Come ti piego (e non ti spezzo) Hamas

Di Rodolfo Casadei
27 Aprile 2006
Intransigenza con il governo islamista palestinese, via libera agli aiuti, flessibilità di fronte alle aperture. Le ricette di fouad Allam e Parsi

All’indomani dell’attentato di Tel Aviv (10 morti fra i civili il 17 aprile scorso), rivendicato da Jihad islamica e giustificato come ‘autodifesa’ da Hamas, le questioni poste sul tappeto dalla vittoria degli estremisti islamici alle elezioni palestinesi del gennaio scorso sono tornate d’attualità in modo bruciante: che rapporti devono tenere Europa e Stati Uniti col nuovo governo dell’Autorità palestinese (Anp)? La linea intransigente che prevede la sospensione degli aiuti di bilancio è l’unica possibile o rischia conseguenze perverse? Che scenari aprono le decisioni di Iran, Qatar e Arabia Saudita di supplire con propri finanziamenti a quelli che la Ue e gli Usa hanno deciso di negare all’Anp? Per conoscere il pensiero degli esperti della materia ci siamo rivolti a Khaled Fouad Allam, docente dell’Università di Trieste, editorialista di Repubblica e ora neo-deputato della Margherita, e a Vittorio Emanuele Parsi, scienziato della politica, editorialista di Avvenire e docente dell’Università Cattolica di Milano.
«Io credo che una pressione internazionale che si basi sul divieto di finanziare l’Anp non possa che aiutare sulla lunga distanza», commenta Allam. «Il punto di partenza è il riconoscimento dello Stato di Israele. L’ha riconosciuto l’Olp alcuni anni fa e non vedo perché Hamas non dovrebbe alla fine fare lo stesso. Visto che col dialogo non si ottiene nulla, è necessario tenere ferma la linea dura».

Iran, Qatar e sauditi: tre casi diversi
«Io sono un sostenitore della fermezza massima nei confronti di Hamas», risponde per parte sua Vittorio Emanuele Parsi. «Ma non credo che ciò debba tramutarsi in una sorta di sanzione al popolo palestinese. Dobbiamo evitare di ripetere il modello iracheno, per cui si massacra un popolo attraverso le sanzioni per colpire il regime al potere. Dobbiamo imparare ad articolare una fermezza, che non è contrattabile, sugli obiettivi con una grande flessibilità. Per cui a fronte di ogni significativo cambiamento nella posizione di Hamas, corrisponderà un cambiamento della posizione occidentale. Dobbiamo essere duri in maniera educativa, non in maniera punitiva: non vogliamo punire nessuno, vogliamo spingere ad un cambiamento politico». Alla luce di questa preoccupazione si analizza anche la novità dei finanziamenti islamici che dovrebbero sostituire quelli euro-americani: «Non metterei sullo stesso piano quello che fa l’Iran e quello che fanno Qatar e Arabia Saudita. L’Iran di Ahmadinejad è una minaccia sostanziale all’ordine mediorientale, allo stesso ordine internazionale. Qualunque appoggio da parte dell’Iran è una cosa che desta enorme preoccupazione. Va però tenuto presente che il fabbisogno dell’Anp ammonta a 1 miliardo di dollari, mentre il finanziamento promesso dagli iraniani è di circa 50 milioni. Per quanto riguarda Arabia Saudita e Qatar credo si tratti di operazioni diverse, che cercano di rendere meno drammatica la situazione della popolazione; sono operazioni di assistenza umanitaria come cerca di farne anche l’Occidente: un conto è non finanziare in nessun modo Hamas, un altro aiutare il popolo palestinese attraverso canali e soggetti diversi e alternativi rispetto ad Hamas».
«Più che per una lettura politica, io propenderei per una lettura in senso quasi caritativo della decisione di Qatar e Arabia Saudita», concorda Allam. «Oggi conta molto meno che in passato, ma nel discorso delle masse arabe, nella loro psicologia la Palestina continua a svolgere una funzione insostituibile. Nessun governo arabo può permettere che i palestinesi vengano affamati: il pane è sacro. È uno di quei casi in cui i governi devono mettersi in sintonia con le loro opinioni pubbliche».

«UN’IDEOLOGIA ANTISTORICA»
Tutte queste considerazioni non implicano alcuna sottovalutazione della pericolosità di Hamas. «Lo statuto di Hamas, dove si afferma che tutte le terre che sono state in passato islamizzate restano islamiche in eterno, non è folklore, è parte integrante della retorica ideologica e politica del fondamentalismo islamico», mette in guardia Allam. «È il fulcro ideologico sul quale Hamas ha costruito la sua reislamizzazione della Palestina negli ultimi 10-15 anni. Si può dire che la sua ideologia si basa fondamentalmente su questo. Poi è ovvio che la realpolitik condiziona Hamas nelle sue scelte contingenti. Però il suo fulcro ideologico è basato su questo rifiuto totale di Israele e su questa visione totalizzante dell’islam in relazione a queste terre. Però questo non è il Corano». «Sta a noi aiutare Hamas e i palestinesi a capire come queste loro posizioni ideologiche siano antistoriche», commenta Parsi. «Abbiamo fatto la stessa cosa con Fatah, con l’Olp, adesso dobbiamo andare in questa direzione con Hamas. Andare in quella direzione non significa fare sconti, significa essere flessibili, prontissimi a riconoscere i cambiamenti, assecondarli, premiarli, amplificarli». «Cambiando l’equilibrio politico dentro la società palestinese – e un giorno questo equilibrio politico cambierà – anche i testi dello statuto di Hamas diventeranno qualcosa che ha avuto un significato in un certo periodo storico e niente più», precisa Allam. «Intendo dire che la società palestinese non è immobile. Forse bisognerebbe ragionare di più sulla base della società palestinese, che rimane plurale, e non avere l’occhio puntato solo su Hamas, anche se ha vinto le elezioni. Oggi c’è questo gruppo, domani ce ne sarà un altro. Questo non significa sottovalutare l’apparato ideologico del partito che è andato al governo in Palestina, ma collocarlo nel giusto contesto».
«Non temo – conclude Parsi – una saldatura nel nome di Hamas fra la posizione dell’Iran e quella dell’Arabia Saudita: per la seconda semmai il problema è mettere in crisi l’associazione Iran-Hamas-Hezbollah-Siria, che non è affatto rassicurante per gli altri paesi arabi». Meglio così. Ma la spazio di manovra resta comunque stretto per tutti.

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