Con quella faccia un po’ così

Di Bottarelli Mauro
10 Giugno 2004
Dopo tante occasioni perse per i veti o le lentezze delle amministrazioni di sinistra, a Genova qualcosa si rimette in moto anche grazie al governo Berlusconi. Ma pesa l’ipoteca degli estremisti. Colloquio con il genovese doc don Gianni Baget Bozzo

Intercity Milano-Savona delle 13.10: miracoli della festività o della cura Cimoli, parte puntuale come solo i treni d’Oltralpe riescono a fare. Andiamo a Genova in un giorno particolare, il 2 giugno, festa della Repubblica (pacifisti saddamiti permettendo). Personalmente, posso dire di esserci stato veramente solo due volte nel capoluogo ligure. E in entrambi i casi avrei voluto non essere lì. Prima volta, 29 gennaio 1995. Seconda volta, 20 luglio 2001. Difficile dimenticare queste date. Genoa-Milan, anonima partita di un anonimo campionato di calcio: Vincenzo Spagnolo, giovane ultrà rossoblu, viene accoltellato a morte da Simone Barbaglia, tifoso rossonero pressoché coetaneo. Tutto qui, la fredda cronaca è sufficiente a descrivere il drammatico nulla di quel giorno, senza bisogno di patetici appigli alla sociologia spicciola. Due vite distrutte, l’una senza possibile rimedio, l’altra destinata a vivere per sempre nel cono d’ombra dell’incubo. Passano sei anni e all’ombra della Lanterna ancora due giovani i cui destini si incrociano come in un gioco impietoso: Carlo Giuliani, no global, muore mentre assalta un defender dei carabinieri, freddato da un colpo di pistola sparato dal giovane milite Mario Placanica. Tutt’attorno, l’inferno nichilista di un G8 che brucia e che ancora risuona nelle mie orecchie al ritmo della nenia distruttrice di Manu Chao, perfetta eco ai tamburi necrofili degli anarco-nazi black bloc.

Una città vecchia
Questa città, per quanto mi riguarda, è indecifrabile se non attraverso il codice della tragicità di un qualcosa che si mette di traverso sulla strada per non lasciar passare il normale decorso dell’essere, della vita. D’altronde, pensateci: di Genova non parlano i film, non parla la televisione, solo le canzoni ne narrano i tetti e le strade seguendo il canone inverso di un dolcezza dolorosa, della silenziosa constatazione di una diversità che si specchia nel mare e che i forestieri scambiano per broncio o mugugno (salvo poi rinchiudere i loro dubbiosi giudizi nel morso compiaciuto di una focaccia di Recco). Andiamo a incontrare un genovese doc, ma molto particolare, uno di quelli che serbano l’antica dote di dire le cose come stanno. Don Gianni Baget Bozzo ci riceve a casa sua nel tardo pomeriggio. Il suo salotto-studio è luminoso, i libri traboccano, il piccolo altare ci guarda austero ma familiare, alternando al messale una bandiera americana poggiata con metodo su una poltrona. «Genova è una città vecchia – esordisce don Gianni –, è tornata ad avere lo stesso numero di abitanti che aveva negli anni Trenta. I giovani se ne vanno perché qui, per loro, non ci sono occasioni: questa città, negli anni del monocolore di sinistra, ha perso la sua enorme sfida. Ovvero, diventare il porto di Milano, la sua succursale con sbocco sul mare, ha lasciato che la voglia di conservazione chiudesse la porta allo sviluppo verso il Nord, la frontiera naturale di questa città. Basti pensare che le ultime opere pubbliche realizzate sono la pedemontana, fatta dalla giunta Dc negli anni Cinquanta e la sopraelevata sul mare, del biennio 1965-66. Genova riflette all’esterno la sua peculiarità, è un grosso budello senza sbocco comunicativo: il futuro erano Milano e Rivalta, il futuro è scappato via». Mentre parla don Gianni è seduto tranquillo sulla sua poltrona, non tradisce emozioni: la sua è la lucida disamina di un declino tutto umano, prima che politico. «Un duro colpo alla città è stato inferto dalla crisi dell’armamento nautico privato, settore sbaragliato dallo sviluppo del trasporto aereo che mise a terra anche la flotta dell’Iri. A questo si è unita la crisi dell’acciaio, una realtà che ha innescato il processo di depauperamento del decennio 1960-70: l’Ansaldo ridimensionata, la Shell trasferita a Roma, l’Eridania a Ferrara, la Daewoo che doveva subentrare e che non si è fatta vedere. I consapevoli errori della sinistra hanno fatto di Genova una città di pensionati, come tante realtà del Sud. L’unico sviluppo, per così dire, è stato quello innescato dall’invasione di coop emiliano-romagnole, vere protagoniste dell’edilizia cittadina. Questa città è stata governata al ribasso». Detta così, la cosa inquieta: da don Gianni uno si aspetta sì la rasoiata critica, ma anche e soprattutto la proposta, lo sprone al “fare”, la soluzione. Che, puntualmente, arriva.

Qualcosa si muove
«Da questo punto di vista, però, il governo Berlusconi ha finalmente sbloccato qualcosa. Il monopolio della Compagnia di lavoro portuale c’è ancora, formalmente, ma finalmente sulle banchine cominciano a vedersi anche le compagnie private. Inoltre è partito il progetto per la costituzione di due isole fuori dal porto, due piattaforme progettate da Renzo Piano il cui compito sarà quello di allargare gli spazi portuali, di spostare fuori città la zona petrolifera e di inglobare anche l’area dell’aeroporto. Finalmente si sta cercando di rompere l’assedio comunicativo sotto cui era stata posta la città, si è innescato un processo rivoluzionario dei trasporti. Inoltre l’Itt, il corrispettivo italiano del Mit statunitense, nascerà qui a Genova. Ricerca, eccellenza, forze fresche: tutte realtà che fino ad oggi venivano drenate dalla città invece che innestate. E poi le Autostrade del Mare, che vedranno Genova capolinea della rotta tirrenica dei traghetti da trasporto. Qualcosa, grazie al nuovo governo, si muove, qualcosa comincia a pulsare di nuovo». Viene spontaneo, dopo tanto pragmatismo, dopo tanta economia applicata alla demografia, chiedere a don Gianni di aprire l’album di famiglia di questa città, di spalancarci il cuore che batte tra i carrugi, di spiegarci se l’innocenza è davvero perduta.

Tradizione e conservazione
«Genova è una città di grande storia religiosa e di grande devozione mariana: pensa che nella Serenissima la Madonna fu proclamata Regina di Genova. è una città tradizionalista, più che altrove: non succederebbe da molte altre parti che quattro parroci chiedano di scendere in piazza per protestare contro la costruzione della moschea. Qui sì, succede proprio oggi. C’è una forte componente borghese di sinistra, decisamente importante per la cultura laica della città, che però si innesta in un cuneo rosso molto radicato, una tradizione di estrema sinistra che prosegue attraverso l’immaginario filo di Arianna che lega la potente colonna genovese della Brigate Rosse all’attuale estremismo politico, sia esso parlamentare o dei centri sociali. Gli stessi moti del giugno ’60, nonostante le storture storiografiche, furono da ascrivere più all’iniziativa di gruppi estremisti che al Pci e all’Anpi. Anche nell’essere di sinistra, però, questa città vive il paradosso di un conservatorismo connaturato, un dna dell’anima: Genova non fu mai fascista, in gioventù io conobbi solo antifascisti. La Chiesa, poi, non cedette mai alle lusinghe del regime per il semplice fatto che il fascio, di derivazione anarco-sindacale più che socialista, era un movimento rivoluzionario, inconciliabile quindi con la conservazione. C’è una cappa ideologica su questa città, una cappa che da genovese mi fa prevedere con certezza che la moschea si farà perché i due terrorismi che si abbeverano alla fonte dell’utopia rossa e dell’estremismo islamico hanno lo stesso carattere antioccidentale. Basti pensare al G8. La città fu letteralmente aggredita dai pacifisti, quindi i cittadini erano contrari, erano furiosi contro chi distrusse e saccheggiò. Ma la politica – e la stessa chiesa di Tettamanzi, balzato agli onori delle cronache proprio per questo – cavalcò l’onda lunga del fanatismo no global, della critica anticapitalista e antiliberista: il caso Giuliani, in questo, è emblematico. è divenuto un martire, un simbolo, pur essendo stato attore inconsapevole di una recita a soggetto cui partecipò per caso, non per scelta. Ma la magistratura, irregimentata a sinistra sullo stile di quella milanese, ha rinviato a giudizio più poliziotti che devastatori, la politica si è inserita nel cono d’ombra dell’icona Giuliani riuscendo a compiere il miracolo laico della conversione al massimalismo anche dei comunisti più tradizionali. A Genova è ancora in azione, oggi come ieri, un nucleo rosso duro, forte e organizzato: qui le bombe nei commissariati furono spedite per uccidere, non per far male». Nelle città di mare il sole sembra non tramontare mai, la luce è sempre più luce che altrove. Quando don Gianni ci accompagna alla porta e ci saluta, ci ritroviamo ancora immersi nella rarefatta certezza del mondo com’è, dei viali alberati e silenziosi e della stazione, caotica e anonima e inospitale come tutte le stazioni.

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