Confessioni italiane di un latitante a Parigi

Di Tempi
27 Ottobre 2000
Scusate il carattere piccino, piccino. Ma qui c’è la ricostruzione del caso di cronaca del brigatista Alvaro Lojacono e un piccolo spaccato di storia italiana che volentieri l’attuale segretario Ds vorrebbe dimenticare. L’ipocrisia della sinistra di governo e saggi di umanità che non vanno a disonore di certi uomini del vecchio Pci. Intervista al ricercato Oreste Scalzone

Oreste, eri presente anche tu all’intervista in cui Alvaro Lojacono ha rivelato di essere fuggito dall’Italia grazie a esponenti del Pci che lo aiutarono a espatriare e che gli procurarono alte protezioni in Algeria. Come avrai letto gli uomini dell’ex Pci hanno risposto “non ci risulta, impossibile, falsità”. Cosa si dice tra voi latitanti a Parigi?
Si dice che è disumano pretendere che Lojacono accetti che si faccia strame della sua vita con delle calunnie, dato che la verità risulta elettoralmente imbarazzante agli ex-neo-post Pci.
Beh, capirai, stiamo parlando di un brigatista condannato in Italia a diversi ergastoli…
Senti, quando Lojacono venne arrestato, tutta la grande stampa italiana, presentando il suo profilo, non rivelò il piccolo particolare che quest’uomo aveva fatto 12 anni di galera in Svizzera. Una omissione grave, perché poi giuridicamente se ne parlava come di uno che l’aveva fatta franca. Guarda caso, chi ha scritto di lui non sapeva che Lojacono era stato condannato in Svizzera, né sapeva che, essendo diventato cittadino svizzero, Lojacono non poteva essere estradato. Lojacono è stato giudicato nel paese di cui è divenuto cittadino e non per conto dell’Italia (l’Italia non formulò neppure una richiesta di estradizione), la Svizzera l’ha giudicato come un pubblico ministero che riceve notizia di reato e procede autonomamente. L’Italia aveva colpito Lojacono con un mandato di cattura internazionale e la Svizzera autonomamente l’ha processato. Ora le sottigliezze giuridiche non sono importanti e forse il presidente della Commissione Stragi senatore Giovanni Pellegrino poteva non saperle. Ma in un profilo informativo si può omettere questo piccolo particolare di 12 anni di galera in Svizzera? In questo il senatore Pellegrino commette una vera infamia quando dice: “Quest’uomo è un recordman della latitanza, è la primula rossa. Dobbiamo indagare su quali sono state le protezioni di cui ha goduto”. Qui non c’è discussione: il senatore mente, perché Lojacono è stato latitante una prima volta dal 1974 al 1976; poi è vissuto notoriamente a casa sua, iscritto alla Facoltà di Architettura; poi è sparito, nel periodo in cui andò in Algeria. Pellegrino prima omette una evidenza – facendo balenare una lunga latitanza dimenticandosi i 12 anni di galera – poi, dell’unica parte di cui non si sa, quando Lojacono sparisce nel nulla, il senatore non dice quello che avrebbe potuto sapere…
E cosa avrebbe potuto sapere il senatore Pellegrino?
Che così come in Svizzera la favoreggiatrice di Alvaro Lojacono è stata la mamma, signora Ornella Faraggiola, in Italia il favoreggiatore di Lojacono è stato suo padre che certamente il senatore Pellegrino conosceva molto bene, dato che entrambi lavoravano nelle sezioni di lavoro della Direzione nazionale del Pci a Botteghe Oscure, l’uno nella sezione giustizia, l’altro nella sezione sanità. E allora, perché Lojacono non dovrebbe dire che “mi ha aiutato mio padre, ottenendo una mallevadoria da parte di dirigenti del Pci presso l’Algeria”? Non dovrebbe dirlo perché – come in “Buio a mezzogiorno” – deve “scendere nel gorgo muto” e lasciare insinuare che, forse, oscuramente è stato aiutato non si sa bene da quali servizi segreti? Chi dice la verità è qualcuno che commette un atto ostile nei confronti del Pci, che non solo ha avuto l’atteggiamento (non si preoccupino, glielo riconosciamo) che ha avuto contro noi terroristi e sovversivi, ma che pensa di poter disporre dell’onore e della vita di una persona facendone strame così? Beh, per fortuna non siamo nella Russia di Stalin.
Anche tu sei fuggito all’estero grazie a uomini del Pci. A noi francamente non è questo che scandalizza. Ciò che è imbarazzante è l’ipocrisia con cui viene raccontata ancor oggi la storia degli anni di piombo, come se il terrorismo rosso fosse stato il frutto di schegge impazzite, magari al soldo della Cia e del Mossad…
Parlo di me, non certo perché mi ritengo il paradigma di una generazione e nemmeno per il motivo opposto, perché mi ritengo una singolarità assoluta. Però ci sono degli aspetti di denominatore comune per cui il mio caso può essere abbastanza sintomatico di tutto un insieme umano, una generazione, una storia. Io sono uno che non ha mai avuto quel rapporto di odio/amore – che è diventato un po’ una lettura facile, uno stereotipo socio-culturale – cioè il parricidio nei confronti di papà Pci. Io ho attraversato una rottura, una rivoluzione intellettuale rispetto a tutto questo grazie a Mario Tronti, al suo volume “Operai e capitale” e in generale grazie all’operaismo, che mi ha portato, a torto o a ragione, a compiere un flash-back uscendo dalle mitologie di questa storia comunista novecentesca, del movimento comunista, del rivoluzionarismo, dell’immaginario bolscevico e post bolscevico, poi terzomondista e poi castrista, per andare a Marx e alla Comune, qualcosa – e qui sta il paradosso – di enormemente più moderno e contemporaneo del Novecento. Io ho avuto questa rottura, però fino al ‘68 la contestazione, anche per un tipo come me, era abbastanza spiegabile attraverso il paradigma della rivolta contro il padre, fino al parricidio. Il problema è che l’odio del padre ci è stato reso con gli interessi….
Però, almeno gli intellettuali del Pci, un po’ di bene ve l’hanno voluto…
Anche per molti intellettuali la ribellione aveva trovato l’approccio del Pci ed erano persone autenticamente contraddittorie, affascinate dal ’68 o dall’estremismo anni ’70 e, parecchi, dalle Br. Erano autenticamente schizofrenici. Negli intellettuali, però, l’ambivalenza era meno limpida che negli operai dell’Alfa Romeo che ci difendevano dal partito, perché – perfino in Gian Maria Volonté – era un male di vivere che aveva trovato il Pci come Madonna Pellegrina. Avevano anche molti miti, e tanti in buona fede. Però voglio dire che spesso loro erano già vittime: quelli come Gian Maria Volonté erano essi stessi vittime della doppiezza togliattiana, nel senso che non c’era solo la scissione fra una cultura umana – come nel caso dell’operaio Guerrini o Di Gildo – e l’antropolgia ribelle, solidale di classe con gli altri ribelli. Era più complicato, perché, in qualche modo, la scissione era già fra un mito che la doppiezza staliniana non aveva mai rimosso completamente e che si inseriva in un altro mito, quello della ragionevolezza. Ancora oggi perfino i Veltroni conservano tutti i riflessi di questa schisi dei vecchi carristi e passano da attacchi di filo americanismo stucchevole a riflessi da vignette di Forattini, di “Giù le mani…”. Sono una specie di melange – assai decerebrato in Veltroni (c’era un bellissimo articolo di Ostellino quando disse: “Diffido chiunque da chiamarmi ex-comunista”) – dei replicanti che sembrano articolazioni del “mostro freddo” di cui parlava Nietzsche. E dunque molti di questi intellettuali avevano un doppio binario per un gioco di specchi. A me è successo in quegli anni che ogni volta che ho incontrato Gerardo Chiaromonte a Place de la Republique, tra la folla che guardava il corteo del I Maggio, o Giorgio Napolitano, alla bouvette di Strasburgo, quando avevano fatto il governo ombra, o Giancarlo Pajetta, ho sempre trovato – forse perché ero stato un enfant terrible fin dall’adolescenza, forse perché mi conoscevano, magari anche perché ero cugino di Claudio Petruccioli e in seguito alla sovraesposizione mediatica del ’68 – un atteggiamento privato di maliziosa e personale solidarietà. Un po’ come i deputati che dopo la sceneggiata di un litigio si danno del tu, un tempo nell’ascensore della cooperativa dei deputati, ormai anche in una trasmissione. Dentro questo c’erano cose belle e cose che non mi piacevano, come il fare parte tutti di una aeropago che è quello che compare sui libri di storia dell’empireo politico. C’era una contraddizione reale. Ma questo non toglie che era un po’ come vizi privati e pubbliche virtù.
Come sei arrivato a Parigi?
È stato Gian Maria Volonté che mi ha dato una grossa mano solidale – Volonté era un po’ come Dario Fo – ma sono perfettamente convinto che sulla base di tutto questo – che è un coacervo complessissimo di cose – ci siano stati decine di casi della natura dell’avvertimento dato da Francesco Cossiga a Carlo Donat Cattin, sul quale i moralisti del Pci fecero scandali. Cossiga, presidente del consiglio, eletto tra l’altro da una maggioranza da compromesso storico, secondo me dando prova di umanità, dopo aver ricevuto evidentemente un’informativa che lo avvertiva che Marco, il figlio di Donat Cattin, era ricercato come terrorista, informò il padre – non si può pensare che lo facesse per interessi un po’ mafiosi perché mi pare che fossero anche avversari – e quando la cosa diventò di dominio pubblico il solito dispositivo da sepolcri imbiancati, lo stesso che scatterà sul caso Cirillo, fece sì che Cossiga fu costretto alle dimissioni. Questo vuol dire che Cossiga era un fiancheggiatore di Prima Linea? Evidentemente no. Questo vuol dire però che gli intrecci umani, spiegabili, che non fanno scandalo, erano così. E io trovo la cosa molto umana e non scandalosa. E naturalmente questo c’è stato anche a sinistra, ce ne sono casi e quello che effettivamente diventa imbarazzante e scandaloso è il nasconderli – allora sì, come dice il Vangelo, lo scandalo è nell’occhio di chi guarda…
Non hai ancora risposto. È vero che, oltre a Gian Maria Volonté, anche Pietro Ingrao c’entra con la tua latitanza?
Pietro Ingrao è stato eletto nella mia città, e per noi era un mito. Ma io potrei anche dire il casus belli per cui mi ritrovai fuori dal Pci: perché commisi l’errore – e allora nel Pci era grave – di intervenire come giovane comunista un po’ effervescente di dissidenza a un congresso provinciale del partito, era il X congresso, quando fu fatto il vuoto intorno a Ingrao e avvenne la sua giubilazione. Non furono tanto i contenuti a fare scandalo, ma il fatto che io commisi l’ingenuità di dire “Noi ingraiani”. In quel momento ho avuto la sensazione di essere stato come un ragazzo che aveva seguito Ingrao come si segue un aquilone. Più tardi mi sembrò invece di capire che Ingrao era come quel personaggio di Calvino, il cavaliere inesistente, una specie di cavaliere immaginario, atteso inutilmente come Godot per anni…
Oreste, non hai ancora risposto…
E allora ascoltami. Io, per Ingrao la gratitudine la mantengo: nella stretta del 1980 quando c’era la campagna contro di me, ero in deperimento e avrei anche potuto lasciarci le penne. Devo molto innanzitutto a delle donne: mia moglie Lucia, Tiziana Maiolo (allora responsabile giustizia del Manifesto), Franca Rame e Rossana Rossanda. A questo devo aggiungere Pietro Ingrao, perché mi risulta che la cosa fu sbloccata il giorno che uno dei medici membri del mio collegio di periti di parte, un vecchio comunista ingraiano, che si chiamava Faustino Durante, venne chiamato da Ingrao che gli domandò a quattr’occhi se la mia fosse una simulazione o se davvero ero a rischio della vita. Faustino Durante rispose che il mio deperimento era legato alla mia condizione di detenzione carceraria e Ingrao, allora presidente della Camera, a una riunione dell’ufficio politico del Pci spiegò che la mia condizione era vera (poi c’è anche un inevitabile cinismo della politica, mi risulta che Ingrao disse: “Scalzone è quello di cui nel ’68 abbiamo scritto ‘onore al compagno Scalzone ridotto in fin di vita dai fascisti’ e se muore dentro, per noi sarà uno strappo irreparabile con la coscienza di tutta una generazione, un errore gravissimo”). Questo diede la luce verde per un eventuale ricorso a una norma che comunque c’era da sempre, la possibilità di interrompere la carcerazione per gravissimi motovi di salute. Se devo ringraziare delle persone di avermi salvato, posso dire che i nomi sono questi che ho ricordato. Insieme a Gian Maria Volonté. Il che non mi impedirà mai di polemizzare anche duramente con loro, conservando però questo tipo di gratitudine e di rapporto sentimentale.
Come è avvenuto il tuo contatto con Gian Maria Volonté?
Risale alla preistoria. Nel 1964 in Italia ci fu lo scandalo culturale intorno alla piece di Rolf Hochhut “Il Vicario” contro Pio XII e i suoi silenzi sul genocidio degli ebrei. In Francia c’era già stato scandalo. In Italia fu messo in scena a Roma, libero dalla censura teatrale, al Teatro di via Belpiana con Gian Maria Volonté. Fu trovata la formula per impedirne la rappresentazione dicendo che non poteva essere recitato a Roma dato il carattere sacro della città che ospita il Vaticano. Il teatro venne circondato dalla polizia e i vari Umberto Eco, Alberto Moravia eccetera, si calavano con le corde per assistere a questa reappresentazione. Io col mio gruppo di compagni di Terni che facevamo all’epoca una cosa che si chiamava “giornale parlato” – un po’ una forma intermedia tra la citazione e il teatro politico – decidemmo di organizzare, riempiendoci di cambiali, una rappresentazione a Terni, in un teatro comunale di 1000 posti. Il Pci fu glaciale e l’unica cosa che fece fu di prestarci una macchina per andare in giro con le trombe a pubblicizzare la cosa e stamparci i manifestini. Con Gian Maria avevamo perciò questa specie di coimputazione. Poi ci rincontrammo quando lui faceva il teatro di strada. Infine, uscito dall’ospedale, dove rimasi 4 mesi, ero convinto che me ne volevo andare, perché l’alternativa era rimanere ostaggio dei pentiti senza poter dire una parola altrimenti tutti mi avrebbero accusato di non essere ammalato. Però tutti i miei tentativi andavano male, del resto per me espatriare non era semplice, pesavo 39 chili e la gente mi notava, la mia immagine era conosciuta. Non si trattava solo di passare una frontiera, ma anche solo arrivare alla frontiera era un problema. Finché un’amica comune mi ricordò che il mio amico Gian Maria era skipper e aveva una barca a vela… Lucia andò a parlarci e lui fu straordinario: si mise subito a disposizione. Arrivato a Parigi si mise in testa di realizzare addirittura un film su questa storia, un film per l’amnistia. A Volonté il Pci proponeva sempre di candidarsi, ma solo la prima moglie, Carla Gravina, è stata parlamentare comunista. Lui comunque era fedele al partito.
Torniamo alla mancata estradizione di Lojacono. Il governo italiano ha chiesto a quello francese di intervenire per modificare questa sentenza…
La decisione della Chambre de Accusation presso la corte d’appello di Bastia è limpida ed è argomentata in punto di diritto. È una sentenza sfavorevole all’estradizione perché conferma una giurisprudenza costante che si è consolidata negli anni proprio sugli italiani. L’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea in cui un cittadino può essere condannato definitivamente anche in sua assenza, in contumacia. In altri paesi, per esempio in Germania, in assenza dell’imputato, ogni procedura viene interrotta. In Francia l’iter processuale va avanti, ma la sentenza non può divenire definitiva. La tesi italiana è invece che il diritto della difesa si può esercitare ugualmente, anche se l’imputato è latitante, tramite l’avvocato. Questa tesi però non è stata accolta costantemente da almeno 15 anni dalle Chambre in Francia. E soprattutto c’è stata, nel frattempo, una presa di posizione formale della Corte dei diritti umani di Strasburgo, che censura l’Italia, invitandola a modificare la propria normativa in proposito, rispetto alla contumacia, perché quella attuale rappresenta un elemento di “turbativa” dell’ordine giuridico internazionale, cioè rende impossibile l’estradizione. Dunque Lojacono non è stato estradato in primo luogo per il motivo della contumacia; secondo perché lui ha fatto un ergastolo in Svizzera. È vero che in Italia aveva altre condanne, ma è anche vero che gli è stato applicato il cumulo della pena, quindi la Corte francese ha scritto nella sentenza che, dato che il cumulo non è un calcolo amministrativo, ma una sentenza definitiva e dato che il cumulo prevedeva una condanna all’ergastolo, siccome questo ergastolo Lojacono lo ha già scontato in Svizzera la richiesta italiana non ha senso giuridico. Quindi è una cosa di stretto diritto. Quanto all’intervento del governo italiano la storia è la seguente. Appena si è avuta notizia della sentenza di Bastia, l’onorevole Maurizio Gasparri ha fatto un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo italiano di intervenire presso quello francese e protestare contro questo presunto scandalo. Ora, benché la richiesta dell’onorevole Gasparri sia da sprovveduti, è però più comprensibile e meno grave di quella del ministro Piero Fassino, che il giorno dopo questa interrogazione ha fatto circolare un comunicato in cui si informa che “in occasione della riunione intergovernativa franco-italiana di Strasburgo, il ministro guardasigilli italiano ha consegnato al capo della delegazione francese una protesta verbale e una lettera alla sua omologa, il ministro della giustizia francese, per chiedere puntualmente che il governo francese prenda tutte le iniziative che possano portare a una modifica della decisione del tribunale di Bastia”. Voglio dire, magari Gasparri ha delle animosità personali con Lojacono, ma Fassino? Intanto è il ministro Guardasigilli, quindi ha delle responsabilità specifiche, a meno che non dobbiamo pensare abbia fatto gli studi di diritto all’università Lumumba di Mosca. Ma poi Fassino non è di quella parte politica che ha difeso con le unghie e coi denti il modello italiano, nel caso specifico l’autonomia della pubblica accusa, l’indipendenza dei Pm, l’obbligatorietà dell’azione penale, accusando chiunque facesse volare una mosca di minacciare l’autonomia della magistratura e finire nel modello francese in cui la pubblica accusa è in qualche modo centralizzata alla cancelleria e cioè al Ministero di Grazia e giustizia? Dicevano: “qui si va a finire al controllo dell’esecutivo sui Pubblici Ministeri”. Com’è che adesso Fassino, una delle vestali di questa indipendenza dell’accusa rispetto al potere politico, e quindi di un rifiuto totale del modello francese, scrive a una collega francese – che è andata nel senso del punto di vista suo – e interviene come governo per cambiare non solo l’atteggiamento della Pubblica Accusa, ma addirittura la decisione di una giurisdizione giudicante? Com’è che ora la Procura generale ricorre in cassazione contro Lojacono, ricorso rarissimo, e che perderanno? È evidente pensare che è il primo risultato della pressione politica del governo e del ministro Fassino. Cioè di quella parte politica che predica l’autonomia del potere giudiziario – che come dimostra Tangentopoli è solo di facciata – a casa sua, ma poi chiede al vicino di intervenire politicamente per modificare le sentenze della magistratura.

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