Con (senza “neo” né “teo”)

Di Luigi Amicone
23 Dicembre 2004
Ecco perché non si dovrebbe avere paura di un’arca di Noé tra laici atei e laici cristiani. E perché, suggerisce don Giussani, libertà e opere sono il vero antipotere al servizio del bene comune

Guerre culturali. è una strada che Il Foglio sta battendo da un paio d’anni. All’epoca Bush non aveva ancora organizzato la cavalcata in Irak, non si era ancora fatto il secondo giro trionfale alla Casa Bianca e nessuno sapeva chi fossero i “neo-con” (né, tanto meno, le orde barbariche della christian coalition). Però il Papa e la Chiesa cattolica erano già di casa nella redazione ferrariana di lungotevere Raffaello Sanzio. E con personalità come il cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio Joseph Ratzinger o come il cardinale di Bologna Carlo Caffarra, Il Foglio aveva già iniziato la pubblicazione di discorsi e interviste di singolare interesse e perspicacia (su relativismo, multiculturalismo, condizione femminile, fecondazione artificiale, islam). Insomma, tutto bene (o tutto male, chissà), senonché, goccia dopo goccia, con casi come la legge 40, Theo Van Gogh e Buttiglione, a piover cominciò.

Da Ferrara a Pera.Da Caffarra a Ratzinger
Volendo fissare un paio di paletti segnaletici alla vivace discussione innescata dal genio fogliante (che nell’ultimo mese, a partire da un certa assemblea al Teatro Nuovo di Milano, ha avuto un’accelerazione itinerante, e chissà, magari il 2005 ci regalerà altre novità), quale sia il succo di questa sorta di “movimento culturale” lo ha suggerito il cardinale Ratzinger in due circostanze molto diverse tra loro. La prima risale a due mesi fa, e il suo suggerimento si è potuto cogliere tra le pieghe di una esternazione resa dallo stesso Ratzinger in margine ad una conversazione con Antonio Socci in una parrocchia del bellunese. Poi, settimana scorsa, il suggerimento si è fatto evento, istituzionale e pubblico. Stiamo parlando della conferenza tenutasi il 13 dicembre scorso all’Università Lateranense di Roma, dove il summenzionato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e il presidente del Senato italiano Marcello Pera hanno presentato il loro volume L’Europa senza radici (non a caso, a moderare l’incontro è stato chiamato un altro illustre laico, il saggista e neo vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista).
In entrambe le occasioni il nocciolo della questione – come disse Ratzinger a Belluno rispondendo a una domanda di Tempi – sembra stare nel riconoscimento che, anche da parte di chi credente non è, il cristianesimo resta la condizione indispensabile per la sopravvivenza stessa della democrazia. «è la convinzione cristiana che ha reso possibile la libertà. In questo momento dobbiamo ricominciare a riflettere su come sopravvive la libertà. E il pensiero di questi laici che qui sono stati ricordati (Giuliano Ferrara ed Ernesto Galli della Loggia, ndr) dimostra che una riflessione è in corso ed è ormai tempo di riscoprire che la libertà non funziona da se stessa, ma solo con convinzioni condivise che hanno un fondamento morale e religioso (religioso ho detto, non necessariamente cattolico). Quindi guardo con molta simpatia questo movimento di pensiero».

Obiezioni e sfide antropologiche
Detto questo, si deve anche prendere atto che altri (in genere intellettuali cattolici e laicisti devoti) hanno guardato e guardano questo “movimento” non precisamente con la stessa simpatia dimostrata da Ratzinger. Anzi. Con sfumature diverse ma sempre un po’ antipatizzanti, voci autorevoli si sono levate per certificare che no, questo “incontro” non può funzionare. E non può funzionare perché il cristianesimo non consiste in una fede nei “valori cristiani”, per quanto essi siano da ritenersi utili per la difesa della democrazia, ma consiste nella fede in Gesù. Perciò, dicono i critici, o si fanno cristiani questi laici, o fanno i furbi, cioè sfruttano la religione, Papa e cardinali, in chiave tutta politica, per riunire il trono e l’altare (che nel caso, dicono loro, sarebbe un servizio reso all’accoppiata Bush-Berlusconi). Il che sarebbe più che una eresia. Sarebbe un po’ come bussare alla porta dell’Anticristo. Il quale, dicono gli antipatizzanti citando Solov’ev, sostiene i valori cristiani allo scopo di liquidare l’essenziale del suo annuncio, ovvero la persona di Cristo e tutto ciò che da lui discende, riducendo così il cristianesimo a una delle tante filosofie religiose e morali, sostanzialmente omologate e funzionali al potere stesso, di cui pullulano le cronache e la storia dell’umanità. Avranno ragione loro? è davvero questo “cristianesimo senza Cristo” il pericolo? Davvero aprirebbe le porte alla massoneria o al clerico-fascismo il fatto che laici agnostici e laici cristiani siano impegnati nel dialogo e in un cammino di contaminazione reciproca? In altre parole, ci si chiede se per caso non abbia ragione la sensibilità religiosa di Ezio Mauro (senza dubbio una bella sorpresa se si pensa che, a detta del suo fondatore, Repubblica è nata con l’obiettivo di portare in area laicista la Chiesa cattolica e quella comunista), il quale ha voluto mettere in guardia dal rischio di un cristianesimo svuotato dalla trascendenza e ha citato don Luigi Giussani e la sua esortazione a vivere la fede come un incontro con Cristo e non come una militanza etica. Questioni serie e importanti. Senza dimenticare che il cardinale Camillo Ruini ha recentemente richiamato i cristiani ad affrontare con decisione e intelligenza la “nuova sfida antropologica” posta dalla ricerca scientifica e dalla strapotenza della tecnica. Una sfida a cui la Chiesa richiama sempre più risolutamente e che sembra trovare attenti interlocutori soprattutto tra i laici (ancora una volta, gente come Ernesto Galli Della Loggia, Giuliano Ferrara, Marcello Pera, Pierluigi Battista, Magdi Allam, Khaled Fouad Allam, Jürgen Habermas, Alain Finkielkraut, solo per fare qualche nome). Riflettendo sulle domande che tante perplessità sollevano dentro e fuori il mondo cattolico e cercando suggerimenti per affrontare questa “nuova sfida antropologica” indicata dal cardinal Ruini, ci siamo imbattutti in una intervista che proprio il don Giussani citato dal direttore di Repubblica rilasciò a questo giornale parecchi anni orsono (cfr. Tempi, 3 settembre 1997).

Don Giussani su laicità, libertà e ragione
Sono due i passaggi di quell’intervista che ci sembrano ancora di stringente attualità. E in un certo senso profetici. Vale la pena di rileggerli integralmente e consegnarli alla vostra riflessione.

Due anni fa, in un’intervista alla Stampa lei avvertiva che la situazione del paese «è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli». Qual è la sua percezione del presente?
Don Giussani: «Lo definirei un momento drammatico e bello, perché la fragile creatura, l’io umano, torna ad essere l’unico punto da cui si può ripartire. L’io, infatti, è quel livello della natura nel quale la natura diviene cosciente di se stessa. Per questo l’epoca che più di ogni altra sembra definita da una trascuratezza e da una dimenticanza di che cosa sia la natura elementare dell’uomo e, dall’altra parte, da una pretesa dello Stato di stabilire limiti e possibilità della speranza terrena per l’uomo, proprio questa è l’epoca della libertà. Da dove ripartire, infatti, per ricostruire quelle che Eliot chiamerebbe “città distrutte”? Dalla fragile creatura in quanto diviene generatrice di popolo, e quindi di storia. E l’uomo è innanzitutto libertà; il Mistero stesso lo ha creato libero. Infatti solo la libertà riconosciuta come dipendenza, come rapporto diretto col Mistero, è inattaccabile, cioè inassimilabile, da qualsiasi potere. Per questo auspico il moltiplicarsi di incontri tra personalità che conservano un impeto autenticamente umano, cioè proporzionato alla loro natura. Personalità la cui identità sia chiaramente riconosciuta e comunicata possono insieme collaborare in vista di un bene maggiore: ecumenismo e pace essendo i termini ultimi di una convivenza che si dica umana, veramente rispettosa del destino e del tentativo di ciascuno. Diversamente, la convinzione che per assicurare un pluralismo nella società si debba mettere tra parentesi la propria identità non ha speranza di riuscita. Questa, piuttosto, genera una intolleranza indifferente al destino dell’altro, che sfocia inevitabilmente, presto o tardi, in violenza».

Ci sembra che in politica così come nel mondo della cultura e della comunicazione le migliori intelligenze laiche si contraddistinguano per una sorta di cinismo appassionato che fa loro considerare il mondo come un grande gioco, talvolta tragico, sempre venato di un sorriso amaro. Cosa ha da dire la sua esperienza di uomo cristiano all’uomo laico che conserva fiera indipendenza di giudizio, combatte con le armi dell’intelligenza e della libertà, e magari ne ha anche rispetto ma si sente totalmente estraneo al cristianesimo?
Don Giussani: «Jean Guitton ha scritto che “ragionevole designa colui che sottomette la ragione all’esperienza”. Ma: che cos’è la ragione? Oggi, infatti, è come se si fosse smarrito il concetto di ragione, così che la speranza si riduce al sogno vago di un futuro avvertito allontanarsi sempre più da un presente che non soddisfa. Su tutto sembra prevalere l’immagine tragica dell’ultimo uomo che insieme alla sua donna osserva declinare il sole per l’ultimo tramonto della storia, così come la fissa Giosué Carducci in una sua poesia (“Su Monte Mario”). Noi, invece, non possiamo rassegnarci a che tutto finisca nel nulla – nichilismo –. La natura stessa della ragione grida: “Esiste un significato!”, ciò che anche Kafka afferma: “Esiste un punto di arrivo”. Ora, proprio la obliterazione dell’idea di ragione come apertura positiva al reale è ciò che desta in noi la più grande preoccupazione. La fede cristiana, infatti, esige un uomo ragionevole per potere essere accolta come risposta adeguata ed esauriente all’interrogativo del vivere. Perciò nutriamo una simpatia profonda verso tutti i tentativi liberi da schemi precostituiti, che partono per una risposta da una sincera attenzione ai bisogni veri dell’uomo. Questi tentativi ci rendono attenti e desiderosi di collaborazione. Al contrario, una libertà ridotta a puro parere, opinione e istintività, snerva nell’uomo la creatività produttrice di bene e lo rende schiavo dell’istinto, cioè ultimamente del potere, che in ogni epoca fissa regole e valori a seconda delle sue convenienze momentanee. La responsabilità di un io libero rimette in moto la creatività, unica alternativa al dominio dell’ideologia eretta a sistema di vita, fino alla generazione di “opere” – è opera anche il fare famiglia e l’educare i figli –, che rendono più umano il tempo della storia, cioè fanno vivere meglio la persona».

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