Coraggio d’Orsi
E’ il libro dello scandalo. Edito da Einaudi, recensito dalla Stampa, aveva tutti gli ingredienti per rinviare a un’ennesima conferma del leggendario antifascismo dell’azionismo torinese. E invece Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico a Torino, nonché discepolo di Norberto Bobbio, con il suo un saggio “La cultura a Torino fra le due guerre”, per la prima volta mette in discussione uno dei “miti fondatori” dell’Italia repubblicana, quello appunto dell’irreprensibilità dell’antifascismo azionista.
“E’ come rileggere con occhiali scuri la storia diventata quasi una mitologia dell’intransigenza gobettiana, del liceo D’Azeglio, dell’editore Frassinelli – leggiamo sul quotidiano di Marcello Sorgi – la stragrande maggioranza, scrive d’Orsi degli intellettuali torinesi, mostra di sapersi acconciare tra compromessi e silenzi… i più fingevano di non sapere o non vedere”. E ancora: “soltanto una piccola minoranza ha aderito al fascismo per convinzione, soltanto una piccola minoranza lo ha combattuto. La stragrande maggioranza ha aderito per ragioni di convenienza pratica”. Ma anche sulle figure più eroiche “si stende l’ombra d’un giudizio radicale: ‘Lo stesso Gobetti, che è pure l’antifascista più intransigente, crea un modello per cui l’antifascismo è assoluto sul piano politico ma non lo è sul piano culturale, dove puoi dialogare coi fascisti'”. Così il Foglio di Giuliano Ferrara che già aveva ospitato una memorabile conversazione tra il giornalista Pietrangelo Buttafuoco e Norberto Bobbio, saluta in un editoriale il ridimensionamento della “lunga predicazione moralistica o moralisticheggiante che è stata la bandiera, all’ombra di una malintesa nozione di ciò che fu l’azionismo, di tante intemerate intolleranti, di tante cattiverie, di tante offese alla nostra amata ‘Italia alle vongole’, il paese disprezzato e respinto in nome di valori troppo forti, per chi di sughi e vongole e telline si era cibato e macchiato”.
Un giudizio che ha innervosito i piani alti del quotidiano di Piazza Indipendenza, che ha replicato pubblicando un’intervista a d’Orsi, il quale, pur non potendo ovviamente negare quello che lui stesso ha documentato nel suo saggio, viene preso per mano dall’intervistatore e condotto a sbertucciare per vie oblique il direttore del Foglio : “L’antiazionismo è l’ossessione di un certo gruppo che in passato s’innamorò di Craxi e oggi plaude a Berlusconi, due figure che hanno contribuito a svalutare la componente etica della politica”. Accorrono i pompieri anche dalle colonne della Stampa. Valerio Castronovo, storico di Torino, già biografo di Giovanni Agnelli, spiega: “Sulla base della documentazione di parte fascista… posso dire che anche nella seconda metà degli anni ’30, che secondo Renzo De Felice segnano il massimo consenso degli italiani al regime, si parla di Torino come una città ancora da conquistare al fascismo… il fascismo non aveva messo radici in questa città”. E come mai, si chiede lo storico? “Innanzitutto grazie a un potere industriale che tutto sommato non si lascia occupare: la Fiat…”. Così “negli stessi anni Milano è la città cara al duce… mentre Torino è una città ostile”.
Ma Castronovo non basta, la polemica si allarga, deve intervenire un generale dell’azionismo storico, è l’ora di Alessandro Galante Garrone. “C’è stato allora a Torino, nel ceto intellettuale un antifascismo militante, consapevole, pronto a testimoniare”. E se d’Orsi ha un giudizio riduttivo sulla coerenza degli intellettuali antifascisti, “sbaglia, forse perché appartiene a una generazione più giovane, che non ha conosciuto di persona quel clima”. La risposta non è molto documentata, ma la scomunica è comunque partita. Facile per Indro Montanelli affondare il coltello nella piaga. Lo fa con un tagliente editoriale sul Corsera, dedicato a “quel sinedrio della cultura torinese, quasi tutta di radice azionista, che veniva considerata e considera se stessa il sacrario dell’antifascismo duro e puro”. “Sono sessant’anni – osserva Montanelli – che questa confraternita la fa da Corte di Cassazione dell’antifascismo e pretende custodirne in esclusiva il marchio… E ora scoprire che anche questa confraternita ha avuto i suoi deviazionisti in un saggio ben documentato e pubblicato da una casa editrice insospettabile come quella Einaudi, da sempre vivaio e scuola di quel moralismo del dito teso e della smorfia arcigna; beh, sì, mi ha compensato di molti sgarbi che, come tanti altri, ne avevo ricevuti… La vera colpa della intellighenzia azionista non fu sicuramente di essere scesa a compromessi e accomodamenti, ma quella di averli sempre rinfacciati agli altri”. Saluti e baci da Milano.
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