento della vittoria di Hamas e del mio voto. Penso che Fatah ora potrà riflettere sui propri errori, cacciare i ladri, ritornare vicina al popolo, ripensare agli errori fatti in tutti questi anni dicendo di sì all’America e ad Israele».

L’esodo degli elettori moderati
Se non avesse un’anima ed una parola, se non fosse un volto tra quelle arance e quei pompelmi, Abu Ahmad Hindi sarebbe solo un numero tra le statistiche, un’infinitesima percentuale di quel popolo che ha votato Hamas e gli ha regalato la vittoria pur senza credere al suo programma e alle sue promesse di lotta senza fine ad Israele. Come dimostrano le cifre di Khalil Shikaki, l’uomo che con le sue statistiche di anno in anno più dettagliate insegue e registra ogni cambio d’umore delle genti palestinesi, tre quarti degli elettori di Gaza e Cisgiordania sono pronti ad accettare la fine del conflitto con Israele in cambio di uno Stato palestinese. E più del 60 per cento di quanti hanno votato per il gruppo fondamentalista sono in verità favorevoli a un’immediata ripresa delle trattative con il nemico. Ma il nocciolo della questione alla vigilia del voto del 25 gennaio non era la pace, non erano i negoziati e nemmeno la situazione economica. Ad arrovellare il cuore e la mente di gran parte degli elettori quel giorno c’erano due soli grandi sentimenti, la rabbia verso i corrotti e la paura per il futuro. Per entrambi quei problemi il grande colpevole era Fatah e l’unica soluzione possibile Hamas.
In dodici anni Arafat prima e Abu Mazen poi non hanno mai fatto nulla per metter fine alla cancrena. Non un’inchiesta, non un arresto, non una condanna esemplare. E Marwan Barghuti, l’unico incorrotto e incorruttibile agli occhi del popolo, non avrebbe potuto far meglio. Seppur promosso a capolista insieme ai suoi “giovani leoni” di Fatah, restava in carcere. Seppur vittorioso, sarebbe rimasto un Robin Hood in gattabuia. L’unica soluzione si chiamava Hamas, perché per dodici anni infinite file di poveri e impoveriti avevano trovato cibo e accoglienza nelle sue moschee, perché per dodici anni orfani e derelitti avevano studiato nelle sue scuole, perché per dodici anni le sue donazioni avevano costruito le cliniche e gli ospedali a cui Fatah non aveva mai pensato. Ma oltre all’insicurezza del presente, c’era l’incertezza del futuro. A Gaza chi andava a votare si portava negli occhi e nel cuore la paura per i continui scontri tra bande e milizie rivali, l’anarchia della vita quotidiana, le angherie dell’armato di turno, i soprusi dei signori della guerra. Un brutto sogno targato sempre e solo Fatah. Fatah, le milizie rivali nell’apparato di sicurezza. Fatah, le Brigate allo sbando dei Martiri di Al Aqsa. Fatah, i politici, i ministri e i potenti di turno conniventi con quel disordine. Fatah, l’imbelle e impotente presidente Mahmoud Abbas.

I paladini di tutti i negletti
Te lo ripetono i cittadini di Gaza, Nablus, Jenin e Ramallah. Te lo dicono i numeri implacabili di Khalil Shikaki. Secondo quelle cifre, l’85 per cento dei palestinesi considera corrotta l’intera Autorità Palestinese mentre l’80 per cento si sente insicuro persino a casa propria. Hamas non a caso ha fatto di questi due temi i cavalli di battaglia della propria campagna elettorale. Forte della propria immagine di movimento duro e puro e protettore dei negletti, ha promesso un’immediata e spietata pulizia tra le fila dell’Autorità. Forte della propria fama di combattente disciplinato e motivato ha promesso di ridurre all’impotenza i signori della guerra. E per aver la certezza della vittoria ha sfruttato al meglio gli errori d’Israele e degli Stati Uniti. Ha trasformato il ritiro unilaterale da Gaza in una vittoria della lotta armata contrapposta all’inutilità dei negoziati. Ha giocato sull’ostilità americana per far leva sull’orgoglio palestinese. “America e Israele non ci vogliono. E tu chi vuoi?”, urlava un enorme manifesto bianco e verde, benedetto dal sorriso dello sceicco Ahmed Yassin, il padre spirituale dell’organizzazione incenerito nel marzo 2004 dalle bombe israeliane. Quel manifesto eretto all’entrata d’ogni città e villaggio faceva la differenza. «Quella domanda faceva leva sull’orgoglio del nostro popolo», spiega Nashat Aqtash, il professore di comunicazione a cui Hamas ha affidato la campagna elettorale in Cisgiordania: «Ogni qualvolta gli Stati Uniti minacciavano di tagliare i finanziamenti all’Anp in caso di vittoria di Hamas, regalavano un voto ad Hamas. Grazie all’opposizione dell’America, dell’Europa e alle minacce di Israele, Hamas si è trasformata nell’unica forza veramente indipendente, nell’unico vero paladino di tutti i palestinesi. Gli hanno regalato la vittoria e Hamas l’ha colta al volo».

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