Conserve della Repubblica
In Italia tutte le grandi scelte appaiono eterodirette, scrive Lodovico Festa nel suo libro fresco di stampa, Guerra per banche (vedi box). Dalla ricostruzione di Festa emerge l’immagine di un’Italia imbalsamata in un intreccio di poteri in lotta per la sopravvivenza, i quali sembrano essere i soli a trarre vantaggio da una politica incapace di imboccare una strada senza obbedire alle indicazioni del salotto.
Banche, vertici confindustriali, giornali, sindacati, intellettuali, magistratura. Tutti con il centrosinistra. Cosa succede, Festa, lo status quo s’è costruito una rappresentanza parlamentare?
C’è un potere che vuole che tutto cambi perché nulla cambi. Però non credo che dietro ci siano grandi piani. Semplicemente, c’è il mondo Fiat che si ricompone, vede un’occasione e prova a usarla; così trova saldature con le banche che a loro volta hanno goduto di un certo sistema di rendita. Insieme, poi, industria e finanza diventano punti di riferimento di un’intellettualità in cui comunisti e liberisti preferiscono la spartizione del potere alla contesa sulle idee. Ecco, è questa mancanza di vitalità che porta alla debolezza della politica. Poi, certo, ci sono le iniziative soggettive: quando Mieli si rende conto che la sinistra è in vantaggio, che D’Alema è troppo potente, che una proprietà con 15 soci è difficile da comporre, allora scende in campo. Ma è sempre questione di opportunità contingenti, non di grandi visioni. Che da un certo punto di vista è anche peggio. La sinistra attuale fa capire bene quale può essere l’esito di questo intreccio. Guido Rossi lo dice esplicitamente: la prospettiva è vendersi agli stranieri. Un po’ a Francoforte, un po’ a Bruxelles, un po’ alla Bnp, un po’ al Crédit Agricole, e molto a Goldman Sachs.
Politica debole, affari d’oro. Però nemmeno l’establishment se la passa bene.
Infatti lo chiamo “piccolo” establishment. I suoi leader non hanno più autorevolezza, le imprese hanno basi economiche troppo fragili per trainare, le banche hanno compagini societarie troppo frastagliate o legate a soggetti forti ma stranieri. E i grandi giornali sono controllati da quelli di cui sopra. Il potere è fondamentale per la società, ma deve essere un potere in grado di produrre. Ricchezza, idee, merci, eccetera. Quando invece è così fragile, la sua preoccupazione è proteggersi. Di qui la sintesi tra un establishment estenuato e il sindacal-corporativismo intellettuale. Devastante per l’Italia, perché crea una cappa di ipocrisia che impedisce di affrontare i problemi.
È una cappa che l’Unione ha deciso di chiamare “società civile”.
La sinistra ha un rapporto di subordinazione con questa realtà. Una politica forte richiede cultura, base popolare e visione del paese. A sinistra c’è molto professionismo, ma il rapporto con la base popolare è difficile. Per i Ds s’è visto con l’Unipol: prima l’appoggiano, poi la scaricano. Oppure lasciano la Cgil alla deriva. Invece di ricostruire i rapporti con le radici popolari i Ds si sono affidati alla magistratura, a Prodi, a chiunque passasse per strada. E la sinistra dc, invece, è ancora troppo rappresentativa del passato. Nessuna visione, niente radici. Resta solo la ricetta ulivista di Parisi: un po’ di giustizialismo, un po’ di Sessantotto, un po’ di Costituzione. Un vero schifo.
La sfida Berlusconi-Prodi, quindi, è lo scontro fra rivoluzione e reazione?
Se dovessi usare uno slogan direi: quel che blocca l’Italia è il conservatorismo (cioè il politically correct, il pansindacalismo, l’ideologia della superiorità morale, l’élite senza il popolo, appunto). Chi, come e quando può superarlo?
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