Consigli (e lotta) di classe
Ho aderito a Diesse (associazione di insegnanti legata alla Compagnia delle Opere, ndr), perché mi sembra un luogo dove si possono trovare persone che, a partire da culture, ideologie, storie necessariamente diverse, possono confluire su un obiettivo, su una piattaforma comune (uso questa parola politichese, che so vi fa un po’ schifo…). Penso che questa associazione debba diventare un luogo dove la gente che ha voglia di ridare senso al proprio mestiere, alla propria professione, trovi qualcuno con cui camminare insieme e magari costruire qualche risposta. Proporrò sul tema degli scenari politici, che sono l’oggetto preannunciato della mia comunicazione, solo alcuni punti di riflessione, per decem brevissima puncta, per dirla con San Tommaso!
UN MESTIERE GLOBALE
1. Mi pare che lo specifico di questa associazione sia il seguente: si tratta di singoli, di persone, di “io” che hanno deciso di correre in tutta pienezza il rischio educativo. La relazione educativa è un rischio: ci entri, la costruisci; sai come ci entri, non sai come ne esci, non sai se ha successo, non sai se fallisce. Questo è però il punto. La posta in gioco del rischio educativo è quella di dare gli strumenti a ciascuna persona per compiere il proprio destino, per dare senso alla propria vita nella storia e nel mondo. Quindi è un mestiere globale: l’insegnante non può limitarsi al suo pezzettino di istruzione, che offre e poi se ne va. Le persone adulte che stanno nella scuola: gli insegnanti, i dirigenti, i tecnici, i collaboratori esercitano, lo sappiano o no, una funzione educativa, un ruolo educativo, sono dei modelli per i ragazzi che hanno attorno, se ne rendano conto o meno. Spesso, soprattutto quando non se ne rendono conto, finiscono anche per essere dei cattivi modelli.
Non è il tempo dell’amicizia
2. La politica non è niente altro che l’insieme dei contesti e delle azioni per modificare questi contesti in cui si svolge la missione educativa, in cui si corre il rischio educativo. Perciò essa non è qualcosa di sovraimposto, di estrinseco; nasce dal cuore stesso del mestiere che facciamo, del mestiere dell’insegnante. Esistono dei contesti giuridici amministrativi, isituzionali, culturali, ideologici dentro i quali si svolge l’azione educativa. Politica è rendersene conto e costruire dei percorsi di cambiamento di questi contesti, nella misura in cui verifichiamo che essi tendono a rendere più difficile o addirittura a soffocare il senso della missione che ci siamo dati.
Io ho già verificato che anche insegnanti iscritti all’associazione, bravissimi quando si tratta di discutere di didattica, di cultura, di educazione, quando arriva il bidello della Rsu e della Cgil a parlare di riforma Moratti li mette sotto facilmente davanti al Collegio dei Professori. La presenza dentro la scuola di un insegnante di Diesse è la presenza di uno che non soltanto è il migliore, se possibile, ma che è anche capace di fare attivamente la battaglia contro quello che con linguaggio gramsciano chiamo “il blocco storico” conservatore che è dentro la scuola: statalista, ideologico, corporativo, che impedisce la manifestazione e lo sviluppo delle capacità professionali, intellettuali dell’insegnante, le blocca, le tarpa e perciò fa fallire la relazione educativa.
Per fare questa politica, noi abbiamo bisogno di costruire nella scuola dei quadri politico-intellettuali, non partitici (quando io dico politico non intendo partitico! per nulla) in grado di reggere il confronto e lo scontro. Si deve infatti prendere atto e sapere che siamo dentro uno scontro, le nostre idee non si affermano pacificamente, non è tutto fraternità, non è tutto amicizia. Politica è anche questo.
COSA INTENDO PER POLITICA
3. Una premessa: quando si usa l’espressione “libertà di educazione” il concetto più importante non è “la libertà da” o “la libertà di”, ma quello di “educazione”. La battaglia è primariamente sui contenuti dell’educazione e se i contenuti sono quelli che condividiamo noi, che noi pensiamo necessari per portare ciascuno verso il proprio destino, allora la libertà è l’insieme delle condizioni culturali, istituzionali, legislative, amministrative che stanno al servizio di quella idea di educazione. Perché le forze stataliste – di sinistra, ma non solo – non rivendicano la libertà di educazione? Perché non ne sentono il bisogno, per la loro idea di educazione non c’è bisogno di libertà. La “loro” educazione è già automaticamente garantita dall’attuale assetto. La libertà di educazione diviene solo libertà dell’insegnante, murato nella sua classe.
Se ci sono stati anni in cui il tema della libertà era di per sé centrale, io penso che continui ad essere centrale, ma a condizione che sappiamo giustificarlo come centrale rispetto al concetto che abbiamo noi di educazione. Questo è il punto e, se posso osare, è anche l’elemento di debolezza del nostro messaggio dentro le scuole. Gli insegnanti che vengono identificati quali appartenenti a Cl (Comunione e Liberazione, ndr) sono, secondo la vulgata corrente, quelli che rivendicano la libertà di educare. Io sono convinto che esistono anche insegnanti di altri orientamenti che potrebbero essere d’accordo sulla libertà di educazione, a condizione che noi fossimo in grado di chiarire molto bene la concezione globale che noi abbiamo del fatto educativo. è questa o no la posta in gioco? Quando dico politica, intendo dire in primo luogo questo.
New York, Madrid, Londra, Baghdad
4. Parliamo, allora, dei dati fondamentali del contesto. è banale dirlo qui, ma il primo dato è quello della dimensione globale mondiale. Perciò la presa globale sul mondo, spiegare da che parte stiamo andando, qual è lo scontro che è in atto a livello mondiale è fondamentale per noi, per costruire la nostra coscienza politica e perciò anche per la nostra azione educativa. A un ragazzo che si presenta oggi nel mondo gli devi la tua ipotesi di interpretazione del mondo globale.
Lo scontro che oggi è in atto (penso alle bombe di Londra per ultime) è sull’asse culturale della globalizzazione. Attorno a cosa costruiamo la globalizzazione, la cittadinanza mondiale, lo stare intrecciati tra culture: qui si decidono le alternative tra l’ontologia positiva e il nichilismo etico. Alternativa che non tocca solo l’islam, ma anche molto pensiero laico in Europa, quello che ha rifiutato di rendere visibili nella Costituzione europea le radici cristiane dell’Europa. Pier Luigi Battista si domanda (Corriere della Sera, 9 luglio 2005 ndr): perchè qualcuno si scandalizza se il Papa afferma che l’attacco terroristico è un attacco anti-cristiano? Perchè dire attacco “antioccidentale” è politicamente corretto e dire che è “anticristiano” sarebbe scorretto? La coscienza della dimensione globale con le sue alternative emergenti ci riguarda nel costruire la nostra coscienza politica e perciò nell’impostare la relazione educativa. Poniamoci dal punto di vista del quindicenne, al quale viene avanti un mondo che nel giro di quattro anni ha fatto vedere migliaia di morti a New York, a Londra, a Madrid, ogni giorno in Irak. Che cosa deve pensare di questo mondo? Qual è la posta in gioco? Cosa deve fare? Si deve chiudere nel consumo immediato del presente, nel suo “futuro breve” o qualcuno gli prospetta il problema dell’asse etico per cui battersi? Il messaggio che dobbiamo mandare come associazione e come singoli nella scuola e rispetto agli altri insegnanti, è che noi siamo quelli che sono attraversati nel loro lavoro dalla sfida mondiale nei termini sopra detti.
Accenno solo qui alla questione delle biotecnologie. L’astensione nel referendum si deve in parte – attorno al 20-25 per cento – alla sequela dell’insegnamento attivo della Chiesa. Ma non credo che in Italia esista più del 25 per cento di cristiani. Gli altri, il 50 per cento, si sono astenuti, perché la prospettiva che la specie umana generi nei laboratori altre specie umane è assolutamente inquietante e terrificante. Possiamo educare a prescindere da questi discorsi? E possiamo fare associazione senza?
Sta venendo avanti un mondo in cui si stanno scontrando grandi placche tettoniche che si chiamano Cina, India, Brasile, Nigeria, Usa, Europa (se e quando esisterà come soggetto). Non certo verso la fine della storia, come ha scritto dopo il 1989 Francis Fukuyama, storico e politologo americano, ma verso un secolo inquieto e rischioso, dentro il quale i nostri ragazzi, i nostri figli si troveranno interpellati in maniera drammatica.
Interessi diffusi, interessi densi
5. Dentro questo quadro si deve leggere la collocazione dell’Italia e dell’Europa. Il discorso di Tony Blair al Parlamento Europeo denuncia quello che già sappiamo: la fine del modello nazional-corporativo e social-corporativo, cioè la fine dell’asse franco-tedesco e di chi ci stava seduto sopra, noi italiani, tra gli altri. Il nostro Paese è strutturato per grandi corporazioni: Pubblica amministrazione, Confindustria, sindacati, ordini professionali. Rispetto a costoro la politica da anni è impotente. Le grandi corporazioni contrattano tra di loro, operano transazioni tra di loro, la politica segue in coda a fare da notaio di tali transazioni e, peggio, a scaricare il costo di queste transazioni sui cittadini. Questa è diventata la politica, questa l’impotenza della politica, la politica come ancella delle forze economiche e sociali, senza progetto. La politica chiama al voto “gli interessi diffusi” e si disputa il loro consenso. Ma una volta arrivata in Parlamento difende “gli interessi densi”. Questa è la ragione del fallimento dei tentativi di riforma. La politica da tempo ha cessato di essere il luogo della proposta culturale sul quale tu vai a cercare il consenso e che tieni ferma, dopo che lo hai conquistato. Donde il declino, dentro un’arena mondiale si è popolata di grandissimi soggetti (i cinesi sono 1 miliardo e 200 milioni, gli indiani 1 miliardo) in competizione. Andare indietro vuol dire un incerto destino per le giovani generazioni, vuol dire che non riusciamo a passare tutta la nostra grande civilizzazione ai nostri figli. Vuol dire che ci si perde.
Generare speranza
6. Una delle cause del declino di questo Paese è il declino del suo sistema educativo. E qui vengo al punto che ci tocca più da vicino. Avete letto certamente le indagini internazionali Ocse-Pisa, quelle del 2000 e quelle del 2003. Stiamo andando all’indietro: siamo al 26° posto. Se poi guardiamo più da vicino: la Lombardia è al 9°, il Veneto al 14°, la Toscana al 15°, ma la Sicilia e la Sardegna e la Calabria sono al 37° posto, al livello dell’Uruguay. Le indagini nazionali, da quelle dell’Istituto Cattaneo a quelle dell’Invalsi confermano.
è il punto di partenza per un’associazione, il cui compito sia di generare speranza. Per farlo occorre partire dalla verità delle cose e dirla agli insegnanti, alla scuola italiana, all’opinione pubblica. Dire la verità sul declino del sistema educativo del paese.
Io ho provato a farlo davanti a Direzioni scolastiche regionali; qualcuno ha reagito così: «Io sono orgoglioso della mia scuola!» Ma è chiaro che è retorica a buon mercato perché poi i loro ragazzi vengono espulsi dalla scuola a 15 anni (a decine di migliaia), si perdono e quelli che rimangono nella scuola non sono qualificati, non sanno l’inglese, non la matematica, non le scienze. Questo è il fatto. In questi incontri non manca mai l’insegnante sindacalizzato che si alza a dire: «Noi siamo bravissimi, ma non siamo pagati a sufficienza!». Vero. Ma questo non può accecare di fronte al fatto che il sistema educativo italiano è in una crisi profonda, in maniera diversa, per segmenti diversi, per territori diversi: un conto i licei, un conto i professionali, un conto il Nord, il Centro e il Sud e così via. Però complessivamente sulla scala mondiale noi stiamo andando indietro.
Sta avvenendo la decomposizione di quello che è stato il grande sistema gentiliano centrato sullo Stato. Si è sfaldato, sotto l’impeto della scuola di massa: è rimasto un grande scheletro burocratico che continua a controllare la vita esterna delle scuole e a scandire le carriere degli insegnanti e così via, ma dentro c’è l’anarchia più totale, ci sono livelli assolutamente diversi: c’è a questo punto chi è bravo di suo o chi no – sto parlando degli insegnanti e dei presidi – ma non li valuta nessuno. Adesso stanno chiudendo gli esami di maturità. Ma l’intero paradigma della valutazione certificativa e formativa è saltato: buttiamo sul mercato del lavoro e sul mercato delle università delle scatole nere, che esplodono in faccia ai giovani.
Da questo pessimo quadro, dalla crisi culturale della scuola di stato dei modelli nazional-statali di offerta educativa – meno grave in altri Paesi, dove lo stato funziona, più grave in Italia – ricavo tuttavia una domanda crescente di senso della professione che fai. Ci sono persone che tutti noi incontriamo dentro la scuola, generose, “eroicamente” motivate nonostante tutto: nonostante non ci sia carriera, nonostante i bassi stipendi, che sono disponibili ad una mobilitazione e che chiedono orientamento, chiedono qualcuno che li accompagni a ricostruire il senso di quello che fanno, per riaffidare loro una missione. è una domanda inevasa e urgente, tanto più considerato che la professione dell’insegnante è in trasformazione profonda. Dall’insegnante-impiegato dell’istruzione all’insegnante che, avendo constatato che non funzionava più l’istruzione si è messo a fare il socializzatore – per cui la scuola è divenuta principalmente un’agenzia di socializzazione – all’insegnante-educatore, quello che riesce di fronte i suoi ragazzi a fare emergere le domande di senso circa lo stare nel mondo, circa la loro vocazione, il loro destino e costruisce con loro le risposte. Insegnanti siffatti esistono, sono i nostri primi interlocutori, sono quelli che poi le ricerche sociologiche dicono aggirarsi tra il 20 e il 30 per cento del personale insegnante, sono quelli motivati e, quale che sia la fonte originaria di motivazione, disponibili a confrontarsi con il modello di educazione che noi proponiamo.
Quattro linee di riforma
7. Data la crisi del sistema educativo, quale potrebbe o dovrebbe essere la piattaforma di cambiamento? Credo che siano quattro le linee necessarie di riforma.
a) Le riforme istituzionali: l’autonomia della scuola, il federalismo, la parità reale, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la valutazione del personale, delle scuole, degli apprendimenti, del valore aggiunto. Sono riforme istituzionali nel senso che sono riforme che cambiano, qualora attuate, l’assetto. Per quanto riguarda l’autonomia, ha ottenuto addirittura il riconoscimento costituzionale, con la modifica del titolo 5 della costituzione.
b) Le riforme ordinamentali: scioglimento della rigidità dei curricoli, centrata sulla personalizzazione e sul Long-life learning. Il Long-life learning è decisivo. Il sistema gentiliano funzionava sulla base di una partizione biografica, i cui segmenti erano lunghi o brevi a seconda delle classi sociali: la scuola – che ti dava tutto l’occorrente per il resto della vita – il lavoro, la pensione. è questo lo schema del vecchio welfare. è ormai inservibile. Noi dobbiamo dare qualcosa ai ragazzi, l’essenziale, riportarli dentro dopo un po’, offrire di nuovo qualcosa più tardi, quando avranno passato i vent’anni o i trenta o i quaranta. Il Long-life learning è la presa d’atto che l’intreccio tra sapere, lavoro, vita è profondo e sta diventando, in questa fase, irreversibile: apprendere, lavorare, vivere sono cose intrecciate. Questo implica il cambiamento profondo della grande architettura istituzionale che dalla seconda metà dell’800 è stata messa in piedi per costruire i sistemi nazionali di educazione. Cioè del modello napoleonico.
Perciò abbiamo bisogno di definire un core-curriculum molto secco, un curriculum di fondo, “nucleare”, di quattro, cinque materie fondamentali – chiamiamolo il curriculum di cittadinanza – e poi altre due-tre discipline di indirizzo e stop! Tutto il resto, le altre sette o otto materie che popolano i nostri piani di studio fino ad arrivare a tredici/quattordici materie, vanno tolte di torno. Perché i finlandesi, perché i cinesi di Hong Kong arrivano primi in matematica, primi in lingua “prima”, primi in inglese? è molto semplice: perché ai loro ragazzi non fanno passare davanti sette professori tutte le mattine, ma solo un paio. Ovviamente quelle che propongo sono tutte ipotesi, peraltro già in discussione o praticate su scala mondiale. Bisogna decidere l’essenziale che i ragazzi devono trovare nello zaino, quando escono a diciotto anni. Si deve sapere che questa scelta implica la riduzione del numero di materie e quindi il numero delle cattedre. Non è un messaggio molto popolare: perché per ogni ora che abolisci perdi mediamente 15mila cattedre, se ne abolisci due sono 30mila, se ne abolisci tre…
In ogni caso ragioniamoci su! Non possiamo andare davanti agli insegnanti senza dire quali sono le prospettive, da che parte si va, soprattutto tenendo presente la competizione mondiale, che è, innanzitutto, competizione di sistemi educativi e di ricerca. Ciò che succede in Europa, in America, in Cina, in India, ecc… è il punto di riferimento, non la provincia autarchica italiana! Non ce la possiamo più cavare come la burocrazia ministeriale, dicendo: «la scuola italiana è la migliore al mondo». è semplicemente un’affermazione falsa!
La seconda riforma ordinamentale sono i due canali: il canale liceale e il canale dell’istruzione della formazione professionale, che nell’ipotesi originaria della legge 53 dovevano essere di pari portata. Non si può accettare una partizione – quella attuale – in cui c’è un canale a formazione liceale piena e completa e un canale ancillare. Ma su questo, più avanti, torneremo in sede di bilancio del processo riformatore.
c) Le riforme culturali: che discipline insegnamo, cosa ci si mette dentro? Ricordo che Berlinguer aveva impiantato una commissione di ben 500 saggi, ma la sua produttività è stata inversamente proporzionale al numero, non ha combinato nulla. Però il problema esiste e sussiste, lo sapete voi meglio di me. Nessuno ha ricette, neppure io, ma occorre che assumiamo consapevolmente anche questo come tema di riflessione.
A livello internazionale è in corso una grandissima ricerca. Basta seguire il dibattito americano, quello inglese (da ultimo il Rapporto Tomlinson sull’istruzione dai 14 ai 19 anni), quello francese (il Rapporto Thélot). Svolgeremmo già un grande ruolo culturale se fossimo il luogo di incontro e di socializzazione di questa elaborazione internazionale.
Non basta il dibattito dei nostri pedagogisti, occorre vedere le esperienze in atto. La nostra associazione ha il dovere di globalizzare la riflessione, anche perché probabilmente riusciremmo a far capire che le cose che avete sostenuto in solitudine e in avanguardia negli anni ’70 e ’80 adesso sono oggetto di dibattito internazionale. (…)
d) Le riforme del personale. Su questo noi abbiamo già scritto una piattaforma su Tempi, in occasione del Convegno nazionale di Bologna. Un’associazione di insegnanti non può non parlare delle carriere, del reclutamento, della formazione, facendone oggetto di una battaglia specifica. Io sono convinto che nonostante l’opposizione del sindacato, l’opposizione della sinistra, su questa roba noi raccogliamo i migliori: minoranza creativa, ma consistente.
Cortocircuito Moratti
8. Giudizio generale sulla riforma Moratti: la legge 53 del 28 marzo 2003 nelle sue formulazioni generali era una legge abbastanza condivisibile, perché conteneva i temi del Long-life learning, del tutor, dell’alternanza scuola-lavoro, della riforma del primo ciclo e del secondo ciclo, della valutazione. Alludeva al potenziamento dell’autonomia e al cambio delle modalità di reclutamento seppure rinviando ad altri provvedimenti. Ora noi ci troviamo di fronte ad uno Schema di decreto legislativo sul secondo ciclo che invece di offrire i due canali equipollenti, come previsto dalla Legge 53, sottoproduce un 80 per cento di licei, cioè i vecchi licei più i licei tecnologici, e un 20 per cento di istruzione professionale di Stato che grosso modo dovrebbe passare alle Regioni. La Legge 30 di Berlinguer, art. 2 comma 4 diceva: “Tutti gli istituti di istruzione secondaria si chiameranno licei”. La Moratti l’ha realizzata, dopo avere abolito nel primo articolo della legge 53 proprio la legge 30.
Lo scenario che ci si apre è il seguente: che alla fine della legislatura, supposto che passi il secondo ciclo (cosa che è tutta da vedere) noi ci troviamo di fatto una situazione che non è molto diversa dalla situazione precedente. Ci sono spiragli nuovi, delle fratture del vecchio blocco, però nel complesso la riforma è povera. Se dovesse vincere il centro sinistra, il tutor non si farà, l’alternanza scuola-lavoro sarà bloccata. Quale differenza rispetto a prima? Nessuna. In più il centro-sinistra sta proponendo il biennio unico e poi tutto nei licei, tutto nella scuola, nulla fuori dalla scuola, la formazione professionale solamente ad integrazione. Insomma la vecchia cultura del vecchio Pci degli anni 70! Mi sono chiesto molte volte, provenendo da quel mondo, perchè mai la sinistra è rimasta gentiliana? Credo perchè si sono illusi di fare il gentilianesimo di massa, convinti di afferrare la scuola gentiliana che era stata pensata per le élites e trasformarla in scuola di massa. Il risultato è sotto gli occhi: il declino del sistema educativo italiano, l’espulsione di 200/300mila ragazzi all’anno dal sistema, la bassa qualità degli apprendimenti.
Non è detto che lo Schema del secondo ciclo venga approvato dalle Regioni, sia perchè sono contrarie per ragioni politico-ideologiche, essendo a maggioranza di centro sinistra, sia per ragioni più contingenti e più fondate: i soldi dove sono? La Moratti non se la può cavare dicendo: arrangiatevi con i soldi vostri! Siccome i soldi non ci sono, il rischio è che le regioni dicano di no. La domanda è: questa maggioranza politica è in grado a novembre di far passare lo stesso lo schema di decreto legislativo, pur sapendo che le regioni quasi tutte le sparano contro? Mi pare difficile rispondere. Perché questa contraddizione tra la Legge 53 e il Decreto non starò qui ad esaminare. Delle responsabilità dell’impotenza della politica ho già detto. Se non fa le riforme, non può scaricarne le responsabilità sugli altri.
è anche vero che esiste un blocco storico conservatore profondamente radicato, dove comanda un sindacalismo co-gestionario e omni-pervasivo (i metalmeccanici della Fiat non pretendono di decidere il modello di auto, ma l’organizzazione del lavoro che consegue alla scelta di un modello). Nella scuola invece succede proprio questo: che loro pretendono di definire il modello di scuola che invece è una competenza del parlamento, della Repubblica, del Paese e non degli insegnanti, non dei bidelli e non dei dirigenti. In Italia il sindacato della scuola pretende la co-gestione. Questo è il punto più forte di resistenza, feroce. Le Rsu hanno conquistato il diritto di nominare, di pagare, di decidere le carriere. Ciò che per altro avviene già al Ministero. Una delle ragioni per cui l’amministrazione ministeriale di alto livello è così prona rispetto al sindacato è che le carriere ministeriali dipendono dal sindacato, a parte le nomine più alte che sono politiche.
La battaglia politico-culturale per disintegrare questo blocco sindacal-burocratico è decisiva. Che dietro ci sia il vuoto culturale è un fatto. Ma non basta denunciarlo. Occorre che il nostro quadro (so che la parola non vi potrebbe piacere!) politico-intellettuale-insegnante dentro la scuola, quando parla nel collegio dei docenti sia in grado di rispondere colpo su colpo al sindacalista, all’insegnante sindacalizzato e politicizzato che difende l’assetto esistente. Se non sappiamo fare questo, benissimo! stiamo lì con lo sguardo chino sul nostro aratro. Ora il Vangelo consiglia di non volgersi all’indietro, una volta posta mano all’aratro, ma non proibisce di alzare lo sguardo in avanti. Quindi bisogna tenere le mani sull’aratro, ma anche guardarsi intorno.
FAR FIORIRE LE PERSONE E IL PAESE
9. Credo che dobbiamo partire con “la campagna d’autunno”, mettere a punto una sorta di piattaforma, che non può essere la riproposizione delle quattro linee di riforma proposte sopra. Quella è la piattaforma di sfondo. Invece, qui e ora, per l’inizio dell’anno scolastico 2005-06, dobbiamo proporre obiettivi pochi, concreti, specifici.
Con una premessa culturale: cosa vuol dire educare? Vuol dire “far fiorire le persone” e “far crescere il Paese”. Far fiorire le persone, sviluppare la persona, darle tutti gli strumenti, metterle nello zaino le cose essenziali per il cammino sui sentieri della storia e della vita. Far crescere il Paese: benché la dimensione statale e nazionale sia molto assottigliata tra i Paesi emergenti, l’Europa e i continenti, però occorre continuare a farsi carico dello sviluppo del Paese, cioè delle giovani generazioni. Noi non ci occupiamo solo del nostro portafoglio, dei nostri stipendi che pure sono bassi, di tutte le nostre cose, ecc…
Un’associazione come questa fa fiorire le persone e si batte per lo sviluppo del Paese contro il declino. Perché insegnare ai ragazzi nell’era del declino è difficile! Come fai ad insegnare a dei ragazzi che non hanno futuro, che credono di non avere futuro e che quindi si accaniscono a consumare il presente in maniera molto nichilistica, anche disperata? Come si fa a ridare speranza ai ragazzi, agli altri insegnanti, se noi non siamo in grado di proporre una cosa che non sia soltanto ovviamente la buona volontà o la morale eroica di chi non cede mai fino alla fine? Questa, dunque, la premessa.
Quanto al punto fondamentale di attacco, punterei sull’autonomia. Vuol dire molte cose, interessa per motivi diversi dirigenti e insegnanti. Ma, fondamentalmente, è il tema della libertà di organizzazione pedagogico-didattica, è il tema della libertà di educazione. Libertà di educazione come terreno più favorevole per educare alla libertà e al destino. Ma incrocia anche la questione delle assunzioni, delle carriere, dell’intero assetto organizzativo dell’istituzione scolastica. Si tratta di dilatare le inferriate burocratiche e amministrative che chiudono l’autonomia. Questo sarà il terreno di impegno sia che la riforma vada in porto sia che non ci vada, sia che rivinca il centro-destra o che vinca il centro-sinistra.
IL MONDO E’ LI’ FUORI
10. Un’associazione non campa di parole, campa di opere e campa di iscritti. Vittadini ce l’ha detto: dite che razza di scuola volete, dite quali sono gli obiettivi immediati che vi proponete, quelli che interessano a voi e assumetevi le vostre responsabilità. Fate conoscere chi siete e cosa fate, non solo al resto della Compagnia, ma soprattutto al mondo là fuori! Per contare occorre un forte messaggio di identità, una piattaforma di sfondo, degli obbiettivi specifici a breve termine e bisogna essere… in tanti! Settecentotredici iscritti su 800mila insegnanti sono pochi. Gli insegnanti non vengono spontaneamente a iscriversi, neppure quelli che sono d’accordo, bisogna andarli a cercare ad uno ad uno. Io vengo dall’esperienza di un partito che aveva, ancora negli anni Ottanta, 1.400.000 iscritti. Ma non erano automatici. Si andava a parlare con le persone ad una ad una. Io credo che il metodo continui ad essere quello, se vogliamo crescere, raddoppiare, triplicare.
Ci sono grosse potenzialità. Penso soltanto agli insegnanti iscritti alla Fraternità, poi penso a quelli fuori, a quelli che non hanno fedi particolari, ma sono disponibili ad impegnarsi. Bisogna che ci attrezziamo e ci organizziamo per raccogliere iscritti ad uno ad uno. Chiamatelo “reclutare”, chiamatelo “affratellare”, chiamatelo “amicare”…quel che volete, però la sostanza è che quello lì che lavora con me, che accetta la mia compagnia e io la sua, ad un certo punto, si impegni. Ai tavoli della politica e del sindacati si conta se la nostra esistenza è percepita, se ne esibiamo delle prove inconfutabili.
(San Marino, 9 luglio 2005,
appunti non rivisti dall’autore)
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