CONTRO IL “SENTIRE COMUNE”
Qualche mese fa Giuliano Ferrara dalle pagine del Foglio ha proposto un interessante ragionamento su Zapatero e sulla deriva populista che il “socialista” spagnolo ha portato in dote con la sua presidenza. Il tema era il “matrimonio” omosessuale. L’apertura alle unioni gay veniva sostenuta da Zapatero sulla base della premessa che «è quanto vuole la gente». Ferrara sottolineò allora l’assoluta pochezza politica di tale argomentare che poggia demagogicamente sul “sentire comune”. La volontà popolare, è tutt’altra cosa, si esprime alle urne e nelle leggi votate da parlamenti eletti democraticamente. Bisogna tenere ben presente questa distinzione quando si affrontano problematiche che hanno un forte impatto sull’opinione pubblica. Altrimenti il rischio è quello di affidare la cultura, le leggi, l’etica, alla demagogica percezione populista degli istinti e delle mode del momento.
Proviamo, ad esempio, a ragionare a freddo sul dibattito emerso dopo la scarcerazione del presunto fiancheggiatore di Al Qaeda a Milano e alla pena ridotta agli zingari che minaccivano di rapire un bambino a Lecco. Secondo alcuni esponenti della Lega e commentatori del mondo dell’informazione i giudici non avrebbero dovuto contraddire il «comune sentire della gente». Quanto è diverso questo ragionamento dalla logica di Zapatero? Abbiamo visto quanto è accaduto sotto la pressione di Mani pulite e sappiamo bene quanto in quel momento il “sentire comune” fosse improntato verso una giustizia “giustizialista”. Vale la pena continuare ad alimentare questa logica? D’accordo, sappiamo bene che il “sentire comune” viene impugnato dalla politica proprio in vista della sua trasformazione in voti, consenso, volontà popolare. Sappiamo perfettamente che una politica che risponde alla “ggente” paga in termini elettorali. Però, assecondare l’istinto, la demagogia del momento, la moda, le spinte qualunquiste, quale società, quale Stato, quali relazioni sociali contribuisce a costruire?
La politica dovrebbe ambire a qualcosa di molto più serio della demagogia e del calcolo fatto sul presunto “sentire comune” (per altro perennemente oscillante sotto la pressione dei media). Non sappiamo quante siano in Italia le persone disposte ad “andare contro” il sentire comune. Sono poche, probabilmente. E probabilmente sono quelle che hanno un’identità, una coscienza, un pensiero. Tra i pochi, a mio avviso, si intravedono anomali cattolici e anomali comunisti. In mezzo, a dettare legge, i paladini della “ggente”, spesso i paladini del niente.
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