Come spiegai l’Erodiade a Testori

Di Innocenti Adriana
23 Novembre 2006
Il racconto di Adriana Innocenti e una lettera inedita del grande maestro. Come l'attrice lo convinse a dare vita a uno spettacolo teatrale che va in scena da ventidue anni

Ventidue anni fa debuttavo al Teatro Porta Romana di Milano con. come chiamarla oggi? ‘Erodiade eterna’?. e no! Eterna Erodiade, questo sì! Oggi, 2006, mi sorge un dubbio. Che Giovanni Testori sia vissuto al tempo di Eschilo? Eschilo credeva negli dei e Giovanni con la sua Erodiade mi fa veramente credere nell’esistenza di un Dio. Penso che sia questo il segreto della mia – come dicono – ‘magistrale interpretazione’.
Mi si chiede di parlare di Erodiade; ma dove inizia, dove finisce questo testo se non nella religiosità che Testori ha saputo inculcare in me rendendomi limpido il concetto che l’interprete debba confinare con la testimone. Dicono di me che sono una grande attrice. Va bene, per il settanta per cento forse è vero… ma l’altro trenta? È la fortuna e la gioia di potere incontrare e conoscere a fondo i creatori dell’arte. Con la Compagnia dei Quattro a Siracusa, durante la rappresentazione delle Fenicie per la regia di un grande conoscitore dell’arte come Franco Enriquez (anche lui scomparso, come Testori, ma per me entrambi più che vivi!), ebbi in regalo dallo stesso Franco il testo di Erodiade. Mi disse: «Pallina, questo testo solo tu lo puoi fare!».
Passarono gli anni e così fu… ma che fatica, e che perseveranza, per riuscire a conoscere personalmente l’autore! Tramite un suo discepolo riuscii a ottenere un incontro con Giovanni Testori. Arrivai così nel suo studio di via Brera. Mi sentii una meschinetta: quei suoi enormi quadri raffiguranti violente orchidee, rossi tramonti, invadenti pugili, delicati e piccoli mazzolini di fiori e ossessionanti teste di Giovanni Battista, e poi libri, libri, libri dappertutto! Cosa dire, cosa chiedere appena fosse apparso? Aspettai due ore. in piedi, naturalmente: dove trovare una sedia in quel bailamme artistico? Arrivò. Quei suoi occhi azzurri profondissimi che andavano oltre la sfera terrestre mi inchiodarono.
«Lei fa l’attrice?» mi chiese. «E le interessa la mia Erodiade? Ma questo è un testo letterario, non teatrale! Comunque, è del parere che questa madre vada a letto col figlio per amore? Un amore incestuoso, sì, ma puro!». A questo punto il mio carattere di romagnola esplose: «Sono anni che studio la sua Erodiade! Questa madre ha un figlio, ma di sesso femminile, e ha un nome, Salomè; e se poi lei ritiene che sia solo un testo letterario allora io non sarò un’attrice ma lei non capisce niente di quello che ha scritto! Non ho tempo da perdere, scusi il disturbo, arrivederci!» e girai i tacchi. Ma due braccia mi strinsero forte forte e con una dolce voce seducente mi disse: «Ho già pensato di scrivere per te il Post-Hamlet!».
Fondammo la Compagnia degli Incamminati rappresentando i Quartetti di Eliot e il Post-Hamlet… e arrivò la lettera:
«Carissima Adriana, due parole, ma che dovrebbero contenere il fiume di sentimenti e di emozioni che l’averti vista diventare e poi essere così totalmente Gertrude ha aperto nel mio cuore; che tu fossi grande attrice lo sapevo, ma adesso so che la tua arte va oltre la grandezza e si pone su quella soglia, per me rarissima, in cui l’interprete confina con la ‘testimone’. Forse, il mio ti sembrerà un discorso troppo abusivamente religioso, ma come parlare di teatro e di attori veri al di fuori della religiosità? E poi, essere ‘testimoni’ della vita non riguarda ogni cosa e sempre l’essenza prima dell’uomo?
Questo ti volevo dire; questo, sì; ma anche, e insieme, aggiungere che sono rimasto commosso e ferito (nel senso delle ferite d’amore) per la tua umanità, per la tua dolcezza, per la tua disposizione, ecco, continua a mettere la tua grande arte, la tua sofferta maturità a disposizione dei giovani; così, umilmente, ti sei fatta anche grande ‘maestra’; nel senso che una volta si dava a questa parola: colei, cioè, cui è affidato un ‘magistero’. Ho conosciuto qualche grande attrice (poche per la verità); ma nessuna che sapesse essere tanto più umile quanto più grande si faceva sulla scena, come invece tu sei stata, di giorno in giorno, e sei. Di tutto questo ti ringrazio con tutto il mio cuore; è così difficile avere accanto e insieme a sé esempi veri, teneri e potenti di vita!
E adesso, all’Erodiade. Uno di questi giorni verrò a salutarti e ci daremo un appuntamento per parlarne. Ancora grazie, dal fondo della mia povera coscienza.
tuo Giovanni
Milano, 16 aprile 1983».

E da ventidue anni rappresento Erodiade in tutto il mondo, sempre nella sua splendida lingua e per tutti: dotti, colti, analfabeti, ciechi, carcerati, nelle università, sui sagrati delle chiese, nelle piazze, persino nell’Università della Preghiera fondata da Madre Teresa di Calcutta… Erodiade, come dice Testori, non ha – come me – età.

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