CONTRO L’UTOPIA VIOLENTA, LA SOSTANZA DELLE COSE

Di Tempi
28 Ottobre 2004
Quando un’idea di ciò che dovrebbe essere prevale sulla realtà stessa, allora emerge o un’estrema violenza, o un’estrema desolazione

“Solo scuse (e in ritardo) al diplomatico israeliano. Ma quando può parlare?”, Il Foglio, 20 ottobre
«Il messaggio di terrore diretto alla direzione della facoltà è stato chiaro: o lo cacciate oppure rimaniamo qui. Questo israeliano non apre bocca. Non siamo antisemiti ma antisionisti – hanno precisato i manifestanti – Israele non ha diritto di esistere». Nelle scorse settimane, all’Università di Pisa, venti studenti, in nome della tolleranza pacifista, hanno impedito all’ambasciatore israeliano di parlare alla facoltà di scienze politiche, minacciandolo di violenza fisica perché convinti del fatto che Israele non abbia il diritto di esistere.

Marco Lodoli, “I jeans a vita bassa delle quindicenni”, La Repubblica, 18 ottobre
«Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. (…) Ho protestato… ma capivo che… non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. A quindici anni ci si può già sentire falliti… perché non c’è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita».

Annalena Benini, “Il diritto alla sofferenza di Brunetta, un ‘mostro’ felice di esserci”, Il Foglio, 23 ottobre
«Ma allora, se per sostenere un’idea bisogna cambiare la realtà, vuol dire che l’idea non è così formidabile… e non esiste al mondo, “mai mai mai” un malato di talassemia che preferirebbe essere non nato, “la sofferenza è niente, in confronto all’essere qui adesso, a incazzarmi”».

Giuliano Ferrara, “Perchè non possiamo rinunciare a definire il bene dal male”, Il Foglio, 22 ottobre
«Deve esserci un criterio per dire e fare “meglio” o “peggio”, e questo criterio è una certa definizione di ciò che è “bene” come adeguamento dell’intelletto alla cosa, alla realtà, e di ciò che è “male”. è una conversione… nel senso che è la decisione di usare la ragione in modo non strumentale e tecnico, guardando alla sostanza delle cose che sarà inafferrabile e difficile da definire, ma senza la quale non esisterebbe nemmeno la loro forma».

COMMENTO
Ci sono degli stereotipi di pensiero molto diffusi che diventano, nelle code estreme, inevitabilmente violenti, o contro gli altri – come i tolleranti pacifisti di Pisa –; o contro se stessi, come la studentessa di Roma che dice: se non vado in Tv, se non riesco a distinguermi dalla massa sono una fallita. E il professore imbarazzato non sa cosa rispondere. Quando, come in questi esempi, un’idea di ciò che dovrebbe essere prevale sulla realtà stessa, allora emerge o un’estrema violenza, o un’estrema desolazione. Se così fan tutti, c’è chi va contro tendenza. Come il signor Brunetta – il presidente dei talassemici in Italia ed egli stesso talassemico – che, dentro il dolore della sua malattia, raccontando di sé, testimonia la positività e l’utilità del suo essere al mondo, come emerge in particolari apparentemente banali, quali il correre a casa per accudire la moglie influenzata: «Adesso devo scappare, lei ha bisogno di me». «Il pensiero più risoluto è niente in confronto a ciò che avviene», diceva Pavese; desideriamo quindi l’umiltà che accetta la realtà come più grande di sé e la impariamo da chi non si accontenta e spende le sue forze per cercarla e, per questo, come dice Ferrara, occorre convertire la nostra posizione.

In breve dalla stampa dell’ultima settimana

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