Contro la peste ci vuole Nelson

Di Parruti Giustino
26 Luglio 2000
"Non possiamo affrontare un problema come l'Aids se non siamo capaci di rispondere alla domanda sulla sofferenza e sulla morte", ha detto Nelson Mandela a Durban davanti a una platea ammutolita. La conferenza mondiale sull'Aids ha stranamente miscelato l'irrealismo anglosassone che crede di poter conciliare promiscuità e prevenzione, l'umile efficacia delle Ong che si rapportano alle persone nella loro integralità e l'inattesa profondità del patriarca nero sudafricano. Dal nostro inviato in Africa australe.

Durban, XIII congresso mondiale sull’Aids. L’apertura è una grande ed impressionante parata d’immagine. A sentire fonti ben informate del ministero della Sanità locale, da qualche mese la città è stata ripulita materialmente – erbacce, disordine, segni di degrado cronicamente presenti – affinché rilucesse nello splendore dei suoi innumerevoli grattacieli costruiti da finanzieri ebrei e “afrikaner”. I bianchi sudafricani esprimono oltre i due terzi della capacità economica del paese pur essendo meno di un quinto della popolazione complessiva. Ad essi nessuno ha saputo o potuto ancora di fatto sostituirsi, anche perché il governo ne teme la fuga con i relativi capitali. Durban è una magnifica metropoli sull’oceano Indiano, con una spiaggia che somiglia a Miami Beach nel contesto di uno scenario del tutto simile a quello di San Diego, California. Partecipo al Congresso come membro di una molto ridotta delegazione italiana. In effetti tutto sembra in ordine e tranquillo, ma appena scappo a vedere il mare in una pausa dei lavori, eccomi contornato da un nugolo di bambini tristi, dallo sguardo bellissimo, che mi supplicano di tirar fuori qualche “rand”. Le autorità di polizia raccomandano “caldamente” di non muoversi fuori dai percorsi consigliati, pena la mancanza di garanzie circa la nostra incolumità.

L’Africa australe al cuore della tragedia Ma torniamo alla parata d’immagine dell’apertura. Siamo convenuti qui per il XIII Congresso mondiale perchè l’Africa sub-sahariana rischia la catastrofe demografica ed economica se non succede qualcosa. Le stime dell’incidenza e della prevalenza dell’infezione da Hiv, aggiornate al giugno 2000, confermano dati già noti, ma che suscitano un senso di capogiro ogni volta che li riguardi: in Sudafrica, Namibia, Zimbabwe, Botswana, Zambia e Mozambico la percentuale degli infetti fra gli adulti (15-49 anni di età) varia dal 15 al 36%, contro lo 0,1% dell’Italia e lo 0,5% degli Stati Uniti. Quel che è ancora più impressionante è che la mortalità nella popolazione, sia infantile che generale, sta incrementandosi in modo così rapido in alcuni dei paesi nominati che l’aspettativa di vita, quasi giunta alla soglia dei 60 anni, è progressivamente e rapidamente ridiscesa nell’ultimo quinquennio a 45-50 anni.

La prima questione che anima questo Congresso è evidente conseguenza di questi dati: perchè la situazione è così catastrofica in questo posto rispetto al resto del mondo? I lavori del congresso sono da questo punto di vista di un’eccezionale ricchezza per risposte documentate e persuasive. Si è verificato un mix micidiale di varie concomitanze culturali e sociali: il dilagare di una esagerata promiscuità sessuale, gia’ radicata in una concezione tribale della mascolinità; la diffusione di pratiche sessuali ad alto rischio, benedette dalla ritualità locale, sul cui dettaglio è perfettamente inutile entrare; l’ampia diffusione del lavoro periodico in luoghi lontani dalla dimora famigliare fra la maggioranza nera della popolazione; l’evidente diffusione nel medesimo contesto di uno stile di vita americaneggiante, come uno sguardo a Durban, Johannesburg, Port Elizabeth e Città del Capo lascia subito comprendere; il persistere di una negazione irragionevole del problema da una parte della nuova classe dirigente di colore, che si vede messa profondamente in discussione sotto il profilo culturale e sociale. Il presidente Mbeki solo qualche giorno prima del congresso ha dichiarato che l’AIDS non può essere causato solo dall’Hiv, – il retrovirus scoperto ben 14 anni fa che causa la sindrome da immunodeficienza acquisita, per l’appunto – ma soprattutto dalla povertà estrema della regione e da una congerie di infezioni frequenti in Africa. Ed alla variopinta ed opinabile cerimonia ufficiale di apertura del congresso, davanti a tutti noi, ha ripetuto la stessa tesi.

Rompere il silenzio, appello contraddittorio A fronte di tutto ciò, la tattica prospettata dalla regia del Congresso all’apertura si è profilata presto chiara: la risposta che la comunità internazionale può dare consiste, oltre che nel sostenere la comunità scientifica nello sforzo di individuare strategie terapeutiche di successo nel lungo termine e lo sviluppo di un vaccino efficace, in un progetto d’intervento capillare nelle zone a rischio, preordinato alla diffusione di pratiche sessuali sicure. Dal canto suo, nella prima uscita ufficiale il presidente della conferenza, il prof. Hoosen Coodavia, sudafricano, poneva al mondo intero, nelle sue componenti politiche ed economiche internazionali, il problema di rendere accessibile ai paesi in via di sviluppo la terapia antiretrovirale d’associazione, il cui costo è (per ovvie necessità di ritorno degli investimenti in ricerca) molto elevato.

Rompere il silenzio – BREAK THE SILENCE – è il motto ovunque troneggiante nella Durban tirata a lustro. Rompiamo il silenzio, procede l’assioma, diciamo a tutti che la malattia da Hiv è una malattia sessualmente trasmessa e quindi chiede la prevenzione tramite l’adozione di pratiche sessuali “sicure”. Alla prima sessione plenaria del congresso, dopo il prof. Coodavia, un avvocato sudafricano bianco, sieropositivo e dichiaratamente omosessuale – “proudly gay” – ha riaffermato la sua determinazione a “combattere” per la possibilità di “rompere il silenzio” e rendere possibile un’esistenza “libera e sicura” per tutti, in un testimonial che è parso a moltissimi del tutto fuori luogo, essendo la scelta del personaggio di fatto estranea alla cultura locale, una cultura che tra i suoi mille difetti non annovera certe degenerazioni ostentate del costume – è in effetti un popolo molto schivo e per questo lo “stigma” dell’infezione da Hiv è percepito come pesantissimo e discriminante -. Ero seduto vicino a Mary, una “physician assistant” – un quasi medico nel sistema americano – di Portland, nell’Oregon. Mi ha chiesto: “perchè non applaudi?”. Ho risposto: “Mary, non mi convince”. Poi offrendole il solito caffè lungo ed imbevibile le ho rivelato la radice del mio giudizio: i dati mondiali sull’epidemia, specie quelli più recenti e di fonte occidentale, come quelli relativi a S.Francisco – città nota per essere la patria della comunità gay internazionale -, documentano inesorabilmente che si ha un bell’insistere sulla prevenzione del sesso sicuro, perchè la realtà, come diceva qualcuno, nell’esperienza è più onesta dell’intenzione: se la mentalità dominante diffonde tenacemente l’idea che l’uomo libero è quello che può realizzarsi facendo quel che pare e piace, queste strategie preventive somigliano al tentativo di svuotare il mare con un secchiello. La realtà non può non rivelare alla lunga la mentalità che la informa. Mary mi seguiva con molto interesse, alla luce della sua personale esperienza, evidentemente non riflessa, d’infermiera organizzatrice di servizi nello Zimbabwe.

L’uomo è una creatura fragile e incapace da sola del suo fine, a differenza dei meravigliosi animali che popolano questo continente. L’uomo deve però far fronte alla ineluttabile responsabilità di rispondere alla sua vocazione di uomo, cioè di essere ragionevole e responsabile del suo destino verso Chi lo ha creato. E si sfalda, oltre e prima che per la “povertà estrema”, ricordata da Mbeki, per la mancanza del senso della realtà. Se chi ha coscienza, almeno iniziale, dello scopo e della profonda bellezza della vita, si fa compagno alle vicende drammatiche dell’Africa e degli africani, allora l’Africa può ripartire. E Mary era concorde che sperare di cambiare qualcosa partendo da un punto meno realistico di giudizio può solo contribuire a complicare ulteriormente una situazione già abbastanza contraddittoria.

Se però questo è stato l’avvio del congresso, verosimilmente pianificato a monte dalla regia anglosassone, la novità entusiasmante è stata rappresentata dalla risposta decisa e concreta che operatori sanitari, epidemiologi, comunità scientifiche e sociali presenti in Africa hanno fornito al mondo intero, risposta che personaggi intervenuti nei giorni a seguire hanno descritto, chiarito e promosso. Il congresso è stato ricco di una miriade d’esperienze in atto, documentate nelle comunicazioni degli innumerevoli “poster” – la carne e le ossa dell’avvenimento di questo XIII congresso mondiale africano.

Domanda di appartenenza e domande sulla morte In Uganda, Senegal, Kenya e Thailandia i tassi di incidenza e prevalenza dell’Hiv hanno cominciato negli ultimi cinque anni a diminuire, e la mortalità collegata, negli ultimi due anni, sta facendo altrettanto, con un aumento conseguente dell’aspettativa di vita. Questi dati incoraggianti sono il frutto delle numerose iniziative avviate dalle Ong, le organizzazioni non governative. Esse, là dove sono favorite dai governi locali, stanno riuscendo in quello che sembrava impossibile ai “programmatori centrali”: facendo leva sulla propria capacità di “capitalizzazione” del fattore umano, aggregano le risorse medico-sanitarie e socio-sanitarie esistenti all’operato di numerosi volontari. Così facendo le ONG riescono ad incidere sull’aspetto culturale oltre che sanitario del problema, senza urtare la sensibilità della gente.

Geeta Rao Gupta, una giovane avvocatessa di origine indiana, Presidente dell’International Center for Research on Women con sede a Washington, catturando una delle poche “standing ovation” che sono state tributate dai congressisti agli speaker delle sessioni plenarie, ha tracciato una magnifica descrizione di tutti i fattori culturali in gioco nella questione dell’AIDS, concludendo che occorre una profonda riscoperta della capacità di solidarietà tra “le persone dei due sessi”, di una verità nei rapporti che “dia più potere alla donna perchè possa realmente avere più potere l’uomo”, indicando la strada ad un cambiamento nel riconoscimento di una comune e profonda, reciproca appartenenza.

Per finire, un avvenimento come questo Congresso, con le sue luci di ragionevole speranza, non poteva trovare migliore conclusione del commovente intervento di Nelson Mandela. Osannato da tutti – anche i bianchi sudafricani lo adorano riconoscendogli il merito di avere evitato che l’apartheid finisse con un bagno di sangue- ha tenuto un discorso molto articolato, che però ha avuto un passaggio centrale e decisivo che val la pena di riportare per esteso. Ha raccontato di ricevere visite di molti giovani malati. Tra questi, ha detto, gli è sempre impressa nella memoria la faccia di un giovane di 16 anni, affetto da un tumore incurabile, il quale gli chiese: perchè devo soffrire e morire? Ha proseguito dicendo (approssimativamente) queste parole: “Io credo che non possiamo affrontare un problema come quello dell’AIDS se non siamo capaci di rispondere a questa domanda, senza pietismi e senza eluderne il drammatico contenuto. Io gli risposi: “devi guardare a ciò che hai, l’affetto grande dei tuoi genitori e dei tuoi amici, il dono della vita di questi giorni: tutto questo ti fa certo che il presente è segno e preparazione di un futuro immortale grande e pieno””. E ha ripetuto: “non si può rispondere alla sfida dell’AIDS se non si sa rispondere a questa domanda, se non si sa penetrare la superficie della vita e gustare la profonda bellezza ed attrattiva dell’esistenza umana”.

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