CONOSCERE CON VISCERE MATERNE

«Ma come cambi, quando hai un figlio?». La domanda di Fiammetta, 24 anni, pare difficilissima. Eppure, d’istinto, una prima risposta ti viene, mentre ti passano davanti come in una moviola gli anni della tua vita di adesso, e di quando eri ragazza. Di quando il mondo ti sembrava una cosa da prendere, solo che lo volessi; benché un’esitazione strana ti fermasse la mano. L’intuizione che poi in fondo niente ti sarebbe bastato, e la percezione nitida di un dolore, attorno a te e anche dentro, cui non era possibile rimediare (il “Male di vivere” di Montale scritto sulla copertina del diario di scuola, come una bandiera dolente e orgogliosa). E tuttavia fra te e il dolore degli altri c’era una barriera: lo vedevi, ma non ti riguardava davvero. Giovane cronista di cronaca nera, contemplavi i morti nelle rogge della periferia di Milano con sgomento, ma senza commozione.
E poi, un figlio, il primo. Nello specchio, tu con un’incredulità lieta negli occhi – così strano averlo fra le braccia, e sbalorditivo pensare che era venuto da te, che mai avresti “saputo” fabbricarlo. Quel figlio che già nel primo affiorare della coscienza si illuminava nel vederti, quasi tu – tu! – fossi la cosa più bella del mondo. Nei silenzi, nella quiete dell’allattarlo, del cullarlo, la metamorfosi. E un pensiero ovvio, che all’improvviso un mattino, lui in braccio, ti folgora: tutti, tutti sono stati un giorno figli come lui, in braccio a una madre. I milioni di uccisi e straziati di infinite guerre, i morti di fame e di pesti, i soldati mai tornati da fronti di cui nemmeno sappiamo più il nome, e così lungamente attesi; e gli sterminati di tutti i pogrom, e gli inceneriti di Auschwitz, e i loro aguzzini, tutti, tutti sono stati un giorno figli addormentati addosso a una madre. Ed è solo in quell’attimo, che per la prima volta pensi a tutto questo dolore di un’umanità sconosciuta con compassione – cum patendo, soffrendone insieme. Come in un istante vertiginoso di immedesimazione con infinite madri ignote. Come, per un momento, l’intuizione di cosa possa essere la misericordia: in ebraico misericordia significa “con viscere materne”. Quella pietà che una madre avrà sempre del figlio – per quanto abietto, per quanto infame.
Poi, l’istante passa, sembri come prima. Ma con sempre l’eco di un trasalimento, davanti al dolore. Quasi che nel momento in cui sei diventata madre, il dolore straniero non ti fosse più estraneo. Come se capissi, finalmente. E quanto sei diversa dalla cronista che guardava i morti con distacco, attenta a descrivere, poi, i particolari. Come ti cambia un figlio, Fiammetta? Ti cambia gli occhi, lo sguardo. Ti ridice, se l’hai scordato, cosa sei, e da dove vieni.

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