Con quale diritto?
C’ era una volta il diritto, nel senso delle leggi e della giurisprudenza, sintesi di natura e cultura, di universale e particolare, di assoluto e di storico, «la legge positiva che circonda di barriere ogni nuovo venuto in questo mondo e allo stesso tempo permette la libertà di movimento», come scriveva Hannah Arendt. Poi venne la Rivoluzione, e con essa i Diritti dell’Uomo, purissimi e assolutissimi, e la loro epopea: abolizione della schiavitù, suffragio universale prima maschile e poi anche femminile, istruzione pubblica gratuita, diritto di sciopero, ecc. Quei tempi sono lontani. Oggi in nome dei diritti umani si rivendicano licenze agghiaccianti: la produzione alla catena di montaggio di esseri umani secondo il proprio capriccio (procreazione assistita) in nome del diritto ad avere figli; l’accesso gratuito, a spese dell’Ente pubblico, ad aghi e siringhe per i tossicodipendenti da droghe iniettabili in nome del diritto alla salute (Human Rights Watch, grande organizzazione americana per la promozione dei diritti umani, conduce negli Usa una campagna con questo obiettivo accanto alle campagne a favore dei profughi ceceni e dei bambini ugandesi rapiti dalla guerriglia); l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, che in Belgio sta per diventare legge, in nome del diritto alla genitorialità; gli scioperi selvaggi degli autoferrotranvieri che senza preavviso appiedano decine di migliaia di persone e di fatto impediscono loro di lavorare in nome del diritto ad una migliore retribuzione. La schiavitù, la discriminazione, la prevaricazione del più forte sul più debole, uscite dalla porta nell’epoca eroica dei diritti umani, rientrano dalla finestra in questo crepuscolo del diritto: non è schiavitù assumere droga? Non è discriminazione scartare un embrione umano che si presume difettoso? Non è prevaricazione del più debole costringere un orfano ad affidarsi a due persone dello stesso sesso anziché di sesso diverso, come lo erano quelle che lo hanno concepito? Non è prevaricazione costringere i lavoratori privi di automobile a recarsi al lavoro a piedi o a non recarvisi affatto?
Nella prima delle due interviste che ospitiamo in questo numero Paul Thibaud, intellettuale cattolico già direttore della prestigiosa rivista Esprit fondata da Emmanuel Mounier, denuncia l’esito paradossale del paradigma dei diritti umani: prometteva di fare di ogni individuo, finalmente liberato, un cittadino socialmente impegnato, ed invece è sfociato in una diffusa asocialità, poiché ormai l’unica cosa che conta è l’affermazione dei propri diritti individuali. Thibaud e Ferdinando Adornato (il protagonista della seconda intervista) convergono in un’altra denuncia: la radicalizzazione dei diritti individuali conduce ad un mondo appiattito sul presente, perché le tradizioni del passato sono viste solo come un peso di cui liberarsi, e perché non è più possibile concepire progetti collettivi per il futuro. L’intellettuale e politico italiano aggiunge che questo dipende anche da un effetto perverso che le nuove tecnologie della comunicazione super-rapida hanno sulla nostra cultura: la sostituzione dell’educazione con l’informazione.
Attenzione: non è tessendo le lodi del buon tempo andato o con appelli retorici al senso civico che si porrà riparo a tutto ciò. Non si tratta di restaurare la società organica, dove l’individuo esiste solo come funzione del tutto. L’aspirazione degli uomini ad essere degli “io” è giusta. Ma si tratta di riscoprire che non si può dire “io” fuori di un rapporto, che coinvolge passato, presente e futuro. Come nella sintesi mirabile di Alain Finkielkraut: «Edmund Burke: l’uomo è anzitutto un erede. Thomas Paine: l’uomo è anzitutto un individuo. Hannah Arendt: chi è diseredato non può accedere ad un’esistenza individuale».
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