Comunque vada, per noi è sconfitta
L’anno scorso, di questi tempi, mi aggiravo in una rosticceria di Alexanderplatz a Berlino, ostentando la maglietta azzurra dell’Italia campione del mondo e facendo incetta di Leberwurst da portare a casa. Ero reduce dall’Olympiastadion, da Italia-Francia, dal rigore di Fabio Grosso. C’era un bel sole e molta invidia nell’aria. Quest’anno stavo a Londra, di passaggio all’aeroporto, ho buttato un occhio ai giornali inglesi. In prima pagina campeggiava la foto di tale Jamie Murray, tennista vincitore a Wimbledon. Ohibò, mi son detto, ma Wimbledon non l’ha vinto per la quinta volta Roger Federer? Eh sì, è così. Questo Murray ha conquistato la coppetta che va al doppio misto, specialità reietta se ce n’è una. Eppure in prima pagina c’era lui, mica il leggendario Roger. La ragione: è il primo inglese che conquista qualcosa sul mitico prato di Church Road non si sa da quanto tempo.
Perché vi racconto questo? Perché penso a quanto è rimasto del Mondiale un giorno dopo che l’avevamo vinto. Perché leggo le stanche celebrazioni dell’anno dopo, perché noi italiani non sappiamo valorizzare nulla, neanche le poche cose buone che facciamo. Murray ha vinto mezzo Wimbledon del misto (la sua compare è serba) eppure sta lì, a sorridere in prima pagina. Siamo un popolo di perdenti anche quando vinciamo, siamo capaci di lasciar morire d’inedia anche una vittoria come quella di Berlino. Belin, che magone.
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