COME VIVERE IN EMILIA

Di Tempi
02 Dicembre 2004
Da molti anni abito in Emilia e non mi ricordo di avere mai conosciuto né un comunista né un cattocomunista.

Da molti anni abito in Emilia e non mi ricordo di avere mai conosciuto né un comunista né un cattocomunista. Eppure, credetemi, non sono come Robert De Niro nello splendido “C’era una volta in America”, che alla domanda su che cosa aveva fatto negli ultimi decenni, rispose: «Sono andato a letto presto». Io sono andato a letto tardi, non mi sono risparmiato nessuna occasione di conoscenza e anzi ho scandagliato Parma e Reggio Emilia e anche Bologna in ogni intimo anfratto. Semplicemente, per evitare le cattive compagnie, ho preso alcune precauzioni. La madre di tutte le precauzioni è stata l’abitare in centro. Pochi sanno che i centri storici delle rosse città emiliane sono sempre stati bianchi, o grigi, o verdolini pallidi, al massimo marezzati di rosa. Questo accadeva anche ai tempi bui delle maggioranze bulgare, quando nella Bassa c’erano comuni dove il Pci superava il 70% e la Dc, quella che guardava a sinistra e teneva bordone ai compagni, si prendeva il resto (gli spiccioli). Bastava abitare in centro, nel calmissimo occhio del ciclone, per avere esclusivamente amici appartenenti alle seguenti categorie (spesso a più di una contemporaneamente): monarchici, fascisti, stilisti, omosessuali (ma di quelli attratti dalla moda e respinti da Grillini), giocatori d’azzardo, cattolici antidemocratici, pagani antidemocratici, antidemocratici. Le amiche, poi, la politica non sapevano nemmeno dove stesse di casa. Con loro parlavo di film, di canzoni, di pantaloni. Così facendo riuscii a non incontrare mai Graziano Del Rio, oggi sindaco dossettiano di Reggio Emilia e padre di nove figli. Mentre io perdevo tempo fra librerie e boutique lui faceva di meglio, e vabbè, ma faceva anche di peggio, cioè bazzicava il veglio di Monteveglio, don Giuseppe Dossetti (nella foto) appunto, sommo sacerdote di una religione idolatrica. Al posto del vitello d’oro c’era la costituzione, non a caso scritta sempre con la C maiuscola. C’era? C’è ancora, visto che quest’autunno Del Rio ha impegnato l’amministrazione reggiana in una serie di appuntamenti rivolti «ai giovani affinché imparino a conoscere la Costituzione, a sentirla propria, a farsela amica e compagna di strada». Dall’accento commosso sembra che stia parlando della Madonna, trattasi invece della vecchia adorazione dossettiana di quel vecchio pezzo di carta che ha fatto sghignazzare intere generazioni a cominciare dall’articolo 1: «L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro». Del Rio è uno che sulla carta di identità al posto della professione ha scritto “cattolico democratico” e io per salvarmi l’anima, per non incontrarlo mai e soprattutto per non ridurmi ad adorare un libro ingiallito, mi sono dovuto fare cattolico non democratico. Mi dispiace, non era questa l’intenzione, ma non c’erano altre possibilità. Tutt’intorno era il fuggi fuggi generale, il collasso della pratica cristiana che in un gran pezzo dell’Emilia si identificava con Dossetti e Prodi, mistica della costituzione e tecnica bancaria. Io mi sono nascosto nel buio dei santuari e fra una Messa in latino e un libro di Baget Bozzo sono riuscito a scamparla. Ho salvato l’anima però adesso mi sento un po’ solo.

Camillo Langone

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