Considerazioni veneziane
Moritz De Hadeln, primo direttore non italiano della Mostra di Venezia, ha potuto permettersi, a differenza dei predecessori, di dire che il re è nudo. Ossia che la Mostra, ad onta dei suoi illustri trascorsi, ormai è stata surclassata dal Festival di Cannes. In soli quattro mesi ha svolto un buon lavoro: la selezione era di discreto livello medio, ma erano pochi i grandi film. Eppure, è ancora troppo alto il pedaggio pagato a scelte cervellotiche, per film unicamente da festival che il pubblico “normale” non vedrà mai. Insomma, i festivalieri continuano a snobbare i film che avranno successo (il vero Leone d’oro doveva essere Road to Perdition), mentre il pubblico snobberà sempre la maggior parte dei film veneziani: a cominciare, si spera, dal pessimo Leone d’oro Magdalene Sisters (cfr. box pag. 13). Comunque, ecco alcuni giudizi sintetici, raggruppati schematicamente in categorie, dei titoli protagonisti, nel bene e nel male, della Mostra.
Belli e possibili, la top ten
Road to perdition. L’odio antihollywoodiano ha chiuso gli occhi a stampa e pubblico da festival. Eppure è un capolavoro di vero cinema: tensione e personaggi perfetti per un grande gangster movie. Con il rapporto tra padri e figli al centro della storia. E Tom Hanks che tiene testa al mitico Paul Newman.
Full Frontal. Il regista di Ocean’s Eleven si dimentica di Hollywood e accumula, in una finta rinfusa, sprazzi di considerazioni argute sul vivere umano, mostrando storie e personaggi che si incrociano, in un film che continuamente ne contiene un altro. Effetto vertiginoso, anche se per (pochi) palati cinefili.
Nha Fala. In una mostra che privilegia il noioso, almeno questo musical africano, con tutti i limiti dovuti all’esiguità della storia, è gioioso e anche divertente.
La casa dei pazzi. Guardando a Fellini e Kusturica, Koncalovski descrive un ospizio di malati di mente e il loro “incontro” con il conflitto ceceno. Una guerra sanguinosa e assurda, ma con sprazzi di speranza affidata alla solidarietà.
L’homme du train. Una ballata sul destino suonata con tono leggero: argute considerazioni, battute ironiche e un certo spessore.
Nackt (Nudi). Un filo di morbosità, ma al centro del film la sorte della coppia e la felicità della persona. Una (piccola) scossa.
Un viaggio chiamato amore. Biografia (romanzata e condita con molto sesso) che dà bene l’idea della pazzia (ma il poeta Dino Campana era proprio così?). Accorsi (premiato) è credibile più di Laura Morante che fa la sua amante Sibillla Aleramo, e già si vedono frotte di ragazzine in delirio.
Blood work. Clint Eastwood è il cinema, e questo è un gran bel giallo, con un unico difetto: dopo dieci minuti si capisce chi è il colpevole. Ma il tema della gratitudine (il suo poliziotto cerca l’uomo che ha ucciso la donna da cui ha ricevuto un cuore “nuovo”) che spinge alla ricerca della verità vale il film.
La forza del passato. Un bel romanzo dietro il film, che dà forza e convinzione alla storia di uno scrittore di “sinistra” in crisi per la scoperta della verità sul padre: creduto un militare “fascistone”, era in realtà una spia del Kgb… Bene Sergio Rubini, grande Bruno Ganz.
Dirty Pretty Things. La storia di due puri di cuore in un inferno. La solidarietà tra due clandestini – in mezzo a un terribile traffico di organi – se non sconfigge, almeno riesce a mitigare l’abiezione.
Una lacrima, un sorriso
Roger Dodger. Premiato come esordiente, spiritoso nella sua verbosità, mette in scena i falsi cinismi di un quarantenne in crisi, che fa il gradasso con la vita per nascondere la solitudine e l’infelicità.
Due amici. Ex aequo con il film precedente, bel debutto con due attori che sembrano interpretare due maschere comiche surreali. La storia venata di tristezza di due uomini – un disadattato e un killer – che scoprono l’amicizia silenziosa nell’emarginazione.
Velocità massima. Divertente e serio al tempo stesso, strizzando l’occhio al genere “coatto”. Storia d’amicizia, donne e motori. Come il proverbio, ovviamente, ma in maniera non banale. Bravo Mastandrea.
My name is Tanino. Un Candido scopre l’America, anche se non è quella della televisione, ma diventerà comunque un uomo. Allegro, tenero, caotico.
Tempo sprecato?
Far from heaven. Grande stile, un ritratto degli anni ’50 reso in modo molto moderno. Julianne Moore è deliziosa, ma il tutto si riduce a una recita scolastica sul politically correct che cerca di essere svolto nel miglior modo possibile.
K-19. Sarà anche la storia vera e drammatica di un equipaggio di marinai condannati, ma si ha l’impressione di dover mandar giù un polpettone grosso come un sottomarino. Unica nota esilarante, Harrison Ford generale sovietico che recita in inglese con l’accento russo.
Between strangers. Nonostante un gruppo di attori di grande mestiere, il melò di Edoardo Ponti manca sia di vivacità che di drammaticità, e verrà ricordato (o dimenticato) come il bravo compitino del cocco di mamma Sophia (Loren).
Au plus près du paradis. Per fortuna non l’ha diretto la figlia della Deneuve, ma il risultato è simile: non bastano bravi attori (che si ritengono al di sopra di qualsiasi critica) a trasformare una noiosa storiella in un film.
Dolls. Anche i bravi registi sbagliano. Questa è la volta di Kitano, in un’opera fatta di morti e silenzi, ma con poco nerbo.
Julie Walking Home. Interessante per il rapporto tra fede e dono (in questo caso la capacità di far guarire). Ma man mano che si procede lo si sopporta a fatica, e finisce peggio.
Scandalosi? Più semplicemente, brutti
Ken Park. Ormai neanche ai festival ci si scandalizza più per le violenze e il sesso tra adolescenti. Anche i coreani sono più originali
Oasis, Public Toilet. e altri film coreani. Premiatissimi, ovviamente, anche per le abbondanti esibizioni intestinali che lasciano poco spazio all’immaginazione. Ma il cinema, dov’è?
11” 09’ 01. Sarebbe una bella idea, svolta con molto mestiere da bravi registi. Ma la pietà per le vittime, sbandierata a parole, è piena di distinguo. Quasi come porgere le condoglianze insultando il morto, per di più innocente.
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